Elogio delle rivoluzioni

Duecentoventi anni dopo il 1789 il corpo della Rivoluzione si muove ancora.
Eppure François Mitterrand aveva pur convinto la signora Thatcher e Joseph
Mobutu di verificarne la sistemazione della salma in occasione delle cerimonie
del bicentenario. Dal momento che l’anno della commemorazione era anche quello
della caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama annunciò la «fine della
storia», vale a dire l’eternità del dominio liberale sul mondo e la chiusura,
ai suoi occhi definitiva, dell’ipoteca rivoluzionaria. Ma la crisi del
capitalismo fa tremare di nuovo la legittimità delle oligarchie al potere.
L’aria è più leggera, o più pesante, secondo le preferenze. Evocando «quegli
intellettuali e artisti che chiamano alla rivolta», Le Figaro già si
affligge: «François Furet sembra essersi sbagliato: la Rivoluzione francese non è terminata (1)».
Come molti altri, lo storico in questione non si era risparmiato per
scongiurarne il ricordo e allontanarne la tentazione. Un tempo considerata
espressione di una necessità storica (Marx), di «un’era nuova della storia»
(Goethe), di un’epopea aperta da quei soldati dell’anno II cantati da Hugo - «E
si vedevano marciare quegli scalzi superbi sul mondo abbagliato», di essa
non si mostrava ormai più nulla se non il sangue sulle sue mani. Da Rousseau a
Mao, un’utopia ugualitaria, terroristica e virtuosa avrebbe calpestato le
libertà individuali e partorito il mostro freddo dello Stato ugualitario. In
seguito, la «democrazia» si era ripresa e l’aveva spuntata, gioiosa, pacifica,
di mercato. Erede anch’essa di rivoluzioni, solamente di altro ordine,
all’inglese o all’americana, più politiche che sociali, «decaffeinizzate»
(2).
Oltre Manica avevano anche loro decapitato un re. Poiché però la resistenza
dell’aristocrazia vi era meno energica di quella in Francia, la borghesia non
trovò necessario allearsi con il popolo per consolidare il suo dominio. Negli
ambienti privilegiati un simile modello, senza soldati scalzi né sanculotti, appariva
più elegante e meno pericoloso dell’altro. Presidentessa della Confindustria
francese, la signora Laurence Parisot non tradiva quindi le idee dei suoi
rappresentati confidando a un giornalista del Financial Times: «Adoro
la
storia di Francia, ma non amo troppo la Rivoluzione. Fu un atto di
estrema violenza del quale soffriamo ancora [le conseguenze]. Ha
costretto ognuno di noi a una scelta di campo». E aggiunse: «Noi non
pratichiamo la democrazia con altrettanto successo che in Inghilterra». (3)
«Scegliere un campo»: questo genere di polarizzazione sociale è increscioso
quando al contrario bisognerebbe, soprattutto in tempi di crisi, mostrarsi
solidali con l’azienda, con il suo proprietario/amministratore delegato, con il
suo marchio – ma restando ognuno al proprio posto. Infatti, agli occhi di
coloro che non l’apprezzano per nulla, il torto principale della rivoluzione
non è la violenza, fenomeno tristemente banale nella storia, ma, cosa
infinitamente più rara, lo sconvolgimento dell’ordine sociale che interviene in
occasione di una guerra fra ricchi e proletari.
Nel 1988, alla ricerca di un argomento-clava, il presidente Gorge Herbert Bush
redarguì il suo avversario democratico, Michael Dukakis, un tecnocrate
perfettamente inoffensivo: «Lui vuole dividerci in classi. Questo va bene
per l’Europa, ma non è l’America». Classi sociali negli Stati Uniti, si
misuri l’orrore di una simile accusa! Al punto che vent’anni più tardi, nel momento
in cui le condizioni dell’economia americana sembrava imponessero sacrifici
tanto inegualmente ripartiti quanto lo furono i benefici che li precedettero –
un verso dell’ Internazionale chiede che «il ladro restituisca il
maltolto»… -, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha giudicato fosse
urgente disinnescare la collera popolare: «Una delle lezioni più importanti
da ricavare da questa crisi è che la nostra economia non funziona se non siamo
tutti uniti. (…) Non abbiamo gli elementi per vedere un demonio in ogni
investitore o imprenditore che cerca di realizzare un profitto (4)».
