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“SPARTACUS”: LA CAMORRA NON È INVINCIBILE

La Cassazione conferma le condanne del processo “Spartacus”, sferrando un colpo durissimo ai vertici del clan dei casalesi: con la legge sul processo breve ciò sarebbe stato impossibile – Il commento di Gelardi: “Ho pensato subito al pm Cantone”

Un risultato storico, un successo della giustizia in un Paese in cui qualcuno la vuole distruggere o piegare ai propri voleri. La Cassazione, il 15 gennaio scorso, ha confermato la sentenza emessa nel secondo grado del processo “Spartacus” contro il clan dei casalesi. Tutti respinti i ricorsi presentati dai 24 imputati e tutte confermate, dunque, le condanne, compresi i sedici ergastoli inflitti ad altrettanti boss storici del clan casertano che ha insanguinato la Campania e non solo. Il carcere a vita è stato inflitto, tra gli altri, a Francesco “Sandokan” Schiavone, Francesco “Cicciotto ‘e mezzanotte” Bidognetti e ai due boss latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria.

Un colpo durissimo, la giusta conclusione di un processo fondamentale, paragonabile al maxiprocesso di Palermo che nel 1986 portò alla sbarra i vertici di “cosa nostra”. Un processo iniziato nel 1998, con il primo grado che si è concluso sette anni dopo, con la sentenza pronunciata nel settembre del 2005. Il giudizio d’appello, invece, si è concluso nel 2008 con l’esito che, adesso, la Cassazione ha confermato. In totale quasi 11 anni di procedimento, 626 udienze, 508 testimoni ascoltati, 1.300 persone indagate, per cercare di azzerare i vertici di uno dei clan malavitosi più potenti e spietati, con un giro d’affari immenso che da Casal di Principe si dirama ed estende nel resto della Campania, nel Lazio e nel nord Italia, da Parma a Milano, al ricco nord-est. Una vittoria della giustizia che ha un significato molto forte, anche simbolico: un processo chiamato “Spartacus”, per testimoniare la volontà di un pool di magistrati di liberare la Campania dalla camorra.

Una camorra che domina, controlla, dirige una società i cui esempi positivi sono quasi sempre stati eliminati, costretti al silenzio, coperti spesso dal fango della delegittimazione, soffocati nel cuore di un’Italia che per anni non si è accorta o ha finto di non accorgersi dell’esistenza di una guerra terribile, in cui è stato versato sangue, in cui decine di innocenti sono finiti sul selciato per aver alzato la schiena, per aver rifiutato la logica di dominio dei clan. Alla notizia della conferma delle condanne, mi è venuto un pensiero immediato e nella mia mente hanno cominciato a scorrere nomi, volti, parole dette e scritte: don Peppino Diana, Giancarlo Siani, Domenico Noviello, Giuseppe Mascolo, persone che non si erano piegate, avevano denunciato, accusato, sperato in un mondo migliore, libero dalla schiavitù della paura imposta dalla camorra.

Ma il mio pensiero è andato anche a tutte quelle vittime innocenti uccise per sbaglio, per scambio di persona, da pallottole vaganti; uomini, donne, bambini strappati alla società civile, alle famiglie, agli affetti, al senso di legalità di uno Stato che non c’era, non si vedeva e ancora non c’è e non si vede tra i vicoli di Napoli, a Casal di Principe, a Mondragone, a Torre Annunziata. Così hanno cominciato a scorrere nella mia mente i nomi di Annalisa Durante, Silvia Ruotolo, Antonio Landieri, Gigi Sequino, Paolo Castaldi, la piccola Simonetta Lamberti, i sei africani trucidati a Castel Volturno. Nomi, storie che soltanto adesso vengono fuori, diventano patrimonio di un’intera nazione che per anni ha girato lo sguardo, preferendo rivolgere solo i propri pregiudizi e stereotipi, ignorando e lasciando solo chi dal basso lottava, giorno per giorno, per cambiare le cose, per affermare la legalità, senza paura, senza tornaconti personali.

Tragedie umane negate, consegnate all’oblio, fino a quando Roberto Saviano (a lui è andato il mio primissimo pensiero) non ci ha consegnato la verità, facendo sgranare gli occhi a buona parte degli italiani, spezzando il silenzio inspiegabile della stampa nazionale. “Gomorra” ha contribuito a distruggere la strategia dei casalesi, basata sulla lupara bianca, sugli affari “tranquilli”, sul sangue versato in un clima di silenzio e di omertà, di complicità politiche e imprenditoriali pesantissime. Saviano ha acceso i riflettori sulla camorra, l’ha spogliata delle sue “protezioni”, ne ha strappato l’immagine di eterna invincibilità che non corrisponde al vero, come confermano l’esito del processo “Spartacus” ed il lavoro immenso di magistrati come Raffaele Cantone.

