“Gran Dio! Morir sì giovane, io che penato ho tanto!”

Abitualmente la scomparsa di una persona induce un grande dolore in quanti le sono stati vicini condividendone gioia e sofferenza, ore felici e momenti tristi, ogni lutto crea intorno un gran vuoto fisico ed affettivo, un vuoto che la memoria dei ricordi non riuscirà mai a colmare.
La fine della vita è un evento inesorabile ed ineludibile che riguarda tutti gli esseri viventi, ma non sempre essa giunge rispettando il suo tempo, il suo ritmo fisiologico. Qualche volta arriva prima della sua stagione, precocemente, stroncando un’esistenza ancora giovane, proiettata nel futuro e affamata di vita. La morte giovanile produce sempre un dolore indicibile, ma è ancora più sconfortante quando si verifica in modo improvviso e inaspettato a causa di una malattia a rapido decorso o di un evento traumatico. In questi casi, nei parenti e negli amici, il pathos della scomparsa prematura è molte volte amplificato dalla terribile angoscia indotta da un senso colpa, quasi sempre irrazionale. Quando vien meno un giovane, chiunque possiede un minimo senso di umanità non può non sentirsi coinvolto, empaticamente, nella sofferenza di coloro che gli sono stati vicini.
In questi giorni, a quanto ha riferito la stampa, c’è stato qualcuno che, pur rivestendo un alto ruolo istituzionale, davanti ad un giovane trentenne, gracile, sofferente e malato, deceduto –con molta probabilità- a causa delle violenze subite da parte di chi aveva il compito di prendersene cura, invece di esprimere un, sia pur formale, sentimento di pietas per la tragicità dell’evento, si è limitato a colpevolizzare la vittima.
Qualche volta le parole possono ferire come le pietre, la civiltà romana ci aveva insegnato che “non licet” incattivirsi contro chi è morto, ma per i barbari del terzo millennio, la pietas, è solo un optional. In certi paesi continuano a lapidare le adultere, da noi gli orgogliosi difensori della civiltà cristiana stanno cominciando a lapidare, sia pur metaforicamente, i morti.
Alla fine della “Traviata”, la giovane Violetta, distrutta dalla tisi e in procinto di morire, con l’ultimo fiato che le resta nel petto, riesce a mormorare “Gran Dio, morir sì giovane, io che penato ho tanto!”, pochi e brevi versi, immortalati dalle note del grande Verdi, ma che sono riusciti a trasmetterci tutta la sofferenza, lo sconforto e la disperazione di una giovane che muore nel fiore degli anni. Queste parole, concise e toccanti, hanno fatto piangere tutte le generazioni trascorse, non la nostra. In questi anni di merda, i nostri contemporanei non si commuovono più davanti al dolore degli altri, perché non nutrono alcun amore per il prossimo, i nostri contemporanei non si vergognano più davanti alle oscenità pubbliche private perché hanno perso il senso del pudore, i nostri contemporanei non si indignano più davanti alle “porcate” e alle “porcherie” prodotte nei palazzi del potere, perché non sanno più che cos’è l’onore. Mio Dio, come siamo caduti in basso!!!


















