GIU’ LE MANI DAL REFERENDUM

Come era facile prevedere i promotori e i sostenitori del referendum elettorale, clamorosamente respinto da 4 italiani su 5, tentano ora di salvare la faccia, a costo di mettere in discussione la stessa sopravvivenza di questo strumento di democrazia diretta.
Ma l’argomento principale cui fanno ricorso è però chiaramente falso: il quorum non è irraggiungibile ed è stato raggiunto, per esempio, nel 2006 al referendum costituzionale (che peraltro nemmeno lo richiedeva); anche se sembra esistere una unanime volontà di dimenticare quello che è stato, invece, uno dei momenti più alti della nostra storia repubblicana.
In realtà il referendum funziona quando viene utilizzato correttamente, attivato da una minoranza per restituire ai cittadini il loro potere decisionale e annullare norme che si presumono non condivise dalla maggioranza degli elettori; dunque come strumento eccezionale rispetto ai normali meccanismi della democrazia delegata.
In questo caso invece il referendum, nonostante la propaganda ‘furbetta’ dei promotori, non abrogava le parti essenziali della legge elettorale, ma si limitava a modeste modifiche: peggiorative in due casi su tre e quasi irrilevanti nel terzo. Inoltre era sostenuto prevalentemente dal principale partito di maggioranza, che quella legge l’aveva voluta e potrebbe modificarla con le ordinarie procedure parlamentari.
E’ azzardato dedurne che il fine ultimo della iniziativa, contrariamente a quanto si voleva far credere, fosse proprio rafforzare il vergognoso meccanismo che priva i cittadini del loro diritto di scegliere da chi farsi rappresentare e governare, in una visione di bipartitismo esasperato e imposto per legge?
Se così fosse sarebbe bene riconoscere che il referendum anche questa volta, come nel 2006, ha svolto pienamente la sua funzione, richiamando all'ordine una classe politica sempre meno disponibile ad ascoltare i propri elettori e a sottoporsi al loro giudizio.
Forse è proprio per questo che nei commenti della nomenklatura abbiamo ascoltato dichiarazioni convergenti e allarmanti su possibili ‘riforme’ che imporrebbero la raccolta di un numero doppio di firme (1 milione), il rimborso da parte dei promotori dei costi sostenuti dallo Stato in caso di mancato raggiungimento del quorum, o, dal punto di vista opposto, la cancellazione del quorum stesso.
Nei primi due casi organizzare un referendum diverrebbe impossibile; nell’ultimo si correrebbe il rischio di mettere nelle mani di una minoranza scelte fondamentali.
In realtà della crescita dell’astensionismo ‘fisiologico’ (fenomeno comunque negativo in sé e da recuperare) si potrebbe tenere conto, per esempio, prendendo semplicemente a base di calcolo del quorum non gli ‘aventi diritto al voto’, ma i votanti delle ultime consultazioni politiche.
Questa soluzione, coerente con l’impianto originario del referendum, non avrebbe però cambiato l’esito del referendum di domenica scorsa e la chiara bocciatura dell’ennesimo tentativo di stravolgere la nostra democrazia parlamentare introducendo una nuova versione della legge Acerbo di mussoliniana memoria. E’ quindi improbabile che venga presa in considerazione.
Allora spetta proprio a noi, che abbiamo sostenuto il diritto di rifiutare con l’astensione l’inganno di un falso referendum, il compito di difendere questo strumento della democrazia, e magari pretendere che si rispetti la volontà che i cittadini esprimono utilizzandolo.














