GLI OCCHI DELLA STORIA

Ci sono
momenti in cui la Storia si presenta con la sua faccia più vera,
mostrandosi non solo a quelli che la vivono direttamente, ma anche
agli altri, al mondo che vi assiste da spettatore, spesso impotente.
In quei momenti capisci che la Storia è fatta di vite, che non sono
numeri, cifre fredde da aggiungere alle pagine bianche di registri
pronti a certificare successi, parole, sconfitte, morte, bensì
involucri di sogni, speranze, rabbia, determinazione, sete di
giustizia, pensieri privati.
In Iran c’è un popolo che si è
sollevato per cambiare la Storia, quella di uno Stato da troppi anni
costretto a vivere strangolato dal cappio asfissiante ed oppressivo
di un’oligarchia di fanatici, dittatori sostanziali di una
democrazia inesistente, basata su una Repubblica religiosa, anzi
fondamentalista. Il popolo iraniano ha detto basta, davanti
all’ennesimo atto di un regime che 30 anni fa, dopo la rivoluzione
guidata da Khomeyni, si sostituì a quello dello Scià di Persia.
La
vittoria alle elezioni presidenziali del 13 giugno, conseguita da
Ahmadinejad a scapito del leader moderato Mussavi, il quale ha
denunciato evidenti brogli, ha scatenato la protesta di una
popolazione composta per la gran parte da giovani, figli di quella
generazione decimata dagli 8 anni (1980-1988) di guerra con l’Iraq,
decisi a riprendere in mano il Paese, a farlo uscire dall’isolamento
a cui il presidente in carica, Ahmadinejad, e il leader supremo
religioso, Alì Khamenei, lo hanno costretto.
Già qualche anno fa
gli studenti universitari scesero in piazza contro il regime, ma la
loro rivolta fu soffocata nel sangue e relegata al silenzio dalla
propaganda del potere, con un’opinione pubblica internazionale
distratta e incapace di sostenere i segnali e i desideri di
cambiamento provenienti dai piani bassi dell’Iran. Questa volta la
protesta è più ampia, ha un riferimento politico preciso (il leader
di un’opposizione che denuncia l’illegittimità del voto) e
grazie al web riesce a far filtrare notizie, immagini, prove di
quanto sta avvenendo.
La cortina impenetrabile del regime iraniano è
diventata trasparente e permette al mondo, in primis agli esuli
iraniani, di sapere, di guardare la Storia negli occhi. Gli occhi di
Neda Agha-Soltani, una studentessa di filosofia di soli 27 anni,
uccisa dal fuoco di un miliziano, che l’ha mirata e colpita al
cuore, mentre la giovane partecipava alla manifestazione per la
democrazia e contro i brogli elettorali. Un colpo solo al petto e
pochi minuti per morire. Qualcuno ha ripreso la scena e l’ha
trasmessa al mondo grazie al web, ai social network Youtube,
Facebook, Tweeter.
Una scena terribile, una
giovane vita che si spegne, tra dolore e sangue che sgorga sul viso,
accanto ad amici e medici disperati. Neda è morta per difendere la
libertà del proprio Paese, per spingerlo a cambiare, ad aprirsi
senza rinunciare alla propria identità e cultura, ma abbracciando la
modernità e riconsegnando agli iraniani la dignità che anni di
regime e di guerra hanno nascosto, affogato nell’orrore e nel
silenzio, nel dolore e nella repressione. Neda è diventata un
simbolo, un’eroina involontaria, una giovane donna che incarna lo
spirito della “rivoluzione verde” che potrebbe segnare la fine di
un’epoca e rimettere in discussione equilibri mondiali, ma
soprattutto potrebbe far rifiorire l’Iran e la sua gente.
Il mondo
sta a guardare, i giovani, da ogni parte, esprimono solidarietà ai
coraggiosi coetanei che, in Iran, stanno lottando e morendo per
conquistare il proprio futuro, consci di avere il diritto di pensare
al domani, di costruirlo e viverlo. La strada è lunga, ma bisogna
imboccarla. Ed è quello che sta avvenendo. La Storia ha messo
davanti a noi gli occhi, la carne ed il sangue di chi vi è già
entrato dentro per modificarla, per fecondarla e generare il futuro.
Gli occhi di Neda, il suo corpo adagiato e coperto da un paio di
jeans e da una maglietta scura, il sangue sul suo volto hanno
impresso per sempre un’immagine sul muro della Storia, allo stesso
modo della bimba nuda e assetata che correva verso i soldati
americani in Vietnam o l’uomo con la busta della spesa davanti al
carro armato a Pechino, in piazza Tiananmen.
L’orrore non ha mai fine laddove si combatte una battaglia di rivendicazione democratica e l’impressione è che in Iran siamo ancora all’inizio: ma quando il sacrificio di qualcuno diventa simbolo per chi rimane, allora la speranza si nutre e dà forza a quel vento di libertà che sarà in grado di mutare il rosso intenso del sangue nel verde acceso della rivoluzione e della sua vittoria.


















