Amministrative del 16 maggio: un calcio in faccia
Formidabile batosta a Berlusconi. Vendicato il 14 novembre. Punita la demonizzazione della magistratura. Altolà alla riforma costituzionale. Vendola si sublima e nasce il vendolismo. Il PD non è allo sbando. Bossi non giubila, Fini nemmeno e anche Grillo può servire a qualcosa.

16 maggio: è difficile sottrarsi a una certa sensazione di giubilo che si fa strada davanti a questi risultati. C’è il sentore che Berlusconi sia finito.
E’
inutile aspettare i ballottaggi per giudicare il peso politico di
questa consultazione. Qualunque sia l’esito del secondo turno,
l’effetto-bomba di questa prima tornata resterà incancellabile. Non ha
esagerato Bersani, che è uno che non esagera mai, quando ha detto con
aria molto sicura che, da domani, la situazione politica è cambiata e
nulla sarà più come prima. Improvvisamente, le elezioni anticipate
tornano ad essere una prospettiva possibile.
Veniamo
da mesi in cui la spericolata operazione di riconquista della
maggioranza parlamentare seguita al 14 novembre aveva conferito a
Berlusconi una posticcia aura di imbattibilità che pesava come una cappa
di piombo sul paese, dove quella maggioranza non c’era.
Poi
l’uomo ha compiuto quello che è stato forse lo sbaglio più grosso della
sua vita, quando ha messo in gioco tutto se stesso e tutta la sua parte
politica nelle elezioni di Milano. Lì la catastrofe non poteva essere
peggiore: con circa otto punti di scarto a favore di un Pisapia così
prossimo alla maggioranza assoluta, sarebbe davvero un miracolo se la Moratti
prevalesse al ballottaggio. E a quel punto, sarebbe comunque un
miracolo di poco peso. Di grande peso è invece il risultato personale
del candidato consigliere Berlusconi, che è lontano anni luce dalle
53.000 preferenze che incautamente si era dato come obiettivo.
Difficilmente potrà ancora ripetere come un disco rotto che gli italiani
sono con lui. Gli italiani gli hanno dato un calcio in faccia.
Perché
la catastrofe non è soltanto milanese, la disfatta è generale e
pesantissima su tutti i fronti. La destra resta arrocata in patetiche
ridotte come Treviso, Vercelli, Catanzaro, Campobasso, mentre il
centro-sinistra le infligge distacchi siderali nella padanissima
metropoli di Torino. Nella critica situazione di Napoli, dove tutto
sembrava favorire l’opposizione alla giunta uscente, Lettieri non
agguanta il 40% e la somma dei suoi due avversari lo supera di quasi
dieci punti. E a Bologna, che sembrava contendibile, la contesa è
risolta al primo turno.
Per
di più una disfatta di questa portata, e questo è un aspetto tutt’altro
che secondario, è destinata ad avere un impatto pesante sulla psiche
del capo dei capi: il quale ha davvero un temperamento eroico, e tenterà
certamente di reagire, ma ha anche un disperato bisogno di sentirsi
amato. Finché riesce a illudere se stesso e il mondo di essere oggetto
di una generale infatuazione proporzionata ai suoi immensi meriti, la
sua commedia può reggere. Ma la verità che queste elezioni testimoniano è
che Berlusconi è riuscito a farsi odiare assai più intensamente di
quanto sia riuscito a farsi amare. Guardandosi allo specchio la mattina,
vedrà la faccia di un uomo detestato. Davanti a questi numeri, il colpo
inferto alla sua sconfinata vanità e al suo orgoglio smisurato può
diventare difficile da sopportare.
Dunque
c’è da sperare che il tramonto di questo mito impresentabile sia ormai a
portata di mano. Gli altisonanti progetti di riforma costituzionale
propugnati al culmine della campagna elettorale milanese sono stati
sonoramente bocciati e si può sperare che l’intero capitolo
costituzionale si eclissi dall’orizzonte di questa legislatura e finisca
nell’armadio degli incubi evaporati.
Ma
c’è dell’altro in questa vittoria. I risultati sono altamente positivi
anche sul piano della ricomposizione di un’opposizione capace di
vincere. Non è stata una vittoria del PD, e questo è positivo, perché è
un grosso colpo all’ipotesi bipartitica e dimostra che senza alleanze
non si va lontano. Ma è bene che il successo di Fassino compensi la
messa in ombra del partito a Napoli e a Milano, perché in questo
momento, piaccia o non piaccia, il PD è un punto di riferimento
insostituibile.
E’
molto bene che De Magistris sia passato al ballottaggio a Napoli,
perché dimostra che la gente non si è fatta infinocchiare dalla
spasmodica demonizzazione del dipietrismo che ha imperato a martello in
tutti i media, e soprattutto dalla demonizzazione berluscaniana della
magistratura. Questo garantisce all’alleanza una componente
significativa che stia a sentinella della legalità. Ed è altamente
positivo che vinca a Milano un vendoliano, perché lascia sperare che
cresca una componente di sinistra autentica, ma altamente ragionevole e
attendibile come forza di governo. Il successo di Pisapia, e forse
quello futuro di Cagliari, segnano un passaggio a qualcosa di nuovo
anche su questo fronte. Con queste elezioni, in un certo senso, Vendola
si sublima e nasce il vendolismo. Che può diventare un modo di pensare
che non si esaurisca nell’epifania di un capo, ma, contrapponendosi
anche in questo radicalmente al berlusconismo, rifiuti il mito della
personalità e metta in primo piano le scelte di indirizzo politico,
coinvolgendo una pluralità di soggetti e di leader che si riconoscono in
un orientamento deciso, nitido e privo di ambiguità e tentennamenti.
Anche una componente così fatta è indispensabile in uno schieramento che
vinca.
Sull’altro
fronte è altrettanto confortante il sostanziale insuccesso della Lega,
che sperava di guadagnare dall’eventuale debolezza del capo e vede
svanire, almeno per il momento, queste speranze. Il disappunto di Bossi
non ci addolora.
Non
so invece se sia molto positivo il sostanziale insuccesso del Terzo
Polo e in particolare di Fini. Si poteva sperare che questa presenza
servisse a sottrarre più voti alla destra, consentendo di immaginare un
futuro in cui queste forze non estremiste possano diventare calamita per
quell’elettorato moderato che, prima o poi, abbandonerà in massa
l’estremismo para-fascista di Silvio Berlusconi.
Mi
sento invece di giudicare del tutto positivo il discreto successo dei
famigerati grillini, che, al di là delle esasperazoioni e degli
strabismi, rappresentano un modo di sentire che deve essere ascoltato e
non demonizzato. Perché additano un rischio reale, che è quello di una
collusione generale fra élites politiche contrapposte, volta a tutela
degli interessi di casta. E’ un rischio che in Italia si è già
materializzato in varie forme. Questa presenza, soprattutto se diventerà
un po’ più ragionevole e posata, può contribuire a scongiurarlo.
Oggi
dunque ci sono tutte le ragioni di brindare. Da domani c’è da pensare
al futuro. La strada è ancora lunga, e irta di pericoli.

















