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A CHI HA POCO DA FESTEGGIARE

Ai margini di questo clima di festa, con la sua bontà di facciata e il suo solito consumismo, c’è la rabbia silenziosa di migliaia di persone e di una generazione a cui ogni giorno viene negato il proprio futuro

In un noto sito che si occupa di ricerca di lavoro, mi è capitato di leggere un biglietto di auguri destinato a tutti i lavoratori e a quelli che vogliono cambiare lavoro. Mi è venuto subito da pensare: e a noi che non siamo lavoratori e che vogliamo trovare un lavoro? Non che un augurio possa cambiare la situazione, però ciò dà lo spunto per una riflessione sulla condizione di tutti noi che passiamo le giornate a spedire curricula, a lasciarli alle agenzie di lavoro, ad iscriverci a siti di ricerca di occupazione, a telefonare, a fare colloqui ripetuti ed inutili, in cui con i metodi più vari cercano di capire persino se soffri di stomaco… Battute a parte, l’accesso al lavoro in Italia, e specialmente al Sud, è davvero diventato un problema insostenibile, che nessuna formazione politica sembra porre al primo posto. Invece di insultarsi per un risultato elettorale, per la vigilanza Rai, per la giustizia, dovrebbero forse pensare un po’ di più ad una generazione confinata ai margini, costretta a sopravvivere e ad accontentarsi, senza potersi assolutamente permettere nemmeno di pensare al proprio futuro. La riforma della giustizia e la vigilanza Rai sono due questioni importanti, per carità, perché sono elementi di un acceso dibattito sulla struttura democratica che questo governo vuole mettere in ginocchio, ma non sono priorità in nome delle quali sacrificare il domani di migliaia di persone e quello delle generazioni che seguiranno. Lavoro. Questa è la parola-argomento che tutti hanno perso di vista, a partire da quei partiti di sinistra che storicamente hanno rappresentato un mondo che oggi sembrano aver completamente dimenticato. Siamo davanti ad una situazione drammatica, con una classe politica sorda, indifferente, arrogante, che si pone come primo obiettivo quello di favorire banche ed imprese, cioè quei soggetti responsabili di questo stato di cose. È bello parlare di imprese sane, ancor più bello sentir parlare di aziende ed associazioni di categoria che si mettono in prima fila contro il pizzo e la mafia, ma è poi deprimente vedere come l’intero mondo produttivo italiano non crei opportunità concrete per i giovani, specialmente quelli più qualificati. Nelle nazioni civili, i giovani competenti e preparati sono coloro che finiscono con il formare le classi dirigenti, quelle da cui l’intero sistema Paese può trarre vantaggio in termini di progresso e sviluppo. In Italia non è così: vanno avanti solo coloro che fanno parte di potentati o di famiglie notabili, di meccanismi clientelari, di strutture di partito. Replicanti di un sistema perverso che si autoalimenta in modo spietato alla faccia di coloro che si sbattono ogni giorno per riuscire ad entrare nel mondo del lavoro o ad emergere con le proprie forze, in maniera libera. La grande impresa italiana, quella sana e trasparente, è parte integrante di questo meccanismo, perché non dà occupazione reale, perché sfrutta selvaggiamente la flessibilità introdotta dall’applicazione di una legge (la legge 30 o legge Biagi, che non era ancora completa perché non prevedeva misure di tutela sociale e regole di comportamento del mondo imprenditoriale) per arricchirsi sulle spalle dei lavoratori, pagati poco rispetto all’immenso lavoro che viene loro richiesto. Ovviamente non c’è quasi mai rispetto dei titoli, del curriculum, del tipo di studi, dell’esperienza professionale. Anzi, e parlo per esperienza diretta, ti capita pure di trovare banche che se hai un voto di laurea superiore al 104 (con 110 e lode sei spacciato) non ti fanno accedere nemmeno al colloquio. Sembra impossibile ma è così. Il motivo? Secondo studi statistici (la statistica non è una scienza perfetta, ma alle imprese va bene così) chi ha un voto superiore al 104 è più probabile che decida di cambiare lavoro presto. È più ambizioso, insomma. E nell’Italia dei mediocri, l’ambizione sana e legittima di chi ha fatto sacrifici è come una specie di peste da debellare. Ma l’accesso al lavoro non ha per tutti lo stesso grado di difficoltà. Perché tra tutti c’è sempre chi sta peggio: se non hai soldi da spendere o investire e non puoi permetterti un master o uno stage non retribuito, sei spacciato, anche perché le pochissime borse di studio che vengono messe in palio sono assegnate dopo il pagamento della retta d’iscrizione. E se vivi al Sud e devi spostarti su per seguire un master non ci sarà nessuno che ti pagherà vitto e alloggio. Ed allora, o hai i soldi o hai ancora meno possibilità degli altri. Un vero esempio di welfare rovesciato. E allora cosa ti rimane da fare? Entrare in una bella finanziaria o in un assicurazione, lavorare a provvigione facendo i giri porta a porta, oppure andando a fare recupero crediti, oppure sederti in un call-center a telefonare al popolo per proporre la qualsiasi, o fare il commesso in un centro commerciale, ecc. Tutti lavori rispettabili, ma che possono essere svolti senza bisogno di una laurea. Non è snobismo, ma è logico che in un Paese normale chi ha studiato e ha speso più anni degli altri per qualificarsi dovrebbe essere premiato. E questo vale anche nel settore della ricerca, in cui non esiste meritocrazia, ma solo rapporti di potere, ed è raro riuscire ad andare avanti senza avere alle spalle chi ti protegge. E vale anche nel mondo della stampa, dove nessuno ti assume e tutti ti sfruttano, facendoti scrivere per anni gratis, senza pagarti nemmeno un rimborso spese. In Grecia i giovani sono scesi in piazza con tutta la rabbia che hanno accumulato davanti ai tagli alla scuola, allo stato sociale, alla ricerca, mentre il governo regalava milioni di euro alle banche, le principali responsabili della crisi. In Italia c’è stata un’onda, osteggiata, derisa, snobbata, che ha fermato una riforma ingiusta ma che non ha creato quella stessa forza rabbiosa, dura, che sarebbe necessaria per spezzare i tentacoli di un gigante mostruoso, un sistema generale che quotidianamente soffoca l’Italia. Allora, nella speranza che ognuno di quelli che si trova nella mia stessa situazione non perda la rabbia mutandola in rassegnazione, vorrei augurare delle bruttissime feste a tutti coloro che tengono sotto scacco un’intera generazione; alla classe politica sempre più distante e farsesca, sempre più difficile da tollerare, e sempre più corrotta; ai titolari delle imprese che sfruttano i lavoratori spremendoli fino all’osso e pagandoli una miseria, facendoli lavorare in condizioni di sicurezza terribili, mentre loro vanno in giro in Suv e lavano nell’oro e nel lusso la loro sporca coscienza e la loro indifferenza; ai selezionatori del personale che ti costringono a decine di colloqui, alcuni davvero assurdi, usando tecniche ridicole mutuate dalla psichiatria e dai risultati inattendibili per quel che concerne l’ambito lavorativo; ai sindacati, assenti colpevoli, complici silenti di questo sistema, lontani mille miglia dai giovani e dai lavoratori, ligi soltanto alle regole che servono a creare situazioni di potere; ai mafiosi che con la loro cappa asfissiante riducono le possibilità di sviluppo e di occupazione; alla gente che accetta tutto, che non protesta perché “non serve a niente”, che ti definisce un cretino se racconti di non avere accettato una raccomandazione, che vota coloro di cui poi si lamenta, che lecca i piedi ai potenti di turno in cambio di favori e di elemosina. Cattive vacanze a tutti quei giovani che si mostrano indifferenti, che non solidarizzano con chi protesta, con chi cerca di fare qualcosa anche per loro e per i loro figli, che pensano solo a sé stessi e non gliene frega niente di come va il mondo. Cattive vacanze a chi sfrutta gli immigrati, approfittando della loro solitudine, della non conoscenza della lingua e delle leggi, della non sindacalizzazione, del bisogno. Cattive vacanze a tutti loro, nella speranza che l’anno che verrà possa sovvertire l’attuale situazione.

