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Il degrado del paese e la miseria televisiva

“L’Audience premia i programmi che ci assomigliano, riflette l’immagine del paese, certifica noi stessi. E’ un paese degradato”. La sintesi è di Carlo Freccero, attualmente responsabile di Rai 4.

L’Audience premia i programmi che ci assomigliano, riflette l’immagine del paese, certifica noi stessi. E’ un paese degradato”. Non si può sintetizzare meglio il fenomeno spaventoso della cosiddetta copertura televisiva, e purtroppo giornalistica, del giallo di Avetrana che nell’arco di 10 giorni si è trasformata in un cortocircuito che lega con fili tentacolari i protagonisti che comunicano recitando perfettamente un reality raccapricciante, le orde di postazioni televisive, i gitanti domenicali dell’orrore, i telespettatori che hanno trovato un insperato e più emozionante Grande Fratello.

La sintesi è di Carlo Freccero, attualmente responsabile di Rai 4 (rete di nicchia digitale) nello studio di Linea Notte dove il direttore Bianca Berlinguer che ha già diverse edizioni monotematiche alle spalle su Sarah Scazzi per suprema esemplificazione del livello inconscio di identificazione e di confusione dei ruoli, si rivolge all’inviata permanente ad Avetrana Flavia Paone chiamandola incredibilmente Sarah.

Poi a fine Tg come per trovare rassicurazione sul fatto assunto come ineluttabile che l’informazione si debba uniformare a questa ossessione tutta italiana per la cronaca nera, stavolta di dimensioni spaventevoli, ha domandato al suo interlocutore chiamandosi ovviamente fuori, quanto potrà durare un simile fenomeno. La domanda, ha voluto precisare la Berlinguer, era sorta nel vedere come lo spazio televisivo pomeridiano continui ad essere monopolizzato dai misteri ed orrori di Avetrana: è toccato ancora una volta a Freccero spiegare ad una giornalista simbolo della “indipendente” Rai 3, già Telekabul e fiore all’occhiello della stagione “dei professori” che non è possibile paragonare l’informazione, soprattutto del servizio pubblico, con il contenitore pomeridiano dell’infotaiment fatto notoriamente di gossip, cronaca rosa, cronaca nera.

Quello che letteralmente sgomenta e che dà ogni giorno di più l’impressione di una situazione letterale di disastro del paese complessivamente e prima ancora dell’informazione e del servizio pubblico, anche quella che impropriamente veniva definita ritenuta meno allineata, è l’adeguamento culturale o meglio sottoculturale al modello dominante e ormai unico che detta agenda informativa e copertine sull’imput di pulsioni, sensazionalismo, aggiramento dei temi scomodi, adozione di un linguaggio in cui il significato delle parole viene capovolto o raggirato.

Nel sottolineare come milioni di italiani si siano identificati e dunque appassionati ad una truce tragedia familiare dove i sentimenti di tutti, attori e comprimari sono stati esternati e gestiti a beneficio delle telecamere, forse non si dovrebbe nemmeno ignorata l’immagine di miseria culturale che promana dall’interno di quella famiglia dove, come ha osservato molto puntualmente in totale solitudine Freccero “non c’è un libro, un giornale, un foglio di carta.”

E purtroppo come sappiamo da diverso tempo e come è stato riconfermando nei dati più recenti, l’Italia si segnala in Europa per la disaffezione alla lettura di libri e giornali, per l’analfabetismo, per la difficoltà sempre più diffusa nella comprensione di un testo e, specularmente, il 70% degli italiani ha come fonte esclusiva o prioritaria di informazione la televisione.

Così alla fine tutto si tiene: le minacce preventive a Report e la puntuale richiesta a tre giorni dal servizio su Antigua della richiesta di risarcimento milionario da parte di un presidente del Consiglio che impone per sé uno scudo totale, reiterabile e retroattivo; l’ostracismo infamante a Saviano che pretende di parlare liberamente di Dell’Utri e della macchina del fango e del terremoto a l’Aquila; lo stillicidio settimanale nei confronti di Santoro accusato di lucrare indebitamente consensi e potere su una pseudo-persecuzione; la proscrizione sine die per Sabina Guzzanti e Daniele Luttazzi.