Contrariamente a ciò che pretendono alcuni suoi avversari repubblicani, Barack
Obama non è un rivoluzionario…
«La rivoluzione è innanzitutto una rottura. Colui che non accetta questa
rottura con l’ordine stabilito, con la società capitalista, non può aderire al
Partito socialista».
Così parlava Mitterrand nel 1971. In seguito le condizioni per aderire
al Partito socialista (PS) sono diventate meno draconiane,
perché non ripugnano né al direttore generale del Fondo monetario
internazionale (FMI), Dominique Staruss-Kahn, né a quello
dell’Organizzazione
mondiale del commercio (WTO), Pascal Lamy. L’idea di una rivoluzione è
rifluita
anche altrove, comprese le formazioni più radicali. La destra si è
allora
impadronita della parola, apparentemente ancora portatrice di speranza,
per
farne il sinonimo di una restaurazione, di una distruzione delle
protezioni
sociali conquistate, perfino strappate, contro l’«ordine stabilito» (lo
si legga
come «giovani sarkozisti col pugno chiuso»).
Alle grandi rivoluzioni si rimprovera la loro violenza. Si è urtati per
esempio
dal massacro delle guardie svizzere in occasione della presa delle
Tuileries
nell’agosto 1792, o da quello della famiglia imperiale russa nel luglio
1918 a Ekaterinburg, oppure dalla liquidazione degli ufficiali
dell’esercito di Ciang Kai-Shek dopo
la presa del potere da parte dei comunisti cinesi nel 1949. Ma allora
sarebbe
stato meglio non avere nascosto in precedenza le carestie dell’ Ancien
Régime [ndt.: la monarchia francese] sullo sfondo delle feste da ballo a
Versailles e delle decime estorte dai preti; le centinaia di manifestanti
pacifici di San Pietroburgo, falciati in una «domenica rossa» del gennaio 1905
dai soldati di Nicola II; i rivoluzionari di Canton e Sciangai, scaraventati
vivi, nel 1927, nelle caldaie delle locomotive. Senza parlare delle violenze
quotidiane per l’ordine sociale che un tempo si voleva abbattere.
L’episodio dei rivoluzionari bruciati vivi non ha segnato soltanto coloro che
s’interessano alla storia della Cina, ma è noto a milioni di lettori de La Condition humaine [ndt.: celebre romanzo di André Malraux]. Perché per decenni
i più grandi scrittori, i massimi artisti hanno fatto causa comune col movimento
operaio per celebrare le rivoluzioni, gl’indomani che cantano. Ivi compreso, è
vero, il sottacere le delusioni, le tragedie, le albe livide (polizia politica,
culto della personalità, campi di lavoro, esecuzioni).
Da trent’anni, al contrario, non si parla più che di quello; lo si raccomanda
persino per avere buoni risultati all’università, nella stampa e per brillare
all’ Académie. «Chi dice rivoluzione dice irruzione della violenza,
spiega così lo storico di successo Max Gallo. Le nostre società sono
estremamente fragili. La maggiore responsabilità di coloro che hanno accesso
alla parola pubblica è di mettere in guardia contro questa irruzione (5)».
Da parte sua Furet riteneva che qualsiasi tentativo di trasformazione radicale
era totalitario o terrorista. E concludeva dicendo che «l’idea di un’altra
società è diventata quasi impossibile da pensare (6)». Si può presumere che
una simile impossibilità non contrariasse la maggior parte dei suoi lettori,
protetti dalle tempeste grazie a un’esistenza gradevole di cene e dibattiti.
