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P3: Faccendieri di governo e interlocutori istituzionali

La mole di attività di interferenza della banda di faccendieri con rappresentanti delle istituzioni di tutti i livelli è talmente massiccia e capillare da dover essere articolata in singoli capitoli, uno più avvincente dell’altro.

Non è quasi più possibile dare conto puntualmente delle inchieste che hanno al centro scandali politico-affaristici interconnessi con la criminalità organizzata distribuite capillarmente sul territorio nazionale da Firenze a Roma, da Napoli a Milano, da Reggio Calabria al Nordest. C’è solo da stupirsi in positivo nel constatare che nonostante il lavorio incessante di una parte consistente della politica ai massimi livelli per ostacolare le inchieste, delegittimare i magistrati, condizionarli, tentare di avvicinarli ed influenzarli con ogni mezzo, i PM continuino ad indagare ed i giudici fino al più alto grado continuino sostanzialmente ad emettere ordinanze e sentenze in applicazione delle leggi dello Stato e dei principi costituzionali, come ha confermato la Corte Costituzionale con la bocciatura del cosiddetto lodo Alfano.

Se si legge l’ordinanza di applicazione della custodia cautelare per Flavio Carboni, faccendiere “istituzionale” della prima e seconda Repubblica, Pasquale Lombardi oscuro titolare di uno studio tecnico, nonché giudice tributario che trattava alla pari membri del CSM e sottosegretari, Arcangelo Martino, imprenditore partenopeo meglio noto per la bufala escogitata a proposito della presunta antica conoscenza tra il padre di Noemi e “l’amico di famiglia” detto Papi, si rimane semplicemente allibiti, anche se si ha dimestichezza con la cronaca giudiziaria.

Indagati nella stessa inchiesta sulla cosiddetta P3 sono anche Marcello Dell’Utri e Giacomo Caliendo sottosegretario alla Giustizia, oltre ai tre faccendieri governativi in carcere e a Denis Verdini, padrone di casa a Palazzo Pecci Blunt con vista mozzafiato su Ara Coeli e anfitrione in quella sera del 23 settembre dedicata alla pianificazione della task force che doveva scongiurare l’incostituzionalità del lodo Alfano. Presenti anche il magistrato Antonio Martone che ha ritenuto più opportuno dimettersi e il capo degli ispettori Arcibaldo Miller, una vecchia gloria delle ispezioni berlusconiane al palazzo di giustizia di Milano, allertato in seguito anche per una ispezione, naufragata, presso la Corte di appello finalizzata alla riammissione della lista Formigoni.

Da registrare tra le reazioni “politiche” alla notizia del coinvolgimento a pieno titolo di due sottosegretari, Caliendo e Cosentino tuttora coordinatore del PDL campano, tirato pesantemente in ballo anche nella nuova inchiesta campana sugli appalti gestiti da Nicola Schiavone, quella dell’ineffabile Bondi che ha definito “funesta” la presenza di Italo Bocchino nel PDL, colpevole di aver parlato di “dimissioni” per i vice-ministri implicati.

La mole di attività di interferenza della banda di faccendieri con rappresentanti delle istituzioni di tutti i livelli è talmente massiccia e capillare da dover essere articolata in singoli capitoli, uno più avvincente dell’altro.

L’ iperattivo Lombardi opera su molti fronti: contatta il parlamentare Lusetti per avvicinare Cesare Mirabelli ex presidente della Consulta; cerca di interferire sulla Cassazione tramite la conoscenza con il presidente Carbone; si produce in un pressing costante sul CSM allo scopo di favorire con ogni mezzo la nomina alla carica di dirigente in uffici giudiziari particolarmente monitorati e “sensibili” di candidati graditi alla cosca, in particolare alla corte di appello di Milano che dovrà, guarda caso, occuparsi anche dell’imputato Berlusconi Silvio.

Lombardi che non ha né formazione, né competenze giuridiche ed è estraneo al pianeta giustizia con l’eccezione di qualche presenza in commissioni tributarie, si muove come un perfetto insider quando si tratta di fare pressioni o di accreditarsi presso membri del CSM, con cui colloquia da pari e pari in un clima di assoluta intimità come conferma il colloquio del 21/10/09 con l’avvocato Celestina Tinelli, membro non togato in quota DS.

Deve piazzare candidati di fiducia a Isernia, Nocera, ma soprattutto a Milano dove deve essere nominato “il nostro Alfonso Marra” e siccome la conversazione sarà un po’ lunga, invita “Celestì” a piazzarsi su uno strapuntino; la esorta a parlarne subito con Carbone il presidente della Cassazione, perché le cose si stano mettendo male: il Consigliere Berruti “si è messo di traverso e sta litigando con il gruppo” come gli spiega costernata la Tinelli che si definisce “inguaiata e legata mani e piedi”. Lombardi auspica un intervento di Giacomo Caliendo, [sottosegretario alla giustizia] per “scannarlo, sennò..” questo Giuseppe Maria Berruti che non si adegua ai loro desiderata e la Tinelli aggiunge sconsolata che anche Mancino [vicepresidente CSM] lo sta seguendo e dunque “è un casino Pasqualino… non so come se ne può uscire..”.

