I RICERCATORI ITALIANI E LA RIFORMA UNIVERSITARIA

Nel 1859 Charles Darwin introdusse il concetto della selezione naturale che recitava: “La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate "selezione naturale" o "sopravvivenza del più adatto" (L'origine delle specie, 1859). Nello stesso libro, lo studioso descrisse il concetto di "lotta per l’esistenza", che si basava sull’osservazione che gli esseri viventi producono una progenie quantitativamente superiore alle risorse, che, di conseguenza, è costretta ad una dura competizione finalizzata alla riproduzione.
Come nella società civile, anche a livello universitario la Teoria Darwiniana ha perso colpi, in quanto il DDL Gelmini ha ribaltato il concetto della "lotta per l’esistenza" dei ricercatori italiani con l’introduzione di una nuova figura di professore associato reclutato tra coloro che, previa abilitazione scientifica, posseggono contratti e borse di studio almeno triennali (art. 24). Non che l’avanzamento accademico di forze nuove sia un neo del nuovo sistema universitario, ma perché non continuare a reclutare docenti di seconda fascia tra i ricercatori secondo norme, magari, diverse dalle attuali? E cioè perché mettere ad esaurimento una figura istituzionale a cui tanto è stato chiesto e da cui ancora tanto si pretende (art. 6) senza concedere diritti decisionali e partecipativi agli organi istituzionali?
Pensate che, storicamente, un ricercatore universitario non gode del diritto di votare il Rettore dell’Università di appartenenza! Annullando così la legge dei pesi e contrappesi, si è deciso di eliminare la figura del ricercatore e del professore associato da tutte le commissioni comprese quelle concorsuali (art. 18) e di accentrare il potere decisionale nelle mani dei soli professori di prima fascia. E questa sarebbe lotta al “baronato”! Certo nessuno fino al quarto grado di parentela potrà partecipare alla “chiamata” di nuovi docenti, ma noi tutti sappiamo che la “longa manus” baronale arriva molto più lontano della linea genealogica di ciascuno. Del resto se il nostro sistema universitario si è retto nei secoli su un più ossequioso che meritocratico “do ut des” non è colpa né della Gelmini né dei suoi predecessori!
Ma intanto questi “figli di un Dio minore” (i ricercatori) ricoprono incarichi scientifici, didattici, amministrativi e quant’altro, soprattutto in quelle Facoltà in cui l’elevato costo di docenti di seconda e prima fascia non ha consentito l’espletamento di concorsi opportuni. Si è optato, quindi, per la “manodopera a basso costo” laddove non si potevano avere competenze di più alto livello. E allora il passaggio logico è stato immediato: perché non reclutare i professori di seconda fascia direttamente tra i neo-dottori? Un po’ come succede attualmente in politica, dove confluisce, magari anche con successo, chiunque voglia cambiar vita, almeno per un po’.
Si è così ridotta ad operazione di marketing il lungo e faticoso percorso formativo per l’acquisizione di competenze didattiche. Certo è che il risparmio che si profila è enorme, ma quanto ci guadagneranno le future generazioni in termini di offerta didattica? Mia cugina Maria, americana di nascita, è andata via dall’UCLA perché i tanti docenti reclutati tra gli eccellenti scienziati cinesi e coreani con i curricula pieni di Science e Nature si esprimono in un inglese incomprensibile! Ed ha optato per la più rassicurante e “CARA” Università di Irvine. Ed anche qui il passaggio è logico: e se questo “legalmente inflitto” impoverimento di competenze dell’università statale fosse funzionale all’incentivazione di quelle private legalmente riconosciute (art. 12)? Non ho dubbi, è senz’altro così! Ed il confronto tra gli articoli 11 e 12 del DDL Gelmini racconta amaramente proprio questo: un intervento perequativo finalizzato al riequilibrio delle università statali sottofinanziate pari all’1,5% del fondo finanziario ordinario contro una quota del 20% dell’ammontare complessivo dei contributi relativi alle università non statali, con progressivi incrementi negli anni successivi proporzionalmente ai risultati conseguiti.
E come non conseguirli questi magnifici risultati, se i criteri di valutazione saranno costituiti dalla media dei voti e dal numero totale di impiegati? Il confronto con il carrozzone dell’università statale, dove professori ultra-settantenni ed amministrativi ultra-fannulloni fanno massa umana, non regge!!
E pensare che sarebbe bastato intervenire su queste due categorie per risparmiare risorse da investire in ricerca invece che accanirsi su ricercatori quarantenni e studenti disagiati!! Certo questa è propaganda politica, ah scusate...
Agnese Secondo
Ricercatore Universitario, 37 anni
Italiana


















