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Dal parlamento degli inquisiti al paramento degli asserviti

Un grido “agghiacciante” circola tra i palazzi della politica “farete tutti la fine di Bettino Craxi!”.

E’ uno dei tanti che si è levato dai manifestanti sotto Montecitorio, quelli che hanno fatto inorridire il noto democratico Ignazio La Russa mentre alla Camera si stava tentando un nuovo miserevole colpo di mano con tanto di inversione dell’ordine del giorno per evidenti e comprovati motivi d’urgenza, data l’imminenza della sentenza per il processo Mills.

L’ultima versione della prescrizione breve per gli incensurati, che si aggiunge alla precedente ex Cirielli insufficiente a raggiungere lo scopo, quella che il beneficiato definisce pomposamente “processo europeo” serve semplicemente ad evitare che venga emessa anche la sola sentenza di primo grado nei confronti dell’imputato di corruzione di testimone, l’ipotesi più grave di corruzione.

E siccome c’è una sentenza della Corte di Cassazione le cui motivazioni chiariscono in modo molto puntuale come l’avvocato Mills sia stato corrotto, e siccome la prova regina della corruzione si fonda sulla lettera autografa del corrotto che confessa di aver ricevuto 600.000 dollari da mister B. per averlo tenuto fuori da un mare di guai, grazie alla sua falsa testimonianza, è facilmente comprensibile che il beneficiario del servigio non voglia che questo processo vada a sentenza.

E pretende che non ci sia una sentenza nemmeno di primo grado, anche se sa che il processo è destinato a prescrizione, che non arriverà mai una sentenza definitiva, che non farà nemmeno un’ora di galera e che non subirà mai la pena accessoria che lo atterrisce e che significherebbe la liberazione per il paese: l’interdizione dai pubblici uffici.

E’ questo il quadro in cui bisogna leggere tutto l’indegno e rivoltante teatrino di questi ultimi giorni ed ore: i lunedì di udienza per Mediatrade, di cui non gliene può fregare di meno perché in fondo si tratta “solo” di frode fiscale ed appropriazione indebita, con tanto di predellino tra “i suoi” davanti al palazzo di giustizia; la sceneggiata da guitto in disarmo a Lampedusa per stornare l’interesse del paese e dei media da quanto si sarebbe dovuto consumare alla Camera;

la performance boomerang del sempre camerata ministro della Difesa che esce per mostrarsi ai manifestanti, rientra per provocare l’opposizione e infine offende in modo osceno il presidente della Camera che assolve con dignità alla propria funzione nonostante la campagna di intimidazione di cui è oggetto da molti, troppi mesi.

E la “delicatezza” del processo Mills che non deve essere celebrato, spiega anche sul fronte della sedicente informazione le capriole e la sfrontatezza dei giornalisti embedded: il molto faceto, a sua insaputa, Maurizio Belpietro per sostenere che il cosiddetto processo breve non favorisce minimamente Berlusconi e che la norma sulla nuova prescrizione non lo riguarda minimamente, grida, come ha fatto ad AnnoZero soprattutto per coprire la voce di Marco Travaglio, che il processo Mills è già un processo morto e che confronti di Berlusconi non c’è nessuna prova e che non esiste nessun trasferimento di denaro da Berlusconi a Mills. La spiegazione, simile alle argomentazioni di Totò e Peppino quando scrivono alla malafemmina, consisterebbe nel fatto che il Mister B. della confessione di Mills, non sarebbe il Berlusconi Silvio salvato dalla sua deposizione in All Iberian, bensì Carlo Bernasconi, braccio destro de Berlusconi, deceduto nel 2001. Perché non mister Bean? E comunque, al di là, delle versioni ridicole sui singoli processi, la vulgata dei difensori, parlamentari e giornalisti è che il processo breve come tutta la folta legislazione ad personam è solamente “legittima difesa” contro “l’uso politico della giustizia” da parte di una magistratura “fuori controllo”.