Dopo quel colloquio e i consigli della Tinelli, le attività frenetiche di Lombardi si moltiplicano per favorire l’elezione di Marra: fa pressioni direttamente sul sottosegretario Caliendo perché a sua volta intervenga su Berruti favorevole all’elezione del concorrente Rordorf, prende un appuntamento con Mancino ma dice a Caliendo “mi ha convocato Nicola”; a Gennaio si incontra con lo stesso Marra e con il magistrato Francesco Castellano, già autore di alcune soffiate a Giovanni Consorte nell’estate ruggente dei furbetti.

Il 3 febbraio la telefonata della vittoria: con 14 voti a 12 è stato nominato Marra e hanno votato a suo favore tra gli altri: Mancino, Carbone, Tinelli…

Forse vale la pena aggiungere qualche elemento utile di conoscenza riguardo la consigliera Celestina Tinelli, infaticabile presenzialista a convegni e conferenze su giustizia, legalità e lotta alla mafia che però quando si tratta di votare o di intervenire su magistrati dal curriculum non proprio trasparente, sembra sia vittima di uno sdoppiamento di personalità.

Per esempio con il suo voto determinante e con un ribaltone last minute, prevalse come capo della procura di Marsala quel Di Pisa ostile a Falcone e presunto corvo della procura di Palermo su Alfredo Morvillo, cognato di Falcone e magistrato al di sopra di ogni sospetto da sempre in prima linea. In quella nomina che lasciò di stucco e contro ogni previsione, avvenuta per un solo voto, va segnalato oltre il sostegno a Di Pisa del primo presidente di Cassazione Carbone anche l’astensione di Nicola Mancino che si era pronunciato per Morvillo e che avrebbe comunque potuto capovolgere l’esito dato che il voto del vice-presidente vale per due.

Inoltre in nome della difesa dell’autonomia della magistratura la Tinelli nel 2009 ha chiesto con grande sollecitudine l’apertura di una pratica a tutela del procuratore capo di Reggio Emilia Italo Materia che aspirava alla nomina di procuratore a Bologna, un magistrato con un curriculum punteggiato di zone buie e distrazioni, come tra l’altro, l’accreditamento del falso pentito Luigi Sparacio firmato insieme a Giovanni Lempo condannato per associazione mafiosa. Invece che citare per diffamazione Sonia Alfano che aveva aperto il caso ed accertare la verità dinanzi al magistrato, Materia preferì dimettersi.

Parallelamente a questa attività di pesantissima interferenza su organi costituzionali la banda dei faccendieri, oltre al business dell’eolico da cui è partita tutta l’inchiesta, lavora alacremente per sostenere con ogni mezzo l’elezione di Nicola Cosentino, già raggiunto da una richiesta di custodia cautelare per concorso esterno alla camorra, a presidente della Campania. Dunque bisogna distruggere la reputazione del nuovo possibile candidato del PDL Stefano Caldoro e preparare dossier ad hoc: frequentazione di trans e ovviamente collusioni camorristiche, All’uopo viene coinvolto anche Sica , all'epoca sindaco del comune di Pontecagnano, che trasmette via fax all’altro perno della centrale criminale l’imprenditore Arcangelo Martino un documento con informazioni prefabbricate da utilizzare appunto contro Caldoro sbandierandole su un sito adatto.

In un’altra telefonata che focalizza ulteriormente la disinvoltura politica oltre che criminale dei protagonisti, Martino aggiunge anche confidandosi con Lettieri, altro potenziale candidato, che se non si fosse riusciti a rimettere in pista Cosentino “avrebbe fatto un pensierino su De Luca”.

Si può concludere con le osservazioni conclusive dell’ordinanza del Gip che meglio di molti improvvisati commenti giornalistici fotografano l’attività della cosiddetta Loggia P3: “Un quadro di tale tipo non può non provocare un forte e giustificato allarme sociale e istituzionale in quanto il concreto pericolo della prosecuzione dell’attività delittuosa della societas sceleris rischia di condizionare gli equilibri istituzionali e l’affidabilità sociale e istituzionale di istituzioni pubbliche anche a livello costituzionale, fra cui importanti uffici giudiziari…” Questo, aggiunge il gip nonostante che “spesso, fortunatamente, le istituzioni pubbliche sottoposte a tali tentativi di condizionamento illecito hanno dimostrato di rimanere impenetrabili ai detti concreti tentativi”. Ma troppe volte, è doveroso aggiungere, rappresentanti ai massimi livelli di organi garanti dell’indipendenza della magistratura si sono accomodati “sullo strapuntino” per ascoltare e consigliare con manifesta complicità piccoli o grandi faccendieri di governo all’ombra del sempreverde Flavio Carboni, l’omo che può vantare di “coprire la testa di Silvio Berlusconi”

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Travaglio - Servizio P. 9/02/2012

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