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Che avrebbe scritto il Belli?

A noi ce sarveranno le mignotte

Gira per il web un sonetto in romanesco molto divertente firmato Giuseppe Gioachino Belli. Ovviamente è di qualche bello spirito che ha fatto uno scherzo: quando Belli scriveva l’Italia era ancora un sogno da realizzare e non c’erano ancora Atenei che vedevano partire i “cervelli” per altre nazioni.

Ma certo erano tempi brutti anche i suoi, eccome!!Tempi terribili, corrotti e oscuri, su cui nei suoi sonetti fa parlare i romani, col loro dialetto così colorito e denso di significati.

Nella sua introduzione del 1831 alla pubblicazione dei suoi sonetti ( ben 2200, raccolti in 4 volumi di 600 pagine ciascuno, nella edizione della Feltrinelli!) il Belli scrive “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma. In lei sta un certo tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costrume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo.....i nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica, come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica, perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fittizie...” e anche questo sonetto che gira per il web è nella la tradizione romana delle pasquinate e in quella degli spiriti romani dei sonetti del Belli, che - siamo certi – avrebbe certamente sorriso leggendolo

A NOI CE SARVERANNO LE MIGNOTTE

Mentre ch'er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che so' finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna
 
Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e  l'atenei nun c'hanno più quadrini
pe' la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi
 
Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni so' sempre ppiù basse
 
Una luce s'è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano
A noi ce sarveranno le mignotte
 

E a questo proposito, visto che parliamo di mignotte e di poeti in dialetto romanesco, fateci citare anche Trilussa:

 

LA CECALA D'OGGI ( 1922 )

Una Cecala,che pijava er fresco
all'ombra der grispigno e de l'ortica,
pe' da'la cojonella a 'na Formica
cantò 'sto ritornello romanesco:
- Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
- Eh!da qui ar bel vedé ce corre poco:
- Rispose la Formica -
nun t'hai da crede mica
ch'er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verrà la tramontana:
commare,stacce attenta...-
Quanno venne l'inverno
la Formica se chiuse ne la tana;
ma,ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: - Ancora canti?
ancora nu'la pianti?
- Io? - fece la Cecala - manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mo'ciò l'amante:me mantiè quer Grillo
che 'sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi?l'onestà?Quanto sei cicia!
M'aricordo mi'nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n'ha due?Chi se la leva.

 

Azioni sul documento

commento a poesia del "Belli"

Inviato da alex67 il 03/02/2011 01:19
Un sonetto sbagliato in romanesco maccheronico... comunque carino ma non certo del Belli...

ER VIZZIETTO

Chi più chi meno cià quarche vizzietto,
c'è l'ha puro la gente più normale,
da quelo de fumà, ch'er più banale,
ar gioco, a spippettà, a fasse un cicchetto.

Ma er vizzio poi nun è pe tutti uguale
è un po' come la legge: co rispetto,
fatto da chi governa fa più effetto
e ancora peggio si governa male.

Ner senzo che er politico avvizziato
se ortre a dolori ce darebbe gioie,
nun scannalizzerebbe ner privato.

E invece 'sto balordo, porco cane,
spenne li sòrdi nostri a transe e troie...
ner mentre che l'Itaja e va a puttane.
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