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Di nuovo è notte per la Repubblica?

FINO A QUANDO?

Fino a quando dovremo assistere a questo devastante spettacolo, alla messa in scena della progressiva fine della Repubblica parlamentare?

Uno spettacolo impossibile, dopo la fine delle dittature, tutte,  in nessun altro paese d’Europa; ma è quello che sta andando in scena, con un precipitare di eventi, proprio in questi giorni.

E’ questione di poco, e la Repubblica, quella della Costituzione uscita dal Referendum del 2 giugno 1946, non ci sarà più.

Sergio Zavoli, ricordando pochi giorni fa a Ravenna l’intervista rilasciata da Benigno Zaccagnini, poco prima della sua scomparsa, nel ciclo La notte della Repubblica, sottolineava il dolore di Zaccagnini per avere dovuto sacrificare Aldo  Moro per salvare le Istituzioni dall’aggressione del terrorismo.

Unica consolazione. Dopo la notte, c’era stato il giorno. O così sembrava.

E oggi? Siamo ancora nella notte, una nuova notte, o siamo alla fine della Repubblica parlamentare?

Questo chiediamo a chi ci rappresenta in Parlamento.

Un presidente del Consiglio che, nel giro di pochi giorni, attacca pesantemente la Magistratura, perché si trova ancora una volta sotto il peso di un conflitto di interessi che negli altri paesi europei gli avrebbe impedito di partecipare a qualsiasi competizione elettorale, e annuncia riforme che metterebbero  in ginocchio e nell’impotenza  i Pubblici Ministeri, perché sono “di estrema sinistra”, e rei di istruire processi, cioè di fare ciò che debbono in base al dettato costituzionale; e che minaccia di cancellare il Parlamento  “perché inutile e controproducente”, espressione che ricorda “l’aula sorda e grigia” con cui ebbe inizio il ventennio, ed evoca, come necessaria, una rivoluzione, perché per fare le “sue” riforme ci vuole troppo tempo, ci sono troppi vincoli.

I “tempi” che il Presidente del Consiglio aborre, perché sono perdita, appunto di tempo, sono quelli voluti dai padri e dalle madri costituenti dopo il ventennio fascista, quando le uniche discussioni avvenivano al chiuso del Gran Consiglio,  con decisioni firmate poi, spesso a scatola chiusa, dal Re. Discussioni, in genere, veloci, tranne quella che si concluse nella notte fra il 24 e il 25 luglio del 1943.

Ci volle la guerra, e la tardiva caduta del regime, per scrivere una Costituzione all’altezza della civiltà giuridica europea, con assemblee elettive, e, soprattutto, quello che il fascismo aveva negato: la divisione dei poteri, la centralità del parlamento, gli organi di garanzia costituzionale, la necessità della politica, che è discussione, confronto, e garanzie per tutti, cittadini, forze politiche, libertà di stampa e della pubblica opinione.

Il Presidente del Consiglio, fino ad oggi, è espressione del Parlamento, a suo volta espressione del popolo. Ma è proprio questa assenza, nel nostro ordinamento costituzionale, della diretta sovranità, del diretto rapporto del capo con il popolo, che l’attuale Presidente del Consiglio aborre e che lo induce a evocare una risolutiva “rivoluzione”.

Chiediamo quindi alle forze politiche democratiche presenti in Parlamento e ovunque svolgano la loro funzione politica e di controllo di agire con netta determinazione di fronte a quella che è con evidenza una emergenza democratica senza precedenti.

E di agire in ogni modo legale e pacifico, ma con forza, senza “aventini”  parlamentari, ma  spiegando con chiarezza alla opinione pubblica, dalle aule parlamentari e in ogni luogo, dalle piazze ai luoghi di incontro politico, da fare rivivere con la massima urgenza,  quello che sta accadendo e perché, non lasciando sole le ormai poche voci della libera informazione che stanno in questi giorni mandando segnali di grande allarme.

Non c’è democrazia dove la stampa non è in libere mani e i media sono pressoché di un unico padrone.

Non c’è democrazia dove è lasciata sola la Magistratura che applica la Costituzione.

Non c’è democrazia se la pubblica opinione democratica non viene ascoltata quando lancia segnali di allarme.

Non c’è democrazia se i partiti non si fanno garanti del rispetto delle Istituzioni repubblicane con il rigore che i Costituenti hanno chiesto ai rappresentanti del popolo.

Con la Costituzione non si scherza. Ci è costata molto. E va salvata, senza dubbi, senza ombre.

 

Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna

Ravenna, 22 maggio 2009

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