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CARCERI: ANCHE IL DOLORE PUÒ DIVENTARE UN BUSINESS

Articolo pubblicato sul sito Democrazia e Legalità

Il sacco d’Italia. Seconda  puntata

 ( per leggere prima puntata clicca qui )

 

CARCERI ANCHE IL DOLORE  PUO' DIVENTARE UN BUSINNESS

 

 

C’è chi chiede l’amnistia, chi l’indulto, c’è chi è d’accordo e chi no. Ci si preoccupa di graziare dei poveracci che son finiti in galera, ma non di quei lazzaroni ricchi e potenti, che nonostante condanne già comminate ad anni di galera, se ne stanno fuori tranquilli. Come se le condanne si fermassero davanti ai soldi e al potere, come dietro alla sbarra di un passaggio a livello. Com’è che se uno è povero finisce subito dentro e chi è ricco resta fuori nonostante le condanne? Eppure sono le facce opposte di una stessa medaglia. Intanto il ministro Castelli fa il difensore della legalità, l’austero difensore, quello che si oppone alla grazia a Sofri, quello che va dicendo che il sovraffollamento nelle carceri lo si combatte costruendo nuove carceri! Come non ci avevamo pensato anche noi? Era ovvio, no? Meno male che ci ha pensato lui e forse è per questo che si è inventato la Dike Aedifica spa, di cui abbiamo già cominciato a parlare in un precedente articolo. Possiamo ricordare qui che questa spa ha come oggetto sociale la “ realizzazione totale o parziale di interventi in edilizia giudiziaria e penitenziaria, ivi compresi  la nuova costruzione, il rifacimento e la  ristrutturazione degli immobili esistenti, anche per mezzo di società delle quali la Dike Aedifica può promuovere la costituzione o nelle quali può assumere partecipazione.”  E infatti nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2005, il ministro aveva detto: "Alla Dike Aedifica saranno attribuite le risorse derivanti dalla vendita dei penitenziari dismessi, che saranno utilizzate per la costruzione di nuove carceri, per il rifacimento o la ristrutturazione di immobili esistenti o anche per l’acquisizione di nuovi immobili, sì da soddisfare le pressanti esigenze di edilizia penitenziaria e giudiziaria del Paese".

In sostanza: lo Stato venderà il proprio patrimonio immobiliare, in particolare attraverso il project financing e il leasing, per edificare e affittare nuovi istituti di pena, fatta salva la possibilità di rilevarli a fine locazione. La società, infatti, consegnerà circa ottanta istituti di pena alla Patrimonio Spa ( unico socio della Dike Aedifica spa) che li venderà, attraverso aste secretate; le risorse derivanti finanzieranno i nuovi istituti, i cui appalti saranno determinati dalla Dike. E a questo proposito abbiamo già visto come il signor Giuseppe Magni, uomo di fiducia dell’austero in persona, sia indagato per corruzione. Affidare gli appalti a persone riconoscenti, ma diffidenti, non gli ha portato bene. Però bisogna dargli atto che aveva individuato un nuovo filone d’oro: le vecchie carceri dismesse, soprattutto quella come Ventotene, site in luoghi ameni, possono diventare grandi alberghi e trasformarsi in business incredibili, da milioni di euro.

Ma le carceri si prestano a diventare un affare sotto molti aspetti, alcuni dei quali davvero inquietanti. C’è una interrogazione degli onn. Carboni, Finocchiaro, Bonito e Lucidi del 6 aprile 2005 che davvero fa pensare e che  riportiamo qui per intero:

Per sapere - premesso che:  il decreto legislativo n. 230 del 1999 di riordino della medicina penitenziaria stabilisce, tra l’altro, che la gestione e le funzioni di cura e riabilitazione dei detenuti tossicodipendenti passano integralmente dal ministero della giustizia - dipartimento amministrazione penitenziaria alle regioni;

in data 21 marzo 2005 è stata inaugurata dal Ministro della giustizia Castelli, la nuova struttura a custodia attenuata per detenuti tossicodipendenti di Castelfranco Emilia (Modena);

il progetto per la gestione dell’istituto, anziché orientare il trattamento dei detenuti tossicodipendenti verso sbocchi che portino a misure alternative alla detenzione, di fatto, apre ad una sorta di gestione privata con la comunità terapeutica che si trova così ad operare all’interno del carcere; tale progetto, proprio per questo evidente contrasto con la normativa vigente, non è stato condiviso dalla regione Emilia Romagna;

alla luce di quanto esposto, secondo gli interroganti, non è assolutamente possibile che la cura e, in generale, la salute dei detenuti tossicodipendenti e in particolare i progetti per il recupero e il reinserimento possano essere assegnati ad una Comunità di recupero esterna anziché,

come prescritto dal decreto legislativo n. 230 del 1999, ai Sert competenti per territorio -:

quale sia il progetto complessivo entro il quale si inserisce l’apertura dell’istituto di Castelfranco Emilia;

quali siano le modalità di selezione per l’accesso alla struttura e sulla base di quale studio esse siano state definite;

quale sia il ruolo della Comunità di San Patrignano e se alla stessa siano stati assegnati o si intendano assegnare finanziamenti da parte del ministero della giustizia.

Nella stessa seduta anche  l’on Pino Sgobio presenta una interrogazione, tanto significativa, che anch’essa vi riportiamo quasi per intero:

“…la normativa italiana che, con la legge n. 354 del 1975 ed il decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000, disciplina minuziosamente la condizione del detenuto, stabilisce che le regole da applicarsi ai detenuti tossicodipendenti siano quelle del sistema penitenziario e che il loro trattamento spetti ai Sert, i servizi pubblici per le tossicodipendenze istituiti con la legge n. 162 del 1990, ai quali sono demandate le attività pubbliche di prevenzione, riabilitazione ed reinserimento relative alle tossicodipendenze ed alle patologie correlate;

il 21 febbraio 2005 un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica, l’aveva presentata come una struttura di fatto privata perché gestita sulla base di un progetto del quale aveva rivendicato la paternità Andrea Muccioli della Comunità di San Patrignano;

qualora rispondesse al vero la notizia riportata dal quotidiano la Repubblica, con tale atto del Governo si affida, nei fatti, una struttura penitenziaria alla gestione di privati, ed in particolare alla comunità di San Patrignano, già oggetto nel passato di accese polemiche, e creando un precedente oltremodo grave, si appaleserebbe, secondo l’interrogante, una sostanziale privatizzazione del carcere ottenuta affidando ad uno stesso soggetto la decisione e poi l’effettuazione dei processi riabilitativi;

i maggiori sindacati rappresentativi della polizia penitenziaria (Sappe ed Osapp) si sono detti fortemente contrari al progetto che, hanno dichiarato, assomiglia tanto ad una trovata sostanzialmente elettoralistica. Inoltre, fanno notare, nessuno dei cinquanta agenti che operano nel carcere di Castelfranco Emilia è stato preparato per il recupero dei tossicodipendenti;

ad avviso dell’interrogante, tale gestione privatistica del sistema penale, che rischia di aprire le porte alla privatizzazione del sistema penitenziario, presenta molteplici punti oscuri, primi fra tutti se e quale ruolo dovrebbe essere svolto dalla comunità di recupero di San Patrignano e con quale criterio verranno selezionati i detenuti da inviare nella nuova struttura;

la nuova struttura, già soprannominata dalla stampa locale "la nuova San Patrignano", ed eufemisticamente chiamata casa di reclusione a custodia attenuata, rappresenterebbe a parere dell’interrogante, un pericoloso precedente ma, al tempo stesso, un momento di continuità con le peggiori ed autoritarie esperienze di recupero come quelle della comunità di San Patrignano e di contiguità con i CPT, veri carceri preventivi per extracomunitari che si stanno moltiplicando anche in Emilia Romagna, tutte strutture che diventano un business per organizzazioni che riescono a convogliare grandi risorse, pubbliche e private, locali ed europee in progetti di grande ambiguità etica….”

http://www.ristretti.it/commenti/osservatorio/camera/6aprile.htm 

Fra l’altro gli enti locali ( forse perché in mano al CS?) sono stati completamente emarginati dalla gestione del progetto, almeno secondo quanto dice l’on. Sgobio, che lamenta anche l’assenza di notizie e informazioni circa il costo di tutta l’operazione e i finanziamenti che avrà, il che non è proprio un elemento marginale.

