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Crisi finanziaria - IN PIENA COLLERA

Gli istituti di credito dovrebbero essere nuovamente puntellati con miliardi. Stavolta però ci sarebbe un’alternativa

Di nuovo le banche! La Cancelliera dice: Si farà «il necessario» per garantire una ricapitalizzazione degli istituti finanziari colpiti [dalla crisi]. Il presidente francese a sua volta annuisce. Di nuovo i governi vogliono mettere mano a miliardi di euro per sostenere gli istituti di credito.

Il denaro potrebbe scorrere via in fretta. Come già accadde dopo lo scoppio della crisi finanziaria nel 2008 le banche non si prestano più denaro a vicenda, ma preferiscono depositarlo presso la Banca centrale europea. E a causa di questo, come allora, i crediti per i consumatori e le imprese diverrebbero esigui.

Il mondo sembra essere prigioniero di una morsa nel tempo che ad ogni nuovo giro di vite diventa sempre più intollerabile. Già la gente aveva accettato con riluttanza il primo pacchetto di salvataggio delle banche. Il secondo incontra un’aperta rivolta. Negli USA cittadini adirati hanno già occupato Wall Street e anche in Europa cresce la collera. Pur in questo frangente vi è stavolta un’alternativa, che consiste nello stabilizzare gli estenuati Stati dell’Europa meridionale.

 

Non vi sono botteghe di bari imbroglioni che al momento hanno bisogno di aiuto

Quattro anni fa questa alternativa non c’era. Quella volta gli istituti di credito furono salvati perché erano falliti a causa delle  loro operazioni speculative – e chi critica le banche rinfaccia con ragione ai governi di aver garantito un puntello di salvataggio senza aver preteso un contraccambio adeguato. Il settore finanziario sarebbe dovuto essere riformato a nuovo e radicalmente. Questo non è avvenuto, nonostante alcuni buoni risultati ottenuti con la regolamentazione.

Per il momento da salvare non vi sono baracche piene di imbroglioni, ma istituti seri, che hanno acquistato titoli obbligazionari di Stati del Sud Europa. Si tratta di una diversità importante. Chi compera titoli di Stato fornisce denaro agli Stati. I governi poi non si sono sempre serviti di questo denaro con scrupolo, eppure senza il finanziamento attraverso i mercati del capitale il moderno Stato assistenziale sarebbe impensabile. Esso è il mezzo migliore per attenuare i periodi di stasi economica, che sempre si ripresentano.

 

Tuttavia gli Stati in crisi presentano ora una solvibilità limitata e i loro prestiti obbligazionari perdono valore. Per questo le banche si trovano in difficoltà e quindi questa volta i loro problemi non si risolvono facilmente. Stati e banche formano un sistema di vasi comunicanti: quanto più cresce il pericolo di fallimento dello Stato [default], tanto più denaro deve essere pompato nelle banche che detengono i titoli di Stato dei Paesi colpiti [dalla crisi]. Il cui numero aumenta. Ampie parti del Continente per gli investitori sono oggi tabù. La solidità finanziaria dell’Italia è allo stesso livello di quella del Pakistan.

 

Si potrebbe ora argomentare che le banche avrebbero giocato d’azzardo quando hanno prestato soldi a Stati traballanti. Eppure: quali Stati vacillano e perché? Il panico finanziario che si è diffuso sul Continente può essere difficilmente spiegato soltanto mediante fattori economici. Esso è il risultato di una paura del fallimento che ha fomentato soprattutto la politica tedesca.

 

La riforma del sistema bancario resta urgentemente necessaria

L’Italia può ben avere un governo assediato dagli scandali, ma la sua affidabilità creditizia è veramente paragonabile con quella del Pakistan? L’Europa nel suo complesso può avere accumulato troppi debiti, ma questo non lo fanno forse anche altri? La quota di debito dell’Eurozona – 85% delle prestazioni economiche complessive [PIL] – è inferiore a quella degli Stati Uniti (94 percento) o del Giappone (220 percento).

Se quindi l’Europa non si trova davvero messa così male, questo significa all’inverso che i problemi dei debiti [sovrani] si possono risolvere. I Paesi forti devono provvisoriamente garantire per quelli deboli, finché i deficit non sono abbattuti e i mercati si sono tranquillizzati.

 

Non vi possono essere aiuti senza condizioni, per impedire che il Sud viva a spese del Nord. Nel frattempo quasi tutti i governi hanno messo in piedi programmi per l’abbattimento del debito e vi sono buone possibilità che essi concretizzino la svolta – con l’eccezione della Grecia, dove soltanto la durevole assunzione in carico di una parte del debito da parte di governi stranieri può evitare la bancarotta. Ma la Grecia è l’eccezione, non la regola.

 

Un momento, dicono a questo punto i seguaci del libero mercato seguendo il sano buonsenso: in generale non è una buona idea quella di collettivizzare i debiti e socializzare le perdite. Ma come sempre si arriva all’alternativa. Chi adesso vuole punire le banche per gli impegni finanziari presi nell’Europa meridionale deve sapere che in questo modo spinge verso l’alto il conto che i contribuenti devono pagare. Lo Stato, se sottrae denaro alle banche mediante un taglio del debito, deve poi fornire loro denaro ad altro titolo, per non farle crollare. E se la paura per il taglio del debito greco allontana gli investitori dall’Europa, l’Unione Europea deve assumersi il finanziamento degli Stati tagliati fuori dal flusso dei capitali.

 

Si può anche dirla così: il primo salvataggio era il prezzo pagato per la sfrenata liberalizzazione del mercato finanziario. Il secondo soccorso alle banche è il prezzo per aver esitato e tentennato davanti al salvataggio degli Stati. Se i governi avessero affrontato il problema con decisione i problemi delle banche si sarebbero risolti in gran parte da sé.

Questo non vuole significare che poi gli istituti finanziari debbano essere abbandonati a loro stessi. Vi sono troppe banche, sono troppo grandi e pagano stipendi troppo alti. Una riforma del sistema bancario resta urgente e necessaria. Ma essa da sola non può porre termine alla presente crisi.

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