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Figli di nessuno

Di pulito, in questo Paese di magagne, illeciti e abusi, non rimane che il candore accecante delle Alpi e quest’anno degli Appennini

Nome: Cipputi. Cognome: Cipputi. Paternità: boh? Maternità: Bah? Insomma, figlio di nessuno. Come lui tanti, ormai troppi. Cosa fanno e che pensano, dove stanno, hanno ancora spiccioli di speranza da spendere, sono incazzati silenti, preparano rivincite, sono assuefatti alla disfatta, s’illudono che il “sistema” imploda trascinando con sé petrolieri e finanzieri d’assalto, speculatori, corrotti e corruttori, razzisti, prevaricatori, millantatori e farabutti? Sono fragili, divisi, vulnerabili: sono gli ex della sinistra italiana. Si spendono in spazi minimi di resistenza, giurano che snobberanno la prossima tornata elettorale, neofiti della contestazione astensionistica stufi di votare il meno peggio turandosi il naso; elaborano teneri progetti di gruppo, mai più di venti o trenta teste pensanti; scrivono manifesti, sognano varianti post-moderne della Comune,  sono spettatori esclusivamente notturni della televisione, quando le “cose fuori orario” promettono standard minimi di decenza; rileggono il Capitale  e telefonano commossi agli amici palestinesi in empiti di solidarietà che sottovoce, per timore di spregiudicatezza eccessiva, si accompagna a dubbi appena sussurrati e a incipienti perplessità sulla timidezza della svolta americana che sarebbe nata dalla caduta nella polvere di Bush e dalla galoppata trionfale di Obama; ebbri di vittoria e mai paghi di entusiasmo collettivo per la “rivoluzionaria” ascesa al potere di un presidente di colore, esultano per l’annuncio mediatico del suo primo giorno in carica, quando dichiarerà conclusa la vergogna di Guantanamo, ma sottovalutano le sue attestazioni di fedele amicizia con Israele concomitanti con il massacro di civili in corso nella striscia di Gaza; fingono di non sapere che gran parte del sistema economico Usa è dipendente dalle lobbies degli ebrei americani e dal loro potere elettorale; lasciano ai centri sociali la protesta; chiudono un occhio e spesso tutti e due sull’impari potenziale distruttivo delle parti in conflitto: da una sponda, sassate e missili che di tanto in tanto fanno qualche ferito, dall’altra un esercito super equipaggiato, armi sofisticate, aerei lancia missili, bombe e centinaia di vittime innocenti, scuole e ospedali sventrati, carri armati che invadono a suon di cannonate Gaza, ultima landa lasciata, per modo di dire, ai palestinesi prigionieri nel muro della vergogna alzato per l’intera estensione della striscia; camion di aiuti umanitari colpiti, distrutti, un popolo allo stremo, devastato da decenni di angherie subite, fame sete, disperazione.

La tentazione di scegliere l’equidistanza da palestinesi e israeliani è inspiegabilmente presente nei governi occidentali, in alcuni casi irresistibile e lo è altrettanto l’alibi inventato per gli attacchi selvaggi nella striscia: si addebita ad Hamas l’ostinazione a non riconoscere il diritto di Israele di essere Stato, si trascura l’opposto di Israele che alla Palestina nega l’esistenza, non solo la titolarità di Stato, dopo essersi appropriato di quasi tutto il suo territorio e averla stretta in un lager infliggendole sofferenze e lutti.

Dalle nostre parti, comodamente lontani dalla tragedia, facciamo accademia e più in là, negli Stati Uniti, si gioca a sorprendere il mondo annunciando il falso e cioè che per la prima volta si favorirà la pace ragionando, riflettendo su passato, presente e futuro. Di dialoghi, interrotti dal fuoco delle armi, è stracolma la storia del buco nero di una guerra infinita. I collaboratori del neopresidente giurano sui progetti di Obama, il quale è promette di percorrere la strada del dialogo, ma a condizione che “Hamas smetta di lanciare missili”. Nessuna raccomandazione agli israeliani, mentre un moto di universale patriottismo attraversa la politica italiana e la difesa della bandiera israeliana si recita a destra, a sinistra, al centro. Lecito protestare, dicono i benpensanti ma la bandiera no, quella è sacra e inviolabile. Non lo sono altrettanto le povere case di Gaza che bruciano con chi le abita.

In piazza nelle città italiane si vede solo la rabbia dei centri sociali, non a caso immuni dalla degenerazione della politica e specialmente dalle ceneri della sinistra, di quella che balbetta qualche innocua insolenza contro il centrodestra, che se la ride, non avrebbe mai sperato di sgovernare impunemente e di garantirsi così lunga vita. A consolare i nostalgici frustrati delle mani pulite, dell’onestà, della moralità, dei probiviri che buttavano fuori dai partiti di sinistra i colpevoli di peccati anche veniali, ecco svettare in cielo gli aerei della compagnia di bandiera. Alitalia c’è, seppure nell’ibrido di una partnership con Air France, che sghignazza, pappandosi la torta sulla pelle degli italiani, avendo dichiarato non troppo tempo fa la disponibilità ad accollarsi il debito della nostra compagnia aerea e ora in paziente attesa che scada il contratto quadriennale per dire addio alla cordata di speculatori CAI e ai conati di nazionalismo italico.

In margine al collasso della cosiddetta sinistra c’è poi materia per un reality sanguinolento. Litigano nel Pd e il duello rusticano Veltroni-D’Alema offre pagine di autentica guasconeria, litiga Rifondazione e si frantuma, Rutelli è tentato dal “centrismo non camuffato”, De Mita risorge dalle ceneri e Pomicino, proprio lui, impartisce lezioni etiche alla casta di questa stagione infame della politica. Maglia nera del giro d’Italia dei comuni è la derelitta Napoli e se ne va a braccetto con la Regione Campania senza vergogna, lasciandosi scivolare addosso critiche, vicende giudiziarie e scandali.  

Di pulito, in questo Paese di magagne, illeciti e abusi, non rimane che il candore accecante delle Alpi e quest’anno degli Appennini. Viste di lassù, dove salgono gli aerei per infilarsi in corridoi di rotte sempre più trafficate, le dorsali montuose per loro fortuna sembrano impossibili da sporcare e almeno per un’ora di volo nascondono l’insostenibile degrado di un Paese che non lo ha saputo fermare in tempo utile. Le chiacchiere nei salotti di Vespa, Santoro, Floris e compagnia bella sono obnubilanti e più o meno inutili: fingono contrapposizioni che si ricompongono appena la spia rossa delle telecamere si spegne e gli attori pirandelliani della politica a puntate tornano ai loro affari, spalleggiati dalle claque invitate con il ricorso al mitico manuale Cencelli.

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