 

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Commento di Barbara Fois

Inviato da mariaricciardig il 22/12/2008 08:57
Caro Massimiliano, ho letto con emozione il tuo pezzo così amaro e accorato. E così vero. hai ragione: questa casta odia i giovani e cerca in ogni modo di prolungare la loro adolescenza, perchè far crescere una nuova classe dirigente vorrebbe dire dividere il potere o comunque limitarlo e in ogni caso cederlo a coloro che verranno dopo. Nel suo delirio di onnipotenza questa gente è convinta di essere eterna ed è così egoista, così meschina e avida di potere, che ha stravolto perfino il sistema elettorale, blindandosi e togliendo le preferenze dirette. Non vi danno possibilità di crescere e di affermarvi, non vi danno la possibilità di avere un lavoro e dunque di avere una casa vostra, una famiglia, vivendo in autonomia e in libertà. E poi magari vi irridono chiamandovi "bamboccioni". Non vi danno la possibilità di avere un futuro e nemmeno una vecchiaia serena, perchè non potrete mai andare in pensione. Siete i nuovi schiavi, non potrete mai essere dei professionisti, perchè dovrete saltare da un lavoro all'altro, sempre sotto lo schiaffo di restare disoccupati. Ho vissuto questa tragedia direttamente, come genitore e come professore universitario, laureando ogni anno decine di giovani intelligenti e capaci, pieni di idee e di sogni e vedendoli anno dopo anno intristirsi nella ricerca di un lavoro e poi rassegnarsi nella disperazione. E così l'anno scorso a novembre me ne sono andata in pensione, perchè non potevo più sopportare l'idea di essere complice di una gigantesca, ignobile truffa ai danni di una intera generazione. L'unica cosa che posso dire a te e a tutti i giovani è: non rassegnatevi mai, non mollate mai, continuate a combattere, a protestare, a chiedere quello che è giusto. Resistete, resistete, resistete!! Noi ci siamo, siamo con voi, ricordate anche questo: non siete soli.
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