Allerta!!!

Dopo tante leggi ad personam/s per Silvio B., eccone una per i fedelissimi di Umberto B.,
in nome della par condicio. La norma è ben nascosta in un decreto
omnibus che entra in vigore fra pochi giorni, il 9 ottobre: il Dl
15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col
titolo “Codice dell’Ordinamento Militare”. Il decreto comprende la
bellezza di 1085 norme e, fra queste, la numero 297,
che abolisce il “Dl 14.2.1948 n. 43”: quello che puniva col carcere da
1 a 10 anni “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige
associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche
indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni
di violenza o minaccia”. Il trucco c’è e si vede: un provvedimento che
abroga una miriade di vecchie norme inutili viene usato per camuffare
la depenalizzazione di un reato gravissimo e, purtroppo, attualissimo.
Chissà se il capo dello Stato, che ha regolarmente firmato anche questo
decreto, se n’è accorto. L’idea si deve, oltreché al ministro della
Difesa Ignazio La Russa, anche al titolare della Semplificazione
normativa, il leghista Roberto Calderoli. Che cos’è
venuto in mente a questi signori, fra l’altro nel pieno dei nuovi
allarmi su un possibile ritorno del terrorismo, di depenalizzare le bande militari e paramilitari di stampo politico?
Forse
l’esistenza di un processo in corso da 14 anni a Verona a carico di
politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la
Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel
1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale Padana”,
con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della
secessione. Processo che fino a qualche mese fa vedeva imputati anche
Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che
erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente
Calderoli. In origine, i capi di imputazione formulati dal procuratore
Guido Papalia sulla scorta di indagini della Digos e di copiose
intercettazioni telefoniche, in cui molti protagonisti parlavano di fucili e armi varie,
erano tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e
all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare
fuorilegge. Ma i primi due, con un’altra “legge ad Legam”,
furono di fatto depenalizzati (restano soltanto in caso di effettivo
uso della violenza) nel 2005 dal centrodestra ai tempi del secondo
governo Berlusconi. Restava in piedi il terzo, quello cancellato dal
decreto La Russa-Calderoli.
I leader leghisti rinviati a
giudizio si erano già salvati dal processo grazie al solito voto
impunitario del Parlamento, che li aveva dichiarati “insindacabili”,
come se costituire una banda paramilitare rientrasse fra i reati di
opinione degli eletti dal popolo. Papalia ricorse alla Corte
costituzionale con due conflitti di attribuzioni fra poteri dello Stato
contro la Camera, ma non riuscì a ottenere ragione. Restavano imputate
36 persone, fra le quali Giampaolo Gobbo, segretario della Liga Veneta
e sindaco di Treviso e il deputato Matteo Bragantini. Ma ieri, nella
prima udienza del processo al Tribunale di Verona, si è alzata
l’avvocatessa Patrizia Esposito segnalando ai giudici che anche il
reato superstite sta per evaporare: basta aspettare il 9 ottobre e tutti gli imputati dovranno essere assolti per legge.
Stupore generale: nessuno se n’era accorto. Al Tribunale non è rimasto
che prenderne atto e rinviare il dibattimento al 19 novembre, in attesa
dell’entrata in vigore del decreto. Dopodiché il processo riposerà in
pace per sempre.
Le camicie verdi e i loro mandanti possono dormire
sonni tranquilli. Il Partito dell’Amore, sempre pronto a denunciare il
“clima di odio che può degenerare in violenza”, ha depenalizzato la
banda armata. Per l’“associazione a delinquere dei magistrati”
denunciata da B., invece, si procederà quanto prima alla fucilazione.


