 Avremo dunque le carceri gestite da privati, come in america? C’è da sentirsi i brividi nella schiena! Forse non sarà come Guantanamo, ma insomma è certamente inquietante che vengano “appaltati” a privati, dei cittadini che sono in carcere non solo per pagare il proprio debito alla società, ma anche per potersi reinserire in essa. D’altra parte c’è da chiedersi: i privati si accollerebbero quest’onere per pura bontà d’animo? Certamente no. Debbono avere un tornaconto finanziario. E c’è niente di più ignobile che arricchirsi sulle disgrazie umane?

Certo il cavaliere non crede che questo sia un argomento degno di una triste novella di Dickens, ma che sia anzi una nuova macchina per far soldi. Già dal 2002, durante la visita del presidente cileno Lagos, se ne venne fuori con una delle sue frasi geniali, sostenendo che avrebbe mandato degli esperti «a studiare ciò che il Cile sta facendo» a proposito della privatizzazione delle carceri.

Subito si schierò contro un simile progetto Roberto Liso, rappresentante della DIRSTAT - Penitenziaria e l’on. Giuliano Pisapia, presidente del comitato carceri della Camera, ebbe a proposito parole costernate «È sconcertante l'ipotesi avanzata da Berlusconi di privatizzare le carceri» affermò indignato «Se si va avanti in questo modo il prossimo passo sarà la modifica costituzionale dell'art. 27, per cui la pena non dovrà più tendere alla 'rieducazione del condannato’ ma al profitto del privato» e argomentò:«Il problema della sicurezza e del reinserimento sociale dei detenuti non può avere come presupposto il profitto personale, ma solo ed esclusivamente l'interesse collettivo. Sconcertante e pericolosa dunque l'ipotesi avanzata da Berlusconi: la privatizzazione delle carceri infatti non può che avere per il privato una finalità di profitto e dunque una scelta del genere si rivelerebbe scellerata, in quanto inciderebbe negativamente sul problema della sicurezza, sul reinserimento dei detenuti e sui rapporti fra questi e gli operatori penitenziari, nonché sulla prevenzione e repressione del crimine. È chiaro che una volta privatizzate le carceri l'interesse del privato non sarebbe di far diminuire la popolazione carceraria, creando delle condizioni per la diminuzione della recidiva, ma l'opposto».

E in realtà l’esperienza statunitense gli dà ampiamente ragione: negli USA, infatti, sono circa vent’anni che si sono privatizzate le carceri e la criminalità è salita vertiginosamente. Gli americani hanno chiamato spregiudicatamente il nuovo sistema “Correctional Business”, infatti è diventato un affare da miliardi di dollari all’anno: in questi 20 anni sono state costruite più di mille nuove prigioni, ma il numero dei detenuti è più che raddoppiato.” Gli istituti di pena privati sono circa 160 sparsi in trenta Stati, coprono il 7% del mercato carcerario, crescono a un ritmo del 35% l’anno. Tra le cinque società che gestiscono il business, le due maggiori sono quotate in Borsa e dominano il mercato. La Correctional Corporation of America gestisce il 51% circa delle prigioni private mentre la Wackenhut Corrections Corporation ne gestisce il 22%. La potente lobby, esercita forti pressioni su politici e magistrati, per impedire che nuove procedure e norme sulla libertà provvisoria, o nuovi finanziamenti alle prigioni pubbliche, interferiscano con i suoi interessi, incoraggiando, di fatto, l’incremento delle carcerazioni.” Ed è anche ovvio: la lobby non ha nessun interesse nei confronti dei programmi di riabilitazione per i detenuti e dunque non fa nulla per ridurre le percentuali di recidiva. Appaltatori, fornitori delle forze dell’ordine e sindacato delle guardie carcerarie, hanno fatto approvare una legge che inasprisce i tempi di detenzione: le celle non rimangono mai vuote. “In California il 20% dei programmi di reinseriemento sono stati tagliati. L’amministrazione Bush, nel 2004, spenderà 238 milioni di dollari per i programmi di reinserimento e 750 milioni andranno a potenziare le Federal Prison Industries.”

http://www.carta.org/rivista/settimanale/2004/05/05Sconzo.htm

Perché infatti parliamo di vere e proprie carceri-fabbrica e di uno sfruttamento del lavoro dei detenuti: una pacchia! Manodopera gratis!

E’ forse a questo che si riferiva il ministro Castelli quando ha detto: "Ho intenzione di impegnarmi con determinazione per dare ai detenuti la possibilità di lavorare. Il lavoro, a mio avviso, è un vaccino importante contro la tendenza a delinquere e una valida medicina per recuperare chi ha già sbagliato. Stare tutto il giorno in cella a far niente è controproducente e si rischia di uscire dai penitenziari peggiori di come si è entrati".  Invece pensa quanto è proficuo sfruttarli! Almeno così sono utili alla società….quale società?Un’altra spa, per caso?

Del resto in effetti si tratta di tanti bei “piccioli” come direbbe Camilleri. Il modello americano deve aver affascinato il nostro governo, sempre pronto a imparare, quando non si tratta di etica. Il lavoro carcerario fu introdotto negli USA nel 1934, negli anni della Grande Depressione, dal presidente Franklin Delano Roosvelt, che fondò le “Federal Prison Industries”. Industrie belliche, che lavorano in genere, anche oggi, per il Pentagono. Già: dei criminali che lavorano per produrre armi che uccideranno degli innocenti. Ha una  sua logica. Sono 22.000 i detenuti che in 111 carceri  lavorano nell’industria bellica americana: per questo gli USA sono sempre in guerra….e non producono solo armi, no! Sistemi sofisticati di comunicazione, paracadute, maglie mimetiche, elmetti, scarpe, radio e perfino materassi e jeans di marca come la Levis…. Tutti questi detenuti hanno paghe inferiori del 20% ai lavoratori “liberi” e l’80 % del loro stipendio se lo tiene il Dipartimento penitenziario, per coprire le spese di vitto e alloggio…. Si capisce bene perché non ci sia alcun interesse per arginare il crimine.E noi dovremmo seguire questo esempio?

A noi piace invece quello che succede in Canada e che Nils Christie descrive nel suo libro “Il business penitenziario (Eleutera, 1996). Scrive infatti "…..le cifre riguardanti le prigioni non sono il prodotto del 'crimine' ma il risultato della cultura generale di un paese….. In Canada riescono a tenere molto basso il numero dei detenuti grazie ad un forte sistema di welfare, dimostrando così che è possibile limitare il ricorso alla detenzione e indirizzare il denaro verso lo stato sociale invece di costruire uno stato penale….”

Ecco! Non dobbiamo investire i nostri soldi per costruire nuove prigioni ( con buona pace della Dike Aedifica spa e di chi ci vuol speculare), ma investirli per migliorare il livello economico e sociale del paese. Per dare un lavoro, un futuro, opportunità e dignità a tanti giovani e non più giovani. Così si risana il paese. Dando motivazioni, obiettivi, opportunità. Ed esempi. Buoni esempi. Ma la realtà è ben altra e noi lo sappiamo bene! E le leggi vergogna lo dimostrano altrettanto bene!

In un sistema in cui l'obiettivo principale è il denaro e l'idea dominante è che un'economia di mercato senza regole è la strada per raggiungerlo, come scrive Christie “…il crimine diventa il campo più vasto per quello che rimane della politica. Qui diviene possibile presentarsi come persone meritevoli del voto, con valori comuni ad una popolazione di ricchi consumatori. Il crimine, o piuttosto la lotta contro il crimine, diviene indispensabile per creare legittimazione in e per uno stato opportunamente indebolito."

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http://www.controappunto.org/carcereerepressione/Dike%20Aedifica%20s.p.html

 

Carcerati nel mondo--

http://www.girodivite.it/article.php3?id_article=391

 

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