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Chi verrà assunto domani non avrà più alcuna tutela

Il disegno di legge 1167 approvato al Senato aggira in un colpo solo norme, avvocati e giudici del lavoro. Un colpo al processo per sterilizzare il diritto. Tutto è passato nel più assoluto silenzio.
Non che sino ad oggi nelle aule giudiziarie le cose per i lavoratori filassero sempre lisce (altro che magistrati comunisti!), ma la nuova legge produce conseguenze inaccettabili.

Il tecnicismo del testo licenziato nasconde al grande pubblico l’effetto di fondo che, detto in soldoni, è questo: d’ora in poi ai nuovi assunti (cioè a lavoratori presi nel momento di massima debolezza contrattuale, letteralmente con il coltello alla gola) il datore di lavoro potrà di fatto imporre la clausola che demanda la decisione delle controversie non più al giudice, ma a un (costoso) arbitro che, decidendo secondo la propria personalissima "equità" e non più secondo la legge, non sarà tenuto a rispettare nessuna delle norme esistenti, prima fra tutte l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che – formalmente ancora in vigore – in pratica non verrà più applicato.

Con questa legge scompare il diritto del lavoro. Il risultato di oltre un secolo di lotte civili diverrà, all’improvviso, un mero optional che l’arbitro sarà libero di ignorare, sostituendovi la propria "equità", con decisione impugnabile solo per motivi procedurali.

In una sostanziale situazione di disparità, essendo da sempre il contraente più debole, il lavoratore continuerà a vivere in una palese situazione di sudditanza economica e psicologica, sapendo che qualsiasi sopruso, anche il più grave, non troverà sanzione.

Nessuno si illuda che meglio del giudice - organo pubblico e professionale, pur sempre tenuto a muoversi nel solco della legge - possa fare un arbitro privato, libero da qualsiasi vincolo. Non solo il comune buon senso insegna che la totale mancanza di regole sconfina nell’arbitrio, ma la stessa esperienza degli anni passati (in cui la tutela arbitrale poteva liberamente scegliersi in alternativa a quella giudiziaria) dimostra che gli arbitri sono stati restii a garantire in modo effettivo i diritti del lavoratore, quasi sempre monetizzandoli in pochi spiccioli.

D’altronde, per continuare ad essere chiamati a decidere le cause di lavoro (e, quindi, a guadagnare) gli arbitri avranno tutto il personale interesse a favorire la parte economicamente più forte, vale a dire l’azienda.

Ma non basta: persino i lavoratori che riuscissero a sottrarsi a queste imposizioni dovranno fare fronte a brevissimi termini di decadenza per rivolgersi ai Tribunali, beffa atroce se si pensa che, contemporaneamente, con il decreto di interpretazione autentica delle norme elettorali (illegittimo, per altro, anche per violazione dell’art. 72 della Costituzione) il Governo vanifica i termini di decadenza per la presentazione delle liste amiche.

È il solito modo di legiferare della destra italiana: totale lassismo per sé e per i propri sodali, massimo rigore per gli altri.

Ed ancora: il disegno di legge 1167 tende ad impedire al giudice del lavoro di entrare nel merito dei provvedimenti adottati dall’azienda, facendone un mero esecutore delle condizioni contrattuali imposte dalle aziende.

Tagliate le unghie ai lavoratori, questa è l’ennesima legge ad personas che lascia carta bianca agli imprenditori, nel silenzio di quell’opinione pubblica che nel 2003, quando il precedente governo Berlusconi provò ad abrogare l'art. 18, si mobilitò portando in piazza tre milioni di persone e sventando il colpo anche grazie all'impegno della sinistra e di tanti giuristi che spiegarono il rischio concreto che si correva.

Ed ora? Niente.

Eppure i diritti dei lavoratori sono la pre-condizione del reale godimento di tutte le libertà civili, che solo l’effettiva possibilità di una vita economicamente dignitosa può assicurare.

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Travaglio - Servizio P. 9/02/2012

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