Cosa non può fare il Governo Monti

Il 'governo del Presidente' che Napolitano ha proposto al Paese e al Parlamento, interpretando correttamente il suo ruolo di garante dell'unità e dell'interesse nazionale, in alternativa a un disastroso ritorno alle urne, ha già efficacemente svolto la propria principale funzione.
Dell'Italia e del suo governo di signorine disponibili, avvocaticchi, Pduisti e mercenari vari non si ride più nelle sedi internazionali; siamo di nuovo considerati uno Stato che affronta seriamente i propri problemi e non è più prioritariamente impegnato a risolvere le vicende legali e sanitarie (non saprei come altro definirle) del Presidente del Consiglio.
Da questo governo non è però lecito aspettarsi, al di là delle dichiarazioni, l'impostazione di una politica di lungo termine. E non sarebbe nemmeno corretto, né auspicabile.
Le scelte di Monti non possono che rispondere alla pesante atmosfera ultra-liberista imposta dalle vicende internazionali. D'altronde l'elenco dei Ministri non concedeva spazi ad aspettative 'di sinistra', né possiamo dimenticare che Berlusconi controlla ancora una ampia fetta di Parlamento e detiene, anche se un po' meno dittatorialmente, il controllo delle principali fonti di informazione.
Ma la condizione attuale di obbligata apparente tregua offre ai partiti politici (tutti) l'opportunità di ripensare al disastro degli ultimi anni, ai danni derivanti dall'arroccamento della 'casta', dalle conseguenti scelte presidenzialiste e dalle tentazioni di riformare in questo senso la Costituzione (che ci ha sin qui salvato da nostalgie autoritarie), dal dilagare del nepotismo e del trasformismo, dalla inamovibilità dei politici di professione.
Il Parlamento è nuovamente chiamato, forse costretto a deliberare tenendo conto dell'interesse collettivo, riducendo (non mi illudo più di così) gli spazi dell'abituale mercatino trasversale degli interessi privati e di 'cordata'.
Il governo Monti non è nato dal Parlamento, che gli ha solo concesso la fiducia. Quale opportunità migliore per tornare alla sua centralità, prevista in Costituzione?
La deriva centralistica ha di fatto riservato all'Esecutivo il potere di iniziativa legislativa, perché negli anni del berlusconismo dilagante gli effetti nefasti della legge elettorale hanno reso il voto delle Camere soltanto una formalità da sbrigare nel tempo più breve. Eventualmente comprando i parlamentari recalcitranti con poltrone o contanti.
Ora il Parlamento potrebbe tornare alla propria funzione di sede di confronto aperto e trasparente su proposte formulate dai singoli eletti o dalle forze politiche, che dovrebbero però rinunciare alle tentazioni oligarchiche, agli incontri semi-clandestini, alle 'bi-camerali', al linguaggio cifrato dei centri-studi (ora 'fondazioni'?) con cui si scambiano abitualmente segnali di fumo incomprensibili per i cittadini, dei quali invece la nostra Costituzione riconosce la sovranità.
Il primo impegno, per i partiti dentro e fuori il Parlamento, dovrebbe essere la urgente definizione di una nuova legge elettorale, che non può essere bloccata dalle divisioni interne e sulla quale deve essere accettato il giudizio degli elettori.
E un nuovo Parlamento, veramente rappresentativo della volontà degli Italiani, potrà finalmente affrontare le riforme indispensabili (a partire dalla cancellazione delle norme ad-personam e salva-ladri ereditate da Berlusconi, dalle norme sulla libertà di informazione, dai conflitti di interesse) per poter guardare a un futuro più equo e sereno.















