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Armi al popolo

Dal primo gennaio 2012 scatta una liberalizzazione: più armi per tutte e tutti. E senza noiosi registri

Si tratta di un bel passo avanti dell’Italia verso l’americanizzazione (nel senso di «Bowling Columbine»).

L’11 novembre un articolo introdotto nella «legge di stabilità» ha cancellato il Catalogo nazionale delle armi, che era stato introdotto nel 1975 con la legge 110, per sapere – e in teoria tenere sotto controllo – chi aveva armi, munizioni, esplosivi.

Reazioni? Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil (sindacato di polizia) ha protestato spiegando fra l’altro che «così sparirebbe la distinzione fra armi comuni da sparo e armi da guerra, liberalizzando le seconde di cui oggi è vietata la vendita». E’ preoccupata anche la Rete italiana disarmo. Si dice in disaccordo il Pd. Qualche articolo (brevissimo, perlopiù senza commenti) sui quotidiani e via… Che io sappia non se ne parla più.

Ha scritto Giulio Marcon (su «il manifesto» del 12 novembre) che la notizia è molto preoccupante. Non solo il Catalogo era uno strumento utile ma anzi bisognerebbe «rendere più difficile l’ottenimento del porto d’ami e raddoppiarne il costo, destinando i ricavi alla riconversione dell’industria delle armi». Che un decreto pro lobby delle armi sia fondamentale «per stabilità e sviluppo» la dice lunga sulla nostra situazione.

Aggiungo qualche elemento in più, consapevole che il discorso va però approfondito. E di fretta visto che dal 1 gennaio il Registro non esisterà più.

Nei giorni scorsi ho letto un libretto (esiste in versione cartacea con Scriptaweb ma si può anche scaricare dalla rete) di Massimo Tettamanti. Si intitola «Armi da fuoco: tendenze e contraddizioni italiane».

Il libro «rende conto delle centinaia di vite spezzate, nel corso degli anni, uccise da colpi di pistola o di fucile». Denuncia apertamente «la responsabilità della Politica rispetto alla scelta di non intervenire dal punto di vista legislativo su un fenomeno che, almeno in parlamento, deve essere già conosciuto».

Come scrive Tettamanti «quasi un italiano su dieci possiede un’arma da fuoco» e tutti gli studi «dimostrano che a un aumento del numero di armi corrisponde, in maniera quasi perfettamente lineare, un aumento dei morti. In Italia, già adesso, il 43,2 per cento dei femminicidi viene commesso con un’arma da fuoco».

Il libro racconta della situazione negli Usa, delle ricerche scientifiche europee, delle «categorie armate», dei cosiddetti «conflitti di interesse», delle «contraddizioni». Ma è anche un lungo, dolorosissimo elenco di molti dei delitti commessi in Italia negli ultimi anni: “non notizie” cioè molto spesso ignorate o minimizzate dai media. Ed è un appello ad agire. Reso ancora più urgente dalla decisione dell’11 novembre.

Azioni sul documento

Liberalizzazione delle armi !!!

Inviato da gquattrocchi il 06/01/2012 10:09
Apprendo questa notizia solo oggi, e ne sono grato a Daniele Barbieri e a Liberacittadinanza.
In questi anni di "berlusconismo" l'unica industria italiana che ha visto incrementare il proprio fatturato, e l'export è stata proprio quella delle armi, questo regalino, da parte del governo uscente se lo è proprio meritato! Negli Stati Unuti, patria della libertà e della civiltà, nonchè modello per il nostro ex-premier, la prima causa di morbilità e mortalità giovanile (da 0 a 21 anni) è rappresentata dalle "ferite d'arma da fuoco"! Chi vivrà, pardon, chi sopravviverà vedrà !!!

Pippo Quattrocchi - Liberacittadinanza Acireale
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