«... ma siamo noi che avevamo le canzoni più belle»
La fobia delle rivoluzioni e il suo corollario, la legittimazione dell’ordine
costituito, snidarono molto presto ben altri intermediari che non Gallo e
Furet. Si pensi qui alle scelte dei media, cinema compreso. Da trent’anni a
oggi hanno voluto stabilire che al di fuori della democrazia liberale non si
troverebbero altro che regimi tirannici e connivenze con questi. Lo spazio
attribuito al patto germano-sovietico prevalse quindi largamente su quello
riservato ad altre alleanze contro natura, quali gli accordi di Monaco e la
stretta di mano fra Adolf Hitler e Neville Chamberlain. Il nazista e il
conservatore erano in consonanza almeno nell’odio per i fronti popolari. E
questa medesima paura di classe ispirò gli aristocratici di Ferrara e i fabbri
ferrai della Ruhr, quando favorirono l’arrivo al potere di Benito Mussolini e
del III Reich (7). Almeno questo ci è ancora permesso ricordarlo.
In questo caso, andiamo più lontano… Mentre teorizzava brillantemente il suo
rifiuto di una rivoluzione di tipo sovietico, definita da uno dei suoi amici «blanquismo
in salsa tartara» [ndt.: da Auguste Blanqui, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Auguste_Blanqui],
una figura tanto apprezzata dai professori di virtù come era Léon Blum ha
riflettuto sui limiti di una trasformazione sociale della quale il suffragio
universale sarebbe l’unico talismano. «Noi non siamo ben sicuri, così
avvertiva nel 1924, che i rappresentanti e dirigenti della società attuale,
nel momento in cui i suoi principi essenziali apparissero loro troppo
pesantemente minacciati, non uscirebbero essi stessi dalla legalità». Le
trasgressioni di questo genere effettivamente non sono in seguito mancate, dal
pronunciamento di Francisco Franco nel 1936 al colpo di Stato di Augusto
Pinochet nel 1973, senza dimenticare il rovesciamento di Mohammad Mossadeq in
Iran nel 1953. Tutto sommato il capo socialista sottolineava il fatto che «mai
la Repubblica è stata proclamata, in Francia, in virtù di un voto legale reso
nelle forme costituzionali. Essa fu instaurata dalla volontà del popolo insorto
contro la legalità esistente» (8).
Ormai invocato per squalificare altre forme d’intervento collettivo (fra cui
gli scioperi nei servizi pubblici, assimilati a sequestri di ostaggi), il
suffragio universale sarebbe diventato l’alfa e l’omega di ogni azione
politica. Le domande che Blum si pose a questo proposito tuttavia non sono
invecchiate: «Esso è oggi una piena realtà? L’influenza del dirigente e del
proprietario non pesa forse sugli elettori, con la pressione di potenze quali
denaro e grandi giornali? Ogni elettore è forse libero nell’emettere il proprio
suffragio, libero per la cultura del suo pensiero, libero per l’indipendenza
della sua persona? E per liberarlo, non ci vorrebbe precisamente una
rivoluzione (9)». Si sussurra in giro che nonostante questo il verdetto
delle urne ha tradito le aspettative in tre Paesi europei – Olanda, Francia,
Irlanda – le pressioni congiunte degli industriali, dei potentati finanziari,
della stampa. Per quella stessa ragione non se ne era tenuto conto… [ndt.: si
accenna qui alle votazioni per la Costituzione Europea]
«Abbiamo perduto tutte le battaglie, ma siamo noi che abbiamo le canzoni più
belle». Questo commento, il cui autore sarebbe un combattente repubblicano
spagnolo che cercava rifugio in Francia dopo la vittoria di Franco, riassume a
suo modo il problema dei conservatori e della loro lancinante pedagogia della
sottomissione. Detto in parole povere, le rivoluzioni lasciano nella storia e
nella coscienza umana una traccia indelebile, anche quando non sono riuscite,
anche quando le si sono disonorate. Esse incarnano effettivamente quel momento
tanto raro in cui si alza la fatalità, in cui il popolo prende il sopravvento.
Da qui la loro universale risonanza. Perché, ognuno a suo modo, gli ammutinati
del Potëmkin, i superstiti della Lunga marcia, i barbudos
della Sierra Maestra hanno fatto rivivere quelle gesta dei soldati dell’anno II
[ndt.: Valmy e Jemappes, 1792] che suggerirono allo storico britannico Eric
Hobsbawm che «la Rivoluzione francese ha rivelato la potenza del popolo in
una misura che nessun governo si è mai permesso di dimenticare – non fosse
altro che per il ricordo di un esercito improvvisato di coscritti non
addestrati, ma trionfante sulla potente coalizione formata dalle truppe scelte
più preparate delle monarchie europee (10)».
