Il futuro

Nella campagna pubblicitaria permanente di cui siamo oggetto da parte dei nostri governanti si sta facendo largo un nuovo slogan, che ci viene professionalmente ripetuto di continuo: dobbiamo scegliere fra guardare al futuro e rimanere ancorati a idee del passato.
Come sempre negli slogan pubblicitari la risposta è ovvia: dobbiamo scegliere il detersivo che lava più bianco.
Purtroppo, come spesso accade in pubblicità, la realtà è ben diversa. Cerchiamo di immaginarlo, questo futuro che ci viene proposto.
Intanto, per rimanere nella cronaca, con l'abolizione della L. 626 prospettata da Tremonti (un 'lusso' che non ci possiamo permettere) sarà un futuro con garanzie di sicurezza sul lavoro ancora minori e, presumibilmente, ancora più morti in fabbrica.
E senza contratti nazionali di lavoro, senza assunzioni a tempo indeterminato, senza sindacati veri, che fanno perdere tempo e utili.
L'azienda deciderà chi e quando assumere e licenziare, con quali mansioni e orario di lavoro, in base agli ordini e ai prezzi dettati dalla concorrenza internazionale. E magari al partito o al sindacato cui si è iscritti.
C'è anche chi, sempre per guardare al futuro, sostiene che si deve superare il contrasto fra lavoratori e 'padroni', forse per una nuova e originale idea corporativa.
Come futuro 'odora' un po' troppo di passato: ma non era così all'inizio del '900 e durante il fascismo?
Dal punto di vista istituzionale invece il futuro sarebbe il superamento del sistema dei 'controlli' e dei 'contropoteri' previsto dalla Costituzione del 1948. Al vertice dello Stato un uomo solo, che emette decreti convalidati da un Parlamento di cui ha direttamente nominato la maggioranza dei membri (grazie al 'premio di maggioranza' e alle liste bloccate). Fra i suoi poteri ci sarebbe l'immunità totale per qualunque reato, la nomina e revoca dei Magistrati e la decisione sui processi da effettuare e quelli da considerare ex-lege prescritti in qualunque momento.
L'opposizione, per non perdere tempo prezioso, disporrà della possibilità di esprimere, senza esagerare, eventuali dissensi compatibilmente con gli spazi resisi disponibili sui 'bollettini ufficiali' fra l'ultima barzelletta del 'capo' e il resoconto della elezione di 'miss Padania'.
Il patrimonio personale del 'capo' sarà considerato esente da imposizioni fiscali o verso di esso verrà indirizzato, in base alle necessità di famiglia, un 'aggio' calcolato sul gettito fiscale proveniente dai lavoratori dipendenti, mediante apposite norme di 'equità fiscale'.
Anche in questo caso ho l'impressione che il 'futuro' che ci viene proposto abbia qualche somiglianza con le monarchie assolute superate dal XVIII secolo, con l'unica differenza che il monarca verrebbe scelto da un plebiscito popolare a maggioranza relativa (cioè purché abbia avuto un voto più degli altri candidati, anche se non raggiunge il 50%). Ma a questo si potrà rimediare reintroducendo il diritto di successione.
Infine c'è chi ci ammonisce che non possiamo rimanere affezionati al 'modello europeo' di società, pieno di anacronismi e di lussi inutili, e dovremo invece adattarci a quelli provenienti (presumo) dai continenti emergenti: Asia e Africa, dove il costo del lavoro è inferiore.
Speriamo che vadano a spiegarlo anche a quei milioni di persone che là si battono per ottenere anch'essi il diritto alla vita, alla salute, alla cultura, alla libertà sindacale, di opinione e di religione, eccetera.
Tutte cose per le quali i nostri sventati padri si sono battuti da secoli pagando col sangue per costruire società più giuste, democratiche e civili.
Purtroppo a questo 'futuro' c'è chi, nelle sudate platee estive, applaude convinto prima di andare a comprare il detersivo che 'lava più bianco' .