E forse si spiega anche perché un conoscitore della televisione e della Rai, a sue spese, come Carlo Freccero, già epurato indiretto del “caso Satyricon”, per non aver evitato che i fatti “indicibili” irrompessero sullo schermo, se viene invitato a un TG Rai è per parlare esclusivamente dell’assassinio di Sarah Scazzi, benché l’attacco alla libertà di informazione oltre ad essere da troppo tempo il primo problema della nostra miserevole democrazia sia in questi giorni insieme alla giustizia, ancora una volta, una emergenza nazionale.

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Occorre molta pazienza per impararla...

Inviato da palinuro il 23/10/2010 21:27
Che si debba incessantemente battere il chiodo mi è chiaro, ma verrà pure il tempo che qualcuno ci proponga una via d’uscita, un’alternativa. L’inarrestabile lagna su come è ridotto il Paese (e la violentata etica pubblica, la tv asservita, la sobrietà giornalistica alla Fede-Feltri-Belpietro-Sallusti, il lavoro che non c’è e quando c’è è sotto ricatto, l’economia di rapina, la scuola e l’università da terzo mondo, la malasanità, bla bla bla) purtroppo non produrrà una rivolta dei lazzari, non sono alle viste i nuovi Riformatori napoletani. Intervenendo all’ennesimo convegno sulla questione meridionale, Benedetto Croce spese poche parole: “Di diagnosi ne abbiamo ascoltate abbastanza, ora vorremmo sapere come e quando si procederà”.

Perché, che un bandito a caso voglia salvare le chiappe e la “rrobba” frutto delle sue rapine e che quindi si giochi tutto il suo potere finanziario, corruttivo e mediatico, mi sembra banale, il meno che ci si possa attendere. Che sia tanto bravo da costruire intorno a sé un sistema sodale e gregario che dal malaffare del Capo trae indecenti profitti d’ogni genere, mi sembra la prova della sua abilità criminale e la verifica, in corpore vili, che ogni uomo ha il suo prezzo.

A riprova del loro infimo valore di scambio, nel corso dei sedici anni passati, gli uomini del PD non solo hanno legittimato il portatore del più grande dei conflitti d’interessi, in barba alla legge 361/57 che tuttora vieta l’elezione dei concessionari dello Stato (nel 1994 un solo ds, Luigi Saraceni, votò contro l’elezione del piduista in Giunta per le elezioni, tutti gli altri votarono a favore, 20 luglio 1994, pag. 3 del verbale. Nel 1996 nella stessa giunta non ci fu neppure un voto contrario, 17 ottobre 1996, pagg.10-12 del verbale), ma successivamente, dal patto della crostata in poi (svendita della regolamentazione delle frequenze tv, il cuore, la fabbrica del consenso elettorale del caimano), hanno nei fatti “normato” accordi di ogni tipo con lo stesso, senza mandato elettorale e, ovviamente, non hanno mai cancellato – quando potevano - una sola delle innumerevoli leggi vergogna. Per contro, la “nuova” legge (assolutamente inutile, in vigenza della 361/57) sul conflitto d’interessi, inserita in più vaniloqui programmatici, è rimasta nella penna di Violante. In panne d’inchiostro, ci dicono.

Per dirla con Jung, hanno mostrato una irrefrenabile enantiodromìa, cioè una vera e propria corsa verso l’opposto, un rovesciamento sul (finto) avversario, con persistente ed irreversibile continuità.

Col tempo hanno creato e tuttora sostengono un atto di fede: il dogma dell’intoccabilità del conflitto d’interessi, nel senso che se qualcuno di loro dice a mezza bocca che il fatto è discretamente inaccettabile, nella comune vulgata la linea del PD è che il caimano è da battere, sì - ma per carità! non per via legislativa né, quod deus avertat, giudiziaria -, e comunque tenendo sempre presente che siamo di fronte ad un fenomeno naturale, non controllabile, come un terremoto devastante in area non sismica o la caduta d’un meteorite avente massa pari al di lui conflitto d’interessi.

Vorrei quindi porre l’inevitabile banale domanda: come e quando si provvederà? E per coerenza - data la lunga ma purtroppo necessaria premessa – soprattutto con chi, e per fare che?
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