Prevenire le restaurazioni conservatrici nate dal sapere
Non si tratta soltanto di un «ricordo»: il vocabolario politico moderno
e la
metà dei sistemi giuridici del mondo s’ispirano al codice che la
Rivoluzione ha inventato. E chi pensa al terzomondismo degli anni ’60
può chiedersi se una
parte della sua popolarità in Europa non venisse dal sentimento di
riconoscenza
(nel doppio significato del termine) che esso fece nascere. L’ideale
rivoluzionario, egualitario, emancipatore, dei Lumi sembrava allora
rinascere
nel Sud, in parte grazie a vietnamiti, algerini, cinesi, cileni, che si
erano
fatti le ossa sul Vecchio Continente.
L’Impero si appesantiva, antiche colonie davano il cambio, la rivoluzione
continuava. La situazione attuale è diversa. L’emancipazione della Cina o
dell’India, la loro affermazione sulla scena internazionale suscitano qua e là
curiosità e simpatia, ma non rimandano ad alcuna speranza «universale» legata,
per esempio, all’uguaglianza, al diritto degli oppressi, a un altro modello di
sviluppo, alla preoccupazione di prevenire le restaurazioni conservatrici nate
dal sapere e dalla differenziazione.
Se l’infatuazione internazionale suscitata dall’America latina è più grande,
ciò è dovuto al fatto che l’orientamento politico vi è nello stesso tempo
democratico e sociale. Da vent’anni una certa sinistra europea giustifica la
priorità che accorda alle richieste delle classi medie teorizzando la fine
della «parentesi rivoluzionaria», la cancellazione politica delle categorie
popolari. I governanti del Venezuela o della Bolivia al contrario mobilitano nuovamente
queste ultime, dando loro la prova che il loro destino è preso in
considerazione, che la loro sorte storica non è sotto sigilli, che la lotta
continua, insomma.
Per quanto rimangano auspicabili, le rivoluzioni sono rare. Presuppongono allo
stesso tempo una massa di malcontenti pronti ad agire; uno Stato la cui
legittimità e autorità siano contestate da una parte dei suoi sostenitori
abituali (a causa della sua imperizia nel campo economico, o della sua incuria
in quello militare, o delle divisioni interne che lo paralizzano e poi lo
dissestano); infine la preesistenza di idee radicali di revisione dell’ordine
sociale, all’inizio estremamente minoritarie, ma alle quali potranno
appigliarsi tutti coloro le cui vecchie convinzioni o lealtà sono state dissolte
(11).
La storica americana Victoria Bonnell ha studiato gli operai di Mosca e di San
Pietroburgo alla vigilia della Prima guerra mondiale. Poiché si tratta del solo
caso in cui questo gruppo sociale fu il maggiore attore di una rivoluzione
«riuscita», la sua conclusione merita di essere riportata: «Ciò che
caratterizza la coscienza rivoluzionaria è il convincimento che le proteste non
possono venire soddisfatte se non dalla trasformazione delle istituzioni
esistenti e dall’instaurazione di un’altra organizzazione sociale (12)».
Tanto vale a dire che questa coscienza non compare spontaneamente, senza una
mobilitazione politica e un fermento intellettuale preliminari.
Tanto più che in generale, ed è ciò cui si assiste attualmente, la domanda dei
movimenti sociali è dapprima sulla difensiva. Essi intendono ristabilire un
contratto sociale che giudicano violato dai dirigenti e dai padroni delle
imprese, dai proprietari terrieri, dai banchieri, dai governanti. Il pane, il
lavoro, un alloggio, lo studio, un progetto di vita. Non (ancora) un «radioso
avvenire», ma l’ «immagine di un presente liberato dai suoi aspetti più
dolorosi (13)». Soltanto in seguito, quando diviene palese l’incapacità dei
dominanti di adempiere agli obblighi che legittimano il loro potere e i loro
privilegi, è talvolta posta, al di là dei circoli militanti, la domanda di
sapere «se i re, i capitalisti, i preti, i generali, i burocrati conservano
una loro utilità sociale (14)». Allora si può parlare di rivoluzione. La
transizione da una fase all’altra può avvenire rapidamente – due anni nel 1789,
qualche mese nel 1917 – o non accadere mai.
