Fino a quando?

Fino a quando? Se l’è domandato il premio Nobel per la letteratura Josè Saramago, prima dell’ultima guerra del Berlusconi –Catilina furioso contro il collegio giudicante del caso Mills che come era scontato ha depositato le altrettanto scontate e prevedibili motivazioni in cui si argomenta la condanna dell’avvocato Mills a quattro anni e sei mesi per essersi fatto corrompere da un corruttore, il presidente del Consiglio di un paese “semilibero”.
Fino a quando si dovrà assistere al rituale surreale di un atto doveroso della magistratura a cui fa seguito un attacco eversivo di un capo di Governo spalleggiato dai suoi avvocati-legislatori, dalla sua maggioranza addomesticata, dal cosiddetto servizio pubblico, di cui Bruno Vespa interpreta compiutamente il grado di indipendenza, ridotto a personale ufficio stampa? Dopo la conferenza stampa con tanto di giuramento sulla testa dei figli e di reazioni scomposte e rabbiose nei confronti di qualche giornalista che osa fare domande, di impegno di riferire in Parlamento che nell’arco di 24 ore diventa annuncio di un intervento per denunciare i comportamenti di “certa magistratura”, arriva prevedibile la smentita. Il beneficiario delle false dichiarazioni dell’avvocato londinese non va per il momento in Parlamento, non è urgente, casomai dopo le elezioni.
E sarebbero sempre i sondaggi, secondo la versione del suo entourage, che gli sconsiglierebbero una mossa simile, perché per un leader che gode di tanta popolarità e che si appresterebbe al voto europeo, dove è incredibilmente capolista in tutte le circoscrizioni, con l’intenzione dichiarata di battere tutti i precedenti primati di preferenze, incluso quello del “divo” Giulio, non ha alcun senso andare in diretta a confrontarsi con l’opposizione, seppure in stato non brillante.
Non gli conveniva ovviamente andare a difendersi davanti ai magistrati e si è confezionata una nuova e non migliore versione del Lodo Maccanico Schifani, già disintegrato dalla Corte Costituzionale, la legge Alfano avallata purtroppo in meno di 24 ore dal capo dello Stato contro cui in solitudine e in un regime di sordina informativa oltre un milione di cittadini è andata a firmare. Dopo una prima reazione a caldo ritiene che non gli convenga nemmeno “andare a riferire” in Parlamento per non inciampare nell’insostenibilità delle sue pretese di impunità e di intimidazione della magistratura e benché si tratti di una sede impropria, dove può contare su una maggioranza schiacciante e addomesticata, preferisce comunque evitare un luogo istituzionale.
Il suo giudice non sono più nemmeno i suoi “eguali”, gli appartenenti alla casta dei nominati più che degli eletti a cui si appellava nei precedenti proclami sulla autentica natura dello stato di diritto che gli scriveva Giuliano Ferrara quando doveva sottrarsi ai precedenti processi per corruzione, Toghe Sporche, Sme- Lodo Mondadori.
Adesso c’è direttamente “il giudizio del popolo” del suo popolo coltivato per oltre quindici anni dall’alto del suo inarrivabile conflitto di interessi con la disinformazione e la propaganda di incontrastato monopolista evidentemente “costretto” ad occupare questa Rai in sfacelo, come paventava l’amico Marcello Dell’Utri e come le nomine Rai di questi giorni confermano con prevedibile puntualità.
Il grande Saramago si stupisce che in Italia non si sia mai levata nessuna voce ciceroniana per chiedere al Berlusconi –Catilina “fino a quando abuserai della nostra pazienza?” e aggiunge che “bisognerebbe provarci”. Ma commenta amaramente che “il Catilina di oggi non ha bisogno di dare la scalata al potere, perché è già suo, ha abbastanza denaro per comprare tutti i complici di cui ha bisogno, compresi giudici, deputati, senatori. E’ riuscito nell’impresa di dividere il popolo italiano in due parti: quelli cui piacerebbe essere come lui e quelli che già lo sono”.
Tra quindici giorni vedremo l’esito di un voto importante che sarà inevitabilmente anche un test sulla leadership, se così la si può chiamare, di una simile figura di capo di Governo.
In questo ultimo scorcio di campagna elettorale Massimo D’ Alema ha detto senza mezzi termini che Berlusconi deve andare a riferire di fronte ai magistrati e che in Italia c’è il controllo dell’informazione.
Ma forse si può intravedere, nonostante l’analisi purtroppo lucida di Saramago, una nota di cauto ottimismo: se D’Alema si trova costretto, obtorto collo, a sfoderare accenti pseudo- ciceroniani, può darsi che abbia captato che una parte considerevole di italiani ha finalmente esaurito la pazienza.


















