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Berlusconi convoca il governo nelle sue case dove spera di trasferire il parlamento

Perché la Merkel non convoca i ministri nella sua casa? Perché non invita gli ospiti stranieri dove abita? Perché la Germania è un Paese democratico dove le cose di tutti si decidono nel luogo di tutti: camera alta e camera bassa. In Italia nessun trasalimento: bandoleros d'accordo nel considerarsi ospiti anziché interlocutori

Un amico che viaggia molto all’estero mi pone una domanda diretta: perché Berlusconi preferisce svolgere la massima parte della sua attività di governo a casa sua invece che nelle sedi ufficiali, Palazzo Chigi o il consiglio dei ministri? Con ingenua malizia mi fa notare che Angela Merkel, anche se volesse imitarlo, non potrebbe. Abita infatti in una villetta bifamiliare a schiera: giardinetto minuscolo davanti e, dentro, un salottino di cui si può indovinare l’interno. Un divano, due poltrone e, se anche in Germania usa così, buffet e controbuffet.

Ma ho visto la casa di Prodi a Bologna. Piena zeppa di libri, i divani occupati alla rinfusa dai giocattoli dei nipotini: spazio per sei o sette interlocutori al massimo. Dunque Berlusconi usa casa sua perché è un miliardario dal pessimo gusto e vuole esibire la sua ricchezza malvissuta? Non penso che sia solo per sgraziato esibizionismo. Forse c’è anche questo aspetto ma non possiamo farci abbagliare da ciò che i giornalisti chiamano “colore”.

All’origine c’è la mezza cultura. Che in questo caso è l’imitazione televisiva dell’America. Il distributore italiano di Dinasty sogna la Casa Bianca e lo studio ovale. E siccome non ha letto “La democrazia in America” di Tocqueville non sa che il paragone tra il presidente degli Usa e il presidente del consiglio italiano è impossibile. Il sottofondo mentale è dunque una fantasia provinciale. Innestata su un egotismo di assoluto rilievo clinico.

Ma fermarsi alla psicologia ci impedisce di cogliere la durezza della sostanza politica. Che ha una semplicità estrema. Berlusconi pensa che la democrazia consista nell’eleggere un capo. Una volta eletto il capo diventa l’interprete indiscusso della volontà popolare per tutta la durata della legislatura. Il Parlamento diventa impaccio. L’opposizione fastidiosa presenza. Le procedure parlamentari, in commissione e in aula, strumento di viscose e malvagie lentezze. Non lo fanno governare, gli impediscono di esercitare il suo genio. Se non ottiene i risultati promessi è sempre colpa degli altri.

Uno dopo l’altro i suoi principali alleati, appena mostrano la minima indipendenza, tardiva e insufficiente, vengono eliminati. Così, a sussulti, la sua maggioranza traballa. Allora si compra nuovi sostenitori, pagati un tanto al chilo. La carne in vendita è a basso prezzo. Ma se ne fida poco. Fugge dunque i luoghi della democrazia. Si sottrae al confronto. Esorcizza il conflitto. Ama vivere in un universo autistico. Ciò potrebbe farci tornare alla psicologia. Ma bisogna sottrarsi alla tentazione. Che Palazzo Grazioli sia, a seconda delle ore, il teatro delle ragazze a pagamento o il carosello di ministri e sottosegretari schiavi della servitù volontaria, rischia di farci interpretare in chiave riduttiva una precisa volontà di ridurre la democrazia a messa in scena della volontà padronale.

La dimora privata si impone sempre di più come lo scenario chiuso di un’impotenza crescente. Dai suoi salotti arredati dalla volgarità sgarbiana convoca giannizzeri, elemosinieri e uomini di mano. Promette misure per lo sviluppo, farnetica della rivoluzione liberale che ha impedito e reso incredibile. Si illude di fare in un anno e mezzo ciò che ha fallito nei due decenni precedenti. Dal mondo chiuso di casa sua pensa che tutto sia possibile. Persino annichilire ciò che ormai tutti sanno, in Italia e nel mondo.

La sua maggioranza asservita può perfino confezionargli la cancellazione ufficiale della verità. Si consuma così una sua paradossale vittoria: la riduzione del Parlamento stesso a casa sua, luogo fisico di una volontà di potenza senza contraddittorio. Non se n’è accorto ma si è già condannato da solo agli arresti domiciliari.

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