Domanda posta nel 1977: perché l’URSS è così stabile?
Da circa due secoli milioni di militanti politici o sindacali, di storici, di
sociologi, hanno esaminato le variabili che determinano l’esito: la classe
dirigente è divisa e demoralizzata? Il suo apparato difensivo è intatto? Le
forze sociali che aspirano al cambiamento sono organizzate e capaci di
accordarsi? In nessun altro luogo questi studi sono stati fatti più che negli
Stati Uniti, dove si trattava sovente di capire le rivoluzioni, di ammettere
tutto quello che esse avevano apportato, ma allo scopo di scongiurarne la
spaventosa eventualità.
L’affidabilità di questi lavori si è rivelata… aleatoria. Nel 1977, per esempio,
ci si preoccupava soprattutto dell’ «ingovernabilità» delle società
capitaliste. E in contrasto ci si interrogava: perché l’URSS è così stabile? In
quest’ultimo caso le spiegazioni si scombinavano: preferenza dei dirigenti e della
popolazione sovietici per l’ordine e la stabilità; socializzazione collettiva
che rafforzava i valori del regime; natura non cumulativa dei problemi da
risolvere, che permetteva al partito unico di manovrare; buoni risultati
economici che contribuivano alla stabilità desiderata; progressi nel livello di
vita; status di grande potenza, eccetera (15). Già immensamente celebre,
il politologo di Yale Samuel Huntington, partendo da questa messe di indici
concordanti non concludeva altrimenti: «Nessuna delle sfide previste per i
prossimi anni sembra essere qualitativamente diversa da quelle alle quali il
sistema sovietico è già riuscito a rispondere (16)».
(1) Le
Figaro, Paris,
9 avril 2009
(2) «In breve, ciò che la sensibilità liberale esige è una rivoluzione
decaffeinata, una rivoluzione che non abbia il sapore di rivoluzione»,
riassume Slavoj Zizek, in Robespierre : entre vertu et terreur,Stock,
Paris, 2008, p. 10
(3) Financial Times Magazine,Londres, 7-8 octobre 2006
(4) Conferenza stampa del 24 marzo 2009
(5) Le Point, Paris,
25 février 2009
(6) François Furet, Le Passé
d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXe siècle, Robert Laffont - Calmann-Lévy,
1995, p. 572
(7) Nel 1970 il regista Vittorio De Sica, ne Il giardino dei Finzi Contini
e Luchino Visconti, in I dannati, hanno affrontato questo argomento.
(8)
Léon Blum, « L’idéal socialiste », La Revue de Paris, mai 1924. Cité
par Jean Lacouture, Léon Blum,Seuil,
Paris, 1977, p. 201
(9) Ibid.
(10) Eric J. Hobsbawm, Aux
armes, historiens. Deux siècles d’histoire de la Révolution française, La Découverte, Paris, 2007, p. 123.
(11) Vedi Jack A. Goldstone,Revolution, Wadsworth Publishing, Belmont
(Californie), 2002, et Theda Skocpol, Etats
et révolutions sociales,Fayard, Paris, 1985.
(12) Victoria Bonnell, The
Roots of Rebellion. Workers’ Politics and Organizations in St. Petersburg and
Moscow, 1900-1914, University
of California Press, Berkeley, 1984, p. 7.
(13) Barrington Moore,Injustice. The Social Bases of Obedience and Revolt,Sharpe,
White Plains (New York) 1978, p. 209.
(14) Ibid., p. 84.
(15) Cf. Seweryn Bialer,Stalin’s
Successors. Leadership, Stability, and Change in the Soviet Union,Cambridge
University Press, 1977.
(16) Samuel Huntington, « Remarks on the meaning of stability in the
modern era », dans Seweryn Bialer et Sophia Sluzar (sous la dir. de), Radicalism in the Contemporary Age, vol. 3,Strategies and Impact of
Contemporary Radicalism,Westview Press, Boulder (Colorado), 1977,
p. 277.


