Insomma a distanza di ben 19 anni dal parlamento degli inquisiti che sotto la pressione popolare ha ritenuto opportuno, dopo la vergogna della mancata autorizzazione per Craxi, modificare l’art. 68 della Costituzione, ci troviamo ancora a subire come e più di allora l’arroganza, la prevaricazione, il ribaltamento metodico della verità in funzione di una crociata permanente contro l’uso politico della giustizia, da parte di chi si è impossessato del paese grazie ad uno spaventoso conflitto di interessi e si è messo le istituzioni repubblicane sotto i piedi.

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Banditi, il plurale è d'obbligo.

Inviato da palinuro il 02/04/2011 17:50
Le ultime quattro righe ("ci troviamo ancora a subire come e più di allora l’arroganza, la prevaricazione ... .... di chi si è impossessato del paese grazie ad uno spaventoso conflitto di interessi e si è messo le istituzioni repubblicane sotto i piedi") sono solo in parte condivisibili. Per la nostra sanità mentale occorre conservare memoria, quella che a destra, a centro e a sinistra vorrebbero tanto che noi tutti perdessimo.

Il caimano piduista non si è impossessato di un ben niente, gli è stato tutto consegnato, gratis et amore dei, proprio da coloro che avevano il dovere civile, etico, politico ed istituzionale di impedire l'ascesa di un simile mostro.

Ricordo per gli smemorati che nel corso dei sedici anni passati gli uomini ex PCI, ex PDS, ex DS (forse prossimi ex PD?) non solo hanno legittimato il portatore del più grande dei conflitti d’interessi, in barba alla legge 361/57 che tuttora vieta l’elezione dei concessionari dello Stato (nel 1994 un solo ds, Luigi Saraceni, votò contro l’elezione del piduista in Giunta per le elezioni, tutti gli altri votarono a favore, 20 luglio 1994, pag. 3 del verbale. Nel 1996 nella stessa giunta non ci fu neppure un voto contrario, 17 ottobre 1996, pagg.10-12 del verbale), ma successivamente, dal patto della crostata in poi (svendita della regolamentazione delle frequenze tv, il cuore, la fabbrica del consenso elettorale del caimano), hanno nei fatti “normato” accordi di ogni tipo con lo stesso, senza mandato elettorale e, ovviamente, non hanno mai cancellato – quando potevano - una sola delle innumerevoli leggi vergogna. Per contro, la “nuova” legge (assolutamente inutile, in vigenza della 361/57) sul conflitto d’interessi, inserita in più vaniloqui programmatici, è rimasta nella penna di Violante. In panne d’inchiostro, ci dicono.

Per dirla con Jung, hanno mostrato una irrefrenabile enantiodromìa, cioè una vera e propria corsa verso l’opposto, un rovesciamento sul (finto) avversario, con persistente ed irreversibile continuità.

Col tempo hanno creato e tuttora sostengono un atto di fede: il dogma dell’intoccabilità del conflitto d’interessi, nel senso che se qualcuno di loro dice a mezza bocca che il fatto è discretamente inaccettabile, nella comune vulgata, la linea del PD è che il caimano è da battere, sì - ma per carità! non per via legislativa né, quod deus avertat, giudiziaria -, e comunque tenendo sempre presente che siamo di fronte ad un fenomeno naturale, non controllabile, come un terremoto devastante in area non sismica o la caduta d’un meteorite avente massa pari al di lui conflitto d’interessi.

Intendo dire: che un bandito voglia salvare le chiappe e la “rrobba” frutto delle sue rapine e che quindi si giochi tutto il suo potere finanziario, corruttivo e mediatico, mi sembra banale, il meno che ci si possa attendere. Che sia tanto bravo da costruire intorno a sé un sistema sodale e gregario che dal malaffare del Capo trae indecenti profitti d’ogni genere, mi sembra la prova della sua abilità criminale.

Ma coloro che gli hanno retto il moccolo per 16 anni tradendo senza soluzione di continuità il mandato ricevuto sono la verifica, in corpore vili, che ogni uomo ha il suo prezzo. E che il prezzo di costoro è da svendita di saldi di fine stagione.

 
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