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CASO GENCHI: PROPAGANDA DI CASTA

Il premier Berlusconi fa scoppiare il caso dell’archivio del consulente Genchi, in modo da creare consenso alla sua proposta di riforma della giustizia –Di Pietro attacca: “Questo finto scandalo è solo una furbata della casta”

Dopo lo scandalo “della guerra tra procure”, un altro terribile scandalo sta riempiendo le pagine dei giornali e le bocche di politici, politicanti, “vari ed eventuali”: stiamo parlando del “famigerato” archivio Genchi. Secondo il premier Berlusconi si tratterebbe addirittura del “più grande scandalo nella storia della Repubblica” (questa affermazione è talmente assurda che, se non fosse per il fatto che fa davvero rabbrividire, sarebbe quasi comica). Per capire di cosa e di chi stiamo parlando è necessario premettere che tale Gioacchino Genchi, ben lungi dall’essere un mostro, in realtà è un consulente informatico il quale è stato spesso chiamato dalle procure italiane a svolgere delle ctu (consulenze tecniche d’ufficio).

Nulla di più normale, dato che si tratta di un esperto informatico iscritto nelle liste dei consulenti tecnici in possesso dei tribunali italiani. In genere, Genchi si è occupato di controllare delle utenze telefoniche al fine di ottenerne i tabulati dei contatti. È evidente che i tabulati telefonici non sono intercettazioni nel senso che tutti conosciamo: egli non si è mai occupato di intercettare e redigere il contenuto delle chiamate effettuate dalle utenze poste sotto controllo. Non vi è dubbio che lo svolgimento di tante consulenze, affidategli dalle varie procure, abbia contribuito nel tempo a fargli raccogliere una quantità tale di tabulati che, dall’incrocio di questi, sarebbe forse possibile ricostruire legami e conoscenze tra i soggetti posti sotto controllo e i loro contatti. In astratto, sarebbe possibile ricostruire un enorme quadro in cui scoprire che, alla fine, tutti conoscono tutti.

Se tale lavoro può essere utile nel momento in cui è inquadrato nell’ambito di un’inchiesta di cui si conoscono già degli elementi e occorre solamente averne riscontro, è chiaro che esso non può comportare alcun rischio alla privacy e soprattutto alla democrazia, come temuto dal premier. Purtroppo, come ultimamente accade (troppo spesso) in Italia, il lavoro svolto da Genchi ha dato fastidio a qualcuno. In particolare, tutto sembra essere partito dal suo rapporto con un magistrato alquanto “antipatico” alle sfere più alte della politica ed a quelle della giustizia italiane: sempre lui, il giudice De Magistris, perenne pomo della discordia.

Stavolta a pagare il legame con il coraggioso magistrato è proprio il consulente Genchi, il quale aveva ricevuto incarico dall’allora pm di Catanzaro di effettuare dei controlli su delle utenze nell’ambito dell’inchiesta “Why not”. Ormai è risaputo, “Why not” è avvolta da una sorta di maledizione e chiunque vi abbia a che fare prima o dopo deve pagarne il fio. In relazione a questa inchiesta, Genchi aveva posto sotto controllo utenze eccellenti, tra cui anche quella dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Lo stesso Genchi ha affermato: “Vogliono colpirmi perché sono un testimone di malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro”. Chiaro il riferimento a quei magistrati della procura calabrese che, guarda caso, hanno avocato l’inchiesta “Why not” al giudice De Magistris, poi trasferito d’ufficio a Napoli.

Questa è sicuramente una delle motivazioni per cui Genchi è finito nell’occhio del ciclone, ma, quando vengono montati così ad arte scandali di queste proporzioni, solitamente c’è qualcos’altro sotto, qualche interesse politico neanche troppo celato. Se analizziamo meglio ciò che i media ci hanno propinato in questi giorni, le espressioni più frequentemente utilizzate sono state “intercettazioni” (anche se le intercettazioni nulla hanno a che fare con questa vicenda) e “pericolo imminente per la democrazia”. La ricetta del presidente del Consiglio per superare il problema è una bella riforma relativa alla limitazione nell’utilizzo delle intercettazioni. Pazienza che non abbia nulla a che vedere con Genchi e con il suo archivio, ma tanto l’opinione pubblica dà credito a ciò che le racconta il suo presidente. Infatti, con l’avallo dei media si è fatto passare il messaggio che gli italiani, nel loro insieme, sono sottoposti ad un controllo totale e ad una continua violazione della privacy. In poche parole, secondo le affermazioni propagandiste del premier tutta Italia sarebbe intercettata.

Se Silvio dice che c’è un’emergenza intercettazioni, la sua gente ci crederà. Ed ecco trovato il modo per convincere anche gli alleati più restii ad avallare una riforma eccessivamente restrittiva. In fin dei conti, spezzare le eventuali armi dei giudici troppo zelanti e ridurre il rischio che scottanti verità vengano a galla, fa comodo un po’ a tutti, maggioranza ed opposizioni. Anche a Francesco Rutelli (di cui si dice che Genchi abbia dei tabulati), il quale in veste di presidente del Copasir (Comitato parlamentare sui servizi segreti) ha ascoltato proprio ieri lo stesso Genchi e il giudice De Magistris. Unico rimasto a difendere l’operato del consulente informatico e dell’ex pm di Catanzaro è Antonio Di Pietro, il quale ha affermato: “La furbata del finto scandalo Genchi serve a creare le condizioni affinché si metta in discussione l’uso delle intercettazioni. Le intercettazioni sono uno strumento utile e necessario ma i politici non vogliono che si facciano perché semplicemente toccano loro”. Non ci resta che stare a vedere dove ci condurrà tutto questo.

 

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