A Mirabello la politica, ad Arcore la comica finale

All’indomani di Mirabello dove Gianfranco Fini ha spazzato via quel che restava del partito dell’amore e cascami connessi, la risposta “politica” della coppia scoppiata Berlusconi Bossi è la richiesta formale al presidente della Repubblica delle dimissioni del nemico da presidente della Camera, ruolo che non potrebbe ricoprire in quanto fondatore di un nuovo partito politico.
Sembra di sognare, ma per i costituzionalisti già da baita e da porcile che rivendicano tra l’altro la bontà del porcellum usato puntualmente come bastone e carota da Berlusconi per agganciare eventuali finiani in bilico, togliere uno da dove è stato messo perché non più funzionale agli interessi di che ce l’ha messo è cosa che va da sé e non va spiegata.
Ma insieme all’arroganza e alla gestione tribale del potere che di per sé non sono due grandi novità spicca l’astuzia ipocrita e meschina di due capipopolo, nell’accezione più deteriore, che temono massimamente quello di cui si sono sempre riempiti la bocca e su cui hanno fondato la loro tracotanza e prepotenza politica: il giudizio degli elettori. Anzi per essere più precisi i componenti della coppia coatta, costretta a muoversi all’unisono per dare ai propri elettori la percezione di una granitica compattezza nel debellare il nemico-traditore Fini e per presentarsi uniti nella campagna elettorale di fatto già iniziata, non hanno nei confronti del ricorso al voto lo stessa propensione.
Se per Bossi, che pure l’avrebbe evitato per concentrarsi sullo specchietto per allodole del federalismo in nome del quale far ingoiare di tutto ad un elettorato provato da scandali e impunità, le urne sono allo stato dei fatti un’allettante opportunità tanto che avrebbe voluto fissare la data del voto già a fine novembre, per il PDL indebolito in Parlamento, contestato nelle piazze, messo a nudo dallo “sdoganato ingrato”, costituiscono un rischio senza precedenti, nonostante lo stato confusionale permanente del PD e la potenza di fuoco mediatica del padrone anche se dimezzato.
La richiesta perentoria e penosa uscita dopo tre ore di conclave arcoriano da recapitare a Napolitano affinché pretenda le dimissioni del fedifrago da presidente della Camera assomiglia alla richiesta al preside di rimuovere il capoclasse che ha fatto il suo dovere da parte di due scolari pestiferi finiti nell’elenco dei cattivi: un inestricabile mix di protervia istituzionale, impotenza politica, ignoranza costituzionale.
Intanto potrebbero anche incaricare l’inesauribile Ghedini-Stranamore di confezionare hic et nunc il testo per un decretino pret à porter per abrogare la presidenza della Camera e attivare tramite Dell’Utri, in una pausa dalla sua farlocca esegesi mussoliniana, il vecchio ma vigile Flavio dal carcere perché si muova da subito per orientare la Consulta affinché dia un bel visto di piena costituzionalità al provvedimento spazza-Fini.
Lo scenario è più che mai avvincente e l’opportunità di liberarsi dal peggiore ciarpame pseudo- politico che ci sta ammorbando da quasi un ventennio sembra a portata di mano, con un finale comico superiore a qualsiasi aspettativa.
Ma per quanto loro facciano e sappiamo per certo che possono fare ancora molto per ridicolizzarci agli occhi del mondo e per disgustare persino gli elettori ipnotizzati dall’imbonimento permanente delle reti e dei giornali di famiglia (più i volonterosi trasversali di complemento), sappiamo altrettanto bene che hanno di fronte un’ opposizione pressoché inesistente, divisa su tutto in cui spicca un cosiddetto PD più che mai impegnato a confrontarsi con la seconda carica dello Stato, quella sì notoriamente super partes e di apertissime frequentazioni, e a bollare come squadrista chi pretenderebbero di avere un presidente del Senato con un passato al di sopra di ogni sospetto e soprattutto senza contatti o rapporti accertati con soggetti mafiosi.


















