Il pacco democratico

Rompere con “ il nucleo eversivo” già additato al linciaggio dai banchi del parlamento, composto notoriamente da gruppi economici, oligarchie editoriali, “terroristi mediatici”, magistrati che piegano la giustizia a fini politici, giustizialisti e demonizzatori da emarginare se non è possibile “neutralizzarli” o “disarticolarli” come si proponevano i servizi di Pio Pompa, in tempi nemmeno troppo lontani.
Questa è la precondizione dettata da Fabrizio Cicchitto, che non intimidisce o minaccia a titolo personale, per l’agognata partenza della stagione delle riforme, altrimenti ridefinita “patto democratico” o “inciucio a fin di bene” secondo Massimo D’Alema, che per nobilitarlo ha voluto scomodare la capitolazione dello Stato davanti alla chiesa di Roma, sottoscritta in una notte da Togliatti, di cui subiamo tuttora gli effetti.
La circostanza più curiosa, per non dire altrimenti, è che “il patto democratico” segue di pochi giorni quello che era stato battezzato patto o alleanza democratica, lanciato da Casini dopo l’ultima piazzata eversiva di Berlusconi a Bonn e poche ore prima dell’aggressione prontamente e prevedibilmente strumentalizzata per celebrare il martirologio dell’aggredito ed il linciaggio dei residui oppositori.
Il menù del “patto democratico” è ricco e altamente indigeribile, una summa di tutte le ricette precedenti cumulate e potenziate, per di più rilanciate con un ingorgo di iniziative e di modalità attuative che i più calorosi sostenitori in competizione tentano di mettere in campo in ordine sparso per garantire un’impunità imperitura all’eletto più eletto, ma possibilmente anche agli eletti qualsiasi e annientare per sempre la giustizia penale.
Difficile pensare che D’Alema o Latorre non si lanciassero, dopo aver contribuito da almeno quindici anni all’allestimento, in un banchetto tanto allettante che garantirebbe in primis il ripristino dell’immunità nell’unica accezione conosciuta e praticata dal parlamento italiano di impunità a prescindere, e parallelamente la marginalizzazione di fatto a livello extraparlamentare del partito di Antonio Di Pietro, l’unica forza che “ostacola” le cosiddette riforme necessarie per il paese, incompatibile con il nuovo “inciucio a fin di bene”.
Ma anche sul fronte interno al PD, Massimo