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BAGNOLI E POMIGLIANO D'ARCO...

A Pomigliano d'Arco si intravede una specie di terra di nessuno, dove a breve potrebbe imperversare, tra i più biechi ricatti, un capitale d'accatto ed avventuriero

Per capire quanto accade e accadrà a breve per lo stabilimento FIAT di Pomigliano d'Arco, da più parti (precisamente da politici ed opinionisti) si evoca la vicenda dell'Ilva - Italsider di Bagnoli di Napoli, dismesso in maniera definitiva a metà anni novanta. Affidando, in un qualche modo, queste due realtà produttive ad un stesso destino.

Corretto l'accostamento tra esse, soprattutto in riferimento al progressivo ed inarrestabile depauperamento industriale degli ultimi anni, nell'area campana. Anche se, l'evocare l'epilogo non felice dello stabilimento di Bagnoli, a proposito della sorte di Pomigliano, nasconde, in alcuni casi, l'intento malevolo di addossare alla FIOM la responsabilità della chiusura dell'impianto napoletano. Ma a chiudere quest'ultimo non furono le strategie della FIOM ad essere miopi, fallimentari ed alla fine del tutto distruttive, in quanto troppo fondamentaliste. La chiusura infatti, venne sancita per via politica ed in maniera inusuale. Per decreto governativo. Precisamente quello del ministro Fracanzani, che di imperio intimava la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento flegreo, stabilendone di fatto la fine di lì a qualche anno. Dunque la cessazione di ogni attività del più moderno centro siderurgico europeo, costato per il suo ammodernamento oltre 1.000 miliardi di vecchie lire della collettività. Un vero e proprio delitto industriale, come spesso ha dichiarato il Prof. Augusto Graziani ed in spregio al più elementare senso di economicità, anzi di governo serio dell'economia di un grande paese. Con l'aggravante che non venne ricercata alcuna ipotesi occupazionale alternativa, portando ad un livello drammatico le condizioni socio - economico della città di Napoli, che durano a tutt'oggi.

Tutto ciò che venne addotto come giustificazione ad una così dissennata condotta, è facilmente confutabile, oggi come ieri. E' bene ricordare che la Comunità Europea non suggeriva ai singoli stati quali fossero le industrie da chiudere, ma vigeva un regime di quote di produzione, assegnate ad ogni singola nazione aderente.

Perché sparirono le quote necessarie per la sopravvivenza di Bagnoli? E' vero che vennero scambiate con quote latte in più, da destinare ai produttori del Nord (grande bacino elettorale della DC)? O un'altra verità può essere quella che buona parte delle quote d'acciaio furono cedute alla Francia, alle prese con il riordino della propria siderurgia? E se sì, in cambio di che cosa? Non risultano benefici a favore del bene comune nazionale ed in proposito forse si è ormai fuori tempo massimo, per indagare su prebende destinate a singoli individui o gruppi di potere. E' vero che lo stabilimento napoletano, fortemente competitivo, se messo nelle condizioni di produrre al meglio ed al massimo delle sue reali capacità, dava fastidio alla sfolgorante e potente Germania di Helmut Kohl, la quale aveva la stessa produzione siderurgica di Bagnoli? E se sì, quale era l'estensione ed il fine dell'omaggio prono della DC nostrana verso la sorella d'Oltralpe?

Troppe domande a tutt'oggi senza risposte. Alle quali, più del "mitico" ministro De Michelis, potrebbe rispondere Ciriaco De Mita, Presidente del Consiglio nel periodo di maggiore tensione e disperazione per l'Italsider di Bagnoli. "L'intellettuale della Magna Grecia", così appellato da Gianni Agnelli, forse per ironia o per chissà quale sentimento ispiratore. Nella sostanza, il politico meno meridionalista in assoluto.

Dal canto suo la FIOM, pure a prezzo di gravissime divisioni interne, per lunghi anni portò avanti una lotta dura ed intelligente, suffragata da un bagaglio enorme di cognizioni tecniche ed economiche di lunga gittata. Fino alla sconfitta finale, come già ricordato, decretata dalla politica. Compresi alcuni settori moderati e possibilisti dell'allora PCI, che in quel tempo stava mutando pelle, per effetto di eventi epocali ed immaginava un tessuto sociale con una trama diversa da quella fino ad allora rappresentata dalla classe operaia.

Se si compie una disamina intorno al panorama politico di quell'ultimo scorcio degli anni '80, dilaniato da opportunismi di fazione e dal malaffare, così come accade nel presente, c'è da dare credito, senza eccedere in dietrologia, a trame oscure, su cui si dovrebbe far luce. Siamo ben consapevoli che la vera storia di Bagnoli non è stata scritta ancora. E spesso accade che proprio una visione mendace degli eventi fagociti la realtà ed in maniera spuria diventi storia, ufficiale e credibile. Oggi un qualunque uomo della strada, anche non giovanissimo, interrogato sul perché della dismissione dell'Italsider di Bagnoli, risponderà che trattavasi di uno stabilimento troppo vecchio, troppo inquinante ed altre inesattezze del genere. A tal proposito, il nostro scopo precipuo, avvertito come obbligo morale imprescindibile, è fare sì che la verità sullo stabilimento di Bagnoli venga fuori nella sua interezza. Evidenziando le gravissime responsabilità politiche di ben noti esponenti democristiani e socialisti del governi della cosiddetta Prima Repubblica. Rigeneratisi e protagonisti con una nuova verginità politica anche nell'attuale stagione. Ciò nel ricordo rispettoso di chi, lungo l'arco di quasi un secolo, in questa parte di Napoli, ha lottato e pagato di persona, anche con la vita, per un diverso e dignitoso modo di vivere e di essere lavoratori. Per questo occorre necessariamente ricordare, puntualizzare, ricostruire. Per capire, senza strumentalizzazioni il presente, per essere di monito e non permettere ulteriori scelte a perdere. Come nel caso di Pomigliano, dove si intravede una specie di terra di nessuno, dove a breve potrebbe imperversare, tra i più biechi ricatti, un capitale d'accatto ed avventuriero. A latere, una destra al potere, che da mesi non ha più il ministro dello Sviluppo, ma si identifica in toto "culturalmente" con i Marchionne di turno.

Lino D'Antonio   Aurelia del Vecchio    Napoli

Curatori dell'Archivio dei Lavoratori Ilva-Italsider di Bagnoli

Presso l'Istituto Campano per la Storia della Resistenza e della Realtà Contemporanea "Vera Lombardi"  

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