Guai a chi non s'adegua

Quello che era successo per la piazza Navona mobilitata in luglio contro il cosiddetto Lodo Alfano, e cioè il linciaggio bipartisan di Sabina Guzzanti e Beppe Grillo, si è ripetuto con un copione stancamente prevedibile, per l’iniziativa di piazza Farnese in solidarietà del procuratore di Salerno Apicella e dei suoi sostituti, contro il ddl sulle intercettazioni e “la riforma” della giustizia.
Ora ad essere interdetto e bandito dal consesso politico, nonché sferzato dal coro mediatico è il leader dell’IDV che da oltre un mese attira su di sé i titoli cubitali del Giornale, Libero ed affini indifferentemente per la presunta disinvoltura nel gestire la cassa del partito, per le parole in libertà del figlio Cristiano o semplicemente per il fatto di esistere e di non assecondare l’unanimismo imperante per affossare il processo penale e stroncare sul nascere i processi sgraditi ai piani alti delle istituzioni e della politica.
Senza essere dei maghi si potrebbero ampiamente anticipare i titoli del 90 % dei TG della serata e dei giornali del giorno dopo tanto è prevedibile il meccanismo delle reazioni a catena e della dilatazione delle dichiarazioni di una classe politica che tanto più è autoreferenziale e scollegata dai cittadini e dalla sua base elettorale, tanto più è esageratamente reattiva ed arrogante nel registrare e reagire a qualsiasi sintomo di dissenso e di insofferenza.
Si levano dei fischi alla rimozione di uno striscione su cui è scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”; dal palco Di Pietro stigmatizza l’operazione e si rivolge direttamente al Capo dello Stato dicendogli “ a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro… noi la rispettiamo ma lo possiamo dire o no che non siamo d’accordo che si lasci passare il lodo Alfano, che non siamo d’accordo nel vedere i terroristi che fanno i sapientoni mentre le vittime vengono dimenticate?”
In un passaggio successivo Di Pietro ha aggiunto “il silenzio è mafioso, e per questo non voglio rimanere in silenzio”.
Immediata la reazione di solidarietà al Capo dello Stato del presidente della Camera accolta da un applauso bipartisan e quasi altrettanto immediato il comunicato di replica del Quirinale che definisce “pretestuose le offensive espressioni usate per contestare presunti ‘silenzi’ del capo dello Stato”. E fin qui le prese di posizione istituzionali in cui si imputa a Di Pietro di “aver travalicato il rispetto dovuto a chi rappresenta tutta la nazione” come fa Gianfranco Fini, decisamente sollecite e risentite.
Poi è arrivata puntualissima la serie delle dichiarazioni compiaciute da parte del PDL, in testa il cosiddetto ministro della Giustizia già segretario berlusconiano, che invitano ancora una volta il PD a disfarsi di un alleato eversivo come Di Pietro e alla spicciolata quelle dei leader della sedicente opposizione che vedono finalmente a portata di mano la liberazione dal giustizialismo dipietrista e la strada sgombra per il grande abbraccio sulla giustizia vagheggiato fin dalla Bicamerale.
Veltroni sempre più pressato dalle “aperture” di Violante e dall’asse D’Alema-Casini che ha prodotto come aggiustamenti al processo penale una serie di trovate “da avvocati di provincia e PM a riposo” secondo la perfetta definizione di Ennio Amodio avvocato penalista già difensore di Berlusconi, ha subito tentato di accreditarsi come censore inflessibile delle presunte intemperanze istituzionali dell’alleato sempre più inviso. Per una volta ha lasciato da parte il ma anche e ha tuonato parole di fuoco contro chi osa criticare Napolitano: “Il ruolo e le parole del presidente della Repubblica non possono essere messe in discussione, né essere oggetto di polemiche politiche strumentali. Quanto accaduto a piazza Farnese, le frasi pronunciate, gli striscioni esibiti, sono inaccettabili e inqualificabili.”
Il leader dell’opposizione dovrebbe essersi reso conto di aver fatto una scelta abbastanza precisa mettendo sullo stesso piano diritto di critica ed eventuali, presunti, eccessi nell’esercizio di quel sacrosanto diritto ed erigendo un muro invalicabile di intangibilità a presidio di un presidente della Repubblica che quanto meno ha taciuto in molte occasioni in cui sarebbe stato molto meglio parlare e viceversa. Ma soprattutto il presidente Napolitano ha messo in cima alle sue esternazioni come una priorità del paese, l’urgenza più volte ribadita di una riforma della giustizia di cui non può ignorare finalità, motivazioni e presupposti. E di quella riforma della giustizia che vuole riformare i magistrati disarticolando la Costituzione e per la quale la maggioranza sta trovando “la quadra”, secondo il gergo istituzionale del ministro Bossi, con il sostanziale placet delle cosiddetta opposizione, il cosiddetto lodo Alfano non è stato che il presupposto e l’antecedente. Il presidente della Repubblica l’ha a suo tempo auspicato e si è precipitato a firmarlo.
A proposito della “guerra tra le procure” che ha visto uno scontro senza precedenti tra una procura che legittimamente stava indagando, quella di Salerno su quella di Catanzaro, a seguito della sottrazione di due inchieste altamente scomode e delicate come Why Not e Poseidon al loro giudice naturale Luigi De Magistris, dopo l’intervento quasi autoritativo del presidente della Repubblica nonché presidente del CSM, abbiamo assistito al defenestramento, senza precedenti, di un magistrato integerrimo e coraggioso come Luigi Apicella.
Sul fronte della penosissima situazione in cui versa il sistema televisivo ed il servizio pubblico, ostaggio dei pizzini Latorre- Bocchino o dei Villari di turno che a loro volta vengono rimossi dopo l’uso con tutta la commissione secondo la bisogna, non si è sentita una sillaba del garante della Costituzione e dunque anche dell’articolo 21, che viene messo quotidianamente sotto i piedi. Tanto meno è stata spesa una parola riguardo la scandalosa vicenda della concessione fantasma ad Europa 7 usurpata dall’abusiva rete 4 riconosciuta non solo dalla corte Europea ma anche dal Tar.
Ricordare queste elementari verità significa dunque “travalicare il rispetto a chi rappresenta tutta la nazione, al di là del fatto che sia stato espressione di un voto unanime o meno del Parlamento che lo ha eletto?” secondo l’autorevole richiamo del presidente Fini?
C’è oggi in Italia il rischio che sia minata la fiducia nelle fondamentali istituzioni dello Stato, comprese quelle di garanzia con effetti deleteri duraturi e non facilmente rimarginabili?
Certo che c’è ed è tempo anche passato che ognuno si assuma le sue responsabilità; scaricare Di Pietro non porta molto lontano.
Già diversi anni Massimo Fini nella magistrale prefazione ad un libro fin troppo profetico di Marco Travaglio Il manuale del perfetto impunito, ammoniva “lorsignori” a non baloccarsi troppo a lungo con l’elogio e la pratica dell’impunità diffusa ed ostentata e a non continuare a ballare sull’orlo di un vulcano. Se le leggi non valgono e non sono rispettate da quelli che sono ai vertici della società e del potere, si domandava Massimo Fini, perché dovrebbero essere riconosciute e rispettate dagli ultimi, da quelli che non hanno niente da perdere?
Un bell’ammonimento per tutti quelli che si riempiono la bocca con il richiamo al rispetto delle istituzioni e che mettono la sicurezza al primo posto, soprattutto in campagna elettorale.


















