“È colluso con cosa nostra” Ma può tenersi i suoi beni

La questione è semantica. Ma non è un particolare. Il vero significato
di questa storia, infatti, si traduce in un favore alle cosche da parte
del governo Berlusconi. In tempi di polemiche antimafia (vedi la querelle Saviano-Maroni) la notizia stride e non poco. Il dato, però, risulta oggettivo e sta scritto in calce alla legge 125 del 24 luglio 2008 (il Cavaliere era in sella da tre mesi) che ha in parte modificato l’articolo 2
della normativa antimafia. Il tema è spinoso: la confisca dei beni alla
criminalità organizzata. Tema, tra l’altro, caro al ministro Bobo Maroni che da settimane ripete: “È la vera priorità del governo”.
L’obiettivo è giusto. Lo strumento però risulta spuntato per colpa di
quello stesso governo che a detta del Cavaliere “ha fatto più di tutti
contro la mafia”. In sintesi: se prima la confisca poteva avvenire
sulla “base dei sufficienti indizi”, oggi è necessario che i beni
“risultino” frutto di attività illecite. Fuori dai tecnicismi: se prima
serviva solo un indizio, adesso si richiede la prova. Ma trovare la
prova non è sempre facile. E in molti casi l’interpretazione dei
giudici rischia di essere troppo severa.
Risultato: gli
avvocati dei boss ingolfano i tribunali di ricorsi per riottenere
indietro i beni. Il rischio è alto. Ecco allora che il due novembre
scorso, per la prima volta, la sezione misure di prevenzione del
tribunale di Palermo, in base alla modifica dell’articolo due, non
dispone la confisca dei beni a un signore come Francesco Zummo,
il cui casellario (giudiziario) presenta diversi inciampi. In sostanza
i giudici ritengono che “Zummo non abbia formato il proprio ingente
patrimonio grazie al sostegno di Cosa Nostra”.
Una storia italiana
Eppure la storia di questo imprenditore nato a Palermo nel 1932
racconta altri fatti. Condannato per favoreggiamento in secondo grado
con l’accusa di essere il prestanome di Vito Ciancimino, da sempre Zummo è un imprenditore edile che viaggia con il vento in poppa. Di lui parla il pentito Paolo Francesco Anzelmo,
già vicecapo della famiglia mafiosa della Noce. “Zummo – dice –
l’avevamo nelle mani noialtri!”. Dopodiché aggiunge: “Si era intestato
disponibilità economiche riconducibili alla famiglia della Noce”. E che
le ricchezze dell’imprenditore siano legate a doppio filo alla mafia,
lo conferma anche Salvatore Cucuzza, già reggente del
mandamaneto di Porta Nuova. È lui a raccontare ai giudici come Zummo
riuscisse a vendere gli appartamenti in regime di monopolio “grazie
all’appoggio di Cosa nostra”. Nel 2009, però, la corte d’Appello di
Palermo lo assolve dall’accusa di concorso esterno in associazione
mafiosa (in primo grado era stato condannato a cinque anni), facendo
una precisazione: “Francesco Zummo è certamente un imprenditore colluso
con Cosa Nostra”.
Il recuperodelle proprietà
Nonostante questo, Zummo intravede la possibilità di riavere tutto il
suo patrimonio. Perché in tasca all’imprenditore, assolto sì, ma
ritenuto “partecipe di un meccanismo finanziario” offerto “a Cosa
Nostra” per “conservare in modo occulto ingenti risorse monetarie”,
rischiano di tornare non solo gli immobili, ma anche il denaro. Tesori
finanziari appoggiati tra la Ubs di Montecarlo e la Arner delle Bahamas, filiale di Nassau. La stessa banca d’affari che nella sua sede milanese custodisce parte dei soldi della famiglia Berlusconi.
In corso Venezia 54, oltre ai conti del premier, risulta anche il
387-20 della Flat Point Development e sul quale sono passati 25 milioni
di euro in tre anni, subito trasferiti in Svizzera. La Flat sta
costruendo i resort di Antigua dove il Cavaliere ha acquistato una
residenza principesca. Ma gli interessi di Zummo toccano anche il
Principato. Qui il costruttore fa transitare 20 milioni di euro. Cifra
suddivisa in conti presso la Ubs e la Banca del Gottardo. Altri nove
milioni atterrano sulla Credit Suisse Private Banking di Locarno. Tutti
i beneficari sono società del Liechtenstein. Non è finita.
L’annullamento della confisca riguarda anche i 12 milioni di euro
appoggiati presso la Arner di Nassau. Del conto è beneficiario il fondo
d’investimento Pluto, la cui titolare è Teresa Macaluso, moglie di Zummo. Oggi la signora è indagata con il marito per aver riciclato denaro in nome di Cosa nostra.
Grazie, dunque, alle modifiche volute dal governo del Cavaliere il
tesoretto sta per ritornare nella disponibilità dell’imprenditore
“colluso”. Non subito, però. Sulla decisione del Tribunale pende il
ricorso della Procura generale. Stando però così le cose, sembra solo
una questione di tempo. Eppure il ministro dell’Interno ripete: “In due
anni di governo sono stati sottratti più di 22.000 beni”. La realtà è
un’altra. Perché tra le pieghe di tanta gloria, le ricchezze dei
padrini restano pressoché intatte. Oltre alle modifiche semantiche,
infatti, il governo ha deciso di destinare i beni alle spese
ministeriali tramite aste pubbliche, dove possono infiltrarsi i clan.
Eppure il premier va avanti. E per bocca di Maroni annuncia: “Ridurremo
la mafia a fenomeno rurale”.


