Le istituzioni sono state costrette a guardare la realtà che avevano contribuito a costruire. Sono state costrette ad intervenire, anche se poi continuano ancora nel loro gioco di potere, nella cura spasmodica dei propri interessi, perseguiti a danno dei cittadini. Ultimo esempio di ciò è la riforma della giustizia e il tentativo di instaurare il cosiddetto “processo breve”, un favore fatto ai clan e ai criminali di ogni genere. Persino il processo “Spartacus” non sarebbe giunto a questo grande risultato se fosse stata in vigore la legge sul processo breve.

Cosa accadrà se la Camera approverà il testo già passato in Senato? Lo spiega lo stesso Roberto Saviano, su Repubblica: “Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo ‘Spartacus’, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all’ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria”.

Ecco allora che continua a ripetersi quello scenario in cui, mentre la magistratura, nonostante i pochi mezzi, opera e lavora con dedizione e impegno, c’è un governo che, per salvare qualche potente, distrugge sempre di più quell’edificio fondamentale chiamato giustizia. A pagare alla fine saranno sempre i cittadini, le vittime, i familiari delle vittime, tutti sacrificati in nome del “supremo” interesse pubblico che ormai coincide con quello privato di qualcuno che sta in alto. E intanto la lotta continua, le indagini proseguono, c’è da scovare due pericolosi latitanti nascosti come vermi nel ventre dei propri feudi, ci sono vittime a cui bisogna ancora rendere giustizia, familiari sconsolati a cui dare risposte.

E quelle vittime hanno nomi, cognomi, storie che vengono alla mente ogni volta che un pezzo di giustizia trionfa in questo Paese di misteri ed infinite ingiustizie. Nomi da ricordare, da celebrare, storie da raccontare, come fa egregiamente un libro che è anche un pezzo teatrale: si intitola “La Ferita” (Editore: A sud dell’equatore, 2009) e, attraverso vari autori, ci descrive in modo crudo e toccante la vita e la fine ingiusta di tante vittime innocenti di camorra. È un pugno allo stomaco che ti colpisce, ti fa sentire l’offesa del silenzio che amplifica l’orrore della morte, ti costringe a interrogarti sul perché solo adesso queste cose le cominciamo a conoscere tutti. Lo ha curato Mario Gelardi, regista teatrale di “Gomorra”, direttore artistico del festival di teatro civile “Presente indicativo” e della rassegna “Teatri della legalità”, nonché amico di Roberto Saviano.

Proprio a Mario Gelardi ho chiesto un commento su ciò che “Spartacus” rappresenta per chi come lui difende la memoria attraverso il teatro (ora anche con un libro) e tramite l’impegno concreto in un cammino di legalità che coinvolge centinaia di giovani: “Quando ho sentito parlare per la prima volta del processo ‘Spartacus’ ero seduto di fronte a Roberto Saviano, a pranzo in una trattoria napoletana. “Gomorra” non era ancora uscito ed io sapevo davvero poco di quello che poi sarebbe venuto ai clamori della cronaca come il clan dei casalesi. Qualche tempo dopo, quando è iniziata l’ultima fase del processo, come spesso accade con Saviano, la cronaca giudiziaria ha invaso la sua vita, con le minacce subite da lui, dalla giornalista Rosaria Capacchione e dal magistrato Raffaele Cantone, che hanno reso la loro vita ancora più difficile. Quel giorno ho pensato come fosse possibile che in un tribunale italiano, due latitanti, potessero così apertamente lanciare minacce”.

Gelardi poi mi racconta la sua immediata reazione alla notizia della sentenza della Cassazione: “Raffaele Cantone è un uomo generoso, pacato, che parla a voce bassa e con frasi brevi ma importanti, ed ho proprio pensato a lui quando quel processo, di cui è stato il primo pm, si è concluso con la conferma di tutti gli ergastoli. Quel giorno ho incontrato per caso l’ex sindaco di Casal di Principe, Renato Natale; ero particolarmente emozionato di conoscere un uomo di cui mi ha sempre parlato Roberto, portandolo come esempio. Renato Natale mi ha detto che il giorno prima aveva brindato con una bottiglia di vino ed insieme abbiamo sperato di poter brindare presto in compagnia di Roberto”. E con loro brinderanno, anche solo idealmente, tutti coloro che credono ancora nella giustizia.

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Travaglio - Servizio P. 9/02/2012

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