Economist e Nyt: B. da “Unfit” a “interdetto”

Adesso finalmente è arrivato il certificato ufficiale da parte della Banca europea e
delle massime istituzioni comunitarie di quello che era sotto gli occhi
di chi voleva vedere, non certo dalle ultime settimane, e si è
confermato come un’accolita di personaggi tra avanspettacolo ed
imbonimento mediatico spesso a reti unificate, abbia gestito la cosa
pubblica a fini personali e/o propagandistici.
In fondo, la novità è solo apparente, anche se gli effetti di una rovina economica che segue solo di poco quella istituzionale, morale e culturale certamente
non meno devastanti, si possono misurare più concretamente ed
immediatamente, già da settembre, con le misure per l’anticipo del
pareggio del bilancio che ci ha dettato la Bce nel suo programma di governo per l’Italia, prezzo scontato per l’intervento sui nostri Btp (ibidem).
Che il nostro presidente del Consiglio, il capocomico di una compagnia di guitti ormai sopravvissuta a se stessa fosse “unfit”
a guidare una grande democrazia e un paese fino a poco tempo fa
fondamentale per l’identità culturale e per l’economia europea ce lo
aveva detto sin dal 26 aprile 2001 l’allora direttore dell’Economist, Bill Emmott.
E per aver registrato puntualmente ed in modo super documentato “An italian story” diventò il giornalista straniero
più odiato dal cavaliere, dai suoi famigli e dalla platea allora e fino
a ieri vasta e trasversale dei suoi puntellatori politici e mediatici
che sotto la dicitura “terzista” per almeno quindici anni hanno
considerato Berlusconi un grande statista-innovatore, Tremonti un genio
della finanza ed i critici di entrambi rozzi “demonizzatori” e
sabotatori dell’Italia.
Lo stesso concetto ed in modo se possibile ancora più netto l’Economist lo ribadì nel maggio 2003 quando un Berlusconi sempre più scatenato contro “le toghe rosse”
a causa dei suoi processi per corruzione e contro l’informazione ancora
libera che ne parlava, si apprestava nel maggio del 2003 al semestre di
presidenza europea; il titolo è scontato “B.unfit to lead Europe”, le razioni sono rabbiose con tanto di richieste di risarcimento per il danno all’immagine, finite naturalmente nel nulla.
In Italia l’Economist da tempio del pensiero liberale e del liberismo viene degradato a covo di comunisti
e penne rosse della “perfida Albione”, mentre la crociata dell’armata
brancaleone berlusconiana contro i giornali di tutto il mondo trova il
suo momento epico nell’editto del capo contro “la stampa estera che sputtana l’Italia” di cui è stato incredibilmente destinatario nell’ottobre 2009 il direttore del Nyt che gli ha risposto per le rime.
Adesso la certificazione di inaffidabilità, inadeguatezza, discredito internazionale, non può più essere attribuita al “circo mediatico internazionale” che prenderebbe le imbeccate dai giornalisti falliti e dai demonizzatori locali.
In fondo lo stato obiettivo ed accertato di “tutelati” da parte di
un’autorità sovranazionale pur con tutti i limiti e le manifeste
debolezze dell’Europa, è sempre più rassicurante della gestione
nostrana di nani e ballerine da basso impero.
E se vanno in vacanza in Polinesia o in Terra Santa, con le famiglie,
le amanti e le Ruby al seguito o con viaggi organizzati da pellegrini
bipartisan, ben venga purché ci stiano e ritornino in Parlamento o al
Governo il più tardi possibile per ratificare esclusivamente quello che è stato deciso altrove, e più è lontano da Roma meglio è per noi.


















