IL MOMENTO DI MOBILITARSI

Il malessere
diffuso in Italia è qualcosa che cresce in silenzio, che si fa
spazio nelle coscienze di migliaia di persone, ma che non trova
sbocco nella società, rimanendo imprigionato dentro vite private
incapaci di trovare le sponde adatte per far arrivare il proprio
disagio all’opinione pubblica e a chi detiene il potere pensando di
poterlo usare come meglio crede. I mass media ci raccontano un’Italia
in cui, a parte qualche isolato e flebile dissenso, esiste una
stragrande maggioranza di cittadini che condivide tutte le scelte che
arrivano dall’alto, tutti i valori dettati da questa nuova idea di
nazione, fatta di chiusure ed individualismi, di xenofobia e di falso
ottimismo. Chi non partecipa a questo modello di Stato è isolato,
vissuto come un appestato, come una potenziale minaccia per uno
status quo che la casta regnante vuole mantenere e consolidare. Così
gli intellettuali o i magistrati, i giornalisti, alcuni preti, i
cittadini che esprimono il proprio senso critico vengono insultati,
diffamati, screditati e combattuti.
E i giovani? I giovani vengono
schiacciati dal peso di un futuro privo di certezze e di un presente
ricco di esclusione, precarietà, sfruttamento, dequalificazione.
Italiani e non italiani, tutti insieme condannati ad attendere o ad
accontentarsi, tutti zittiti da un potere avido che non vuole
concorrenti più freschi che possano contestare un sistema ben
collaudato di favori, clientelismi, corruzione. Soltanto le nuove
leve che si adattano al sistema riescono ad andare avanti,
riproponendo gli stessi modelli che sono alla base dell’esclusione.
E non ci sono solo i giovani, ma anche gli adulti che vengono
sbalzati fuori in nome di una crisi che non dipende certo da loro ma
che loro (e tutti noi) dovranno pagare. Ed è un dramma che si
consuma lento, nel silenzio più totale, un silenzio fatto di dignità
e sofferenza, di bocconi amari e porte sbattute in faccia, di vecchi
amici che non si rivelano tali.
Silenzio, lo stesso che avvolge anche
gli immigrati, coloro che vengono fatti lavorare in qualsiasi
condizione, senza diritti, sottopagati, senza che vi sia il minimo
rispetto per i titoli di studio o per le mansioni svolte in patria:
schiavi, nuovi schiavi di cui tutti sanno ma che tutti fingono di non
vedere. Invisibili: questa è la condizione che accomuna precari,
disoccupati, sfruttati, schiavizzati. C’è un universo immenso che
politica ed economia hanno relegato nei sotterranei della democrazia
e dei diritti. Non c’è spazio per loro nelle agende governative ed
economiche, fatta eccezione per un vocabolario di definizioni e di
categorizzazioni utilizzate solo a fini elettorali, senza la minima
percezione del carattere prioritario della sostanza che sta dietro a
tutte queste costruzioni strumentalmente ed unicamente concettuali.
Dietro la parola “lavoro” non ci sono le teorie dei giuslavoristi
o degli economisti, né le promesse che ogni governo fa al momento
dell’insediamento, né le urla delle opposizioni, né le
manifestazioni dei sindacati: dietro la parola “lavoro” ci sono
vite umane, persone concrete, drammi, incertezze, paure, angoscia,
sentimenti di esclusione, perdita di fiducia, ma soprattutto c’è
rabbia. Ti confronti con la rabbia ogni giorno, la trovi in tutte le
persone che incontri e che condividono la tua condizione. Ma non
serve a nulla, perché quella rabbia, il suo bruciore, le sue ragioni
rimangono chiuse tra le mura di casa o imprigionate tra i discorsi e
le parole, perché la voce degli esclusi è strozzata da
un’informazione che segue fedelmente le linee tracciate dai poteri
che ci opprimono, senza mai discostarsi, come un cane affezionato al
suo padrone.
Al popolo italiano si offrono solo parole, si dà la
percezione minima del problema, poi si svia e si stabiliscono le
priorità sulla base di ciò che viene deciso dall’alto. Così,
accade che questioni come la vigilanza Rai o come il caso Eluana, una
vicenda privata e di coscienza, assumano carattere prioritario
rispetto ad un problema che conosce dimensioni enormi e che coinvolge
il presente ed il futuro di una buona parte della popolazione. È
noto che vi sia un problema occupazionale, anzi, la gente lo sa, lo
vive quotidianamente, o sulla propria pelle oppure per conoscenza, ma
ciò non arriva a chi comanda, offrendo un alibi per continuare ad
infischiarsene, perché ciò che conta è mantenere i privilegi e
sistemare le proprie questioni personali o di partito o di casta. E
se qualcuno mette in dubbio questo modo di fare, se qualcuno prova a
dire, anche debolmente qualcosa, allora viene accusato di demagogia.
La parolina magica per scoraggiare o etichettare il dissenso.
Eppure,
in giro c’è tanta gente stanca, al limite della sopportazione.
Mancano gli sbocchi per sfogare questa frustrazione, questa sete di
diritti. Mancano i partiti, veri assenti e primi responsabili di
questo stato di cose, mancano terribilmente i sindacati, ormai
destinati a consolidarsi come centri di bieco potere, in cui le
grandi battaglie sociali a difesa dei diritti sono divenute un
lontano ricordo. Manca la forza di organizzarsi, perché non c’è
coraggio, perché si ha paura della legge, anche quando si sa che
questa legge l’ha dettata il braccio più arrogante. Il malcontento
però resta e allora le persone che hanno più rabbia, quelle che
sono cresciute imparando che non si piega mai la schiena davanti
all’ingiustizia, quelle che credono nel proprio diritto a
costruirsi un futuro hanno l’obbligo di mobilitarsi.
Partendo dal basso, iniziando ad organizzare dei nuclei di protesta nella propria città e poi, grazie anche alla rete, coordinarsi con tutte le altre realtà esistenti in Italia, per organizzare un’iniziativa che non sia solo una manifestazione di poche ore, ma una protesta costante laddove il potere partorisce le sue scelte. In queste settimane, ho discusso con tante persone, ragazzi, adulti, precari, italiani, immigrati, studenti, lavoratori, associazioni circa questa possibilità. Credevo fosse un pensiero troppo ardito, invece ho trovato una risposta positiva, immediata e matura: ed allora proviamoci, seriamente e senza fretta, perché abbiamo l’obbligo di difendere il nostro domani e quello delle generazioni che verranno. Non possiamo più farci schiacciare e non possiamo più scappare dalle nostre responsabilità. Cominciamo ad organizzarci. Chiunque voglia saperne di più o materialmente aderire può scrivere alla nostra redazione oppure (per chi utilizza Facebook, può cercare il gruppo “Fuori dal tunnel- Invisibili in movimento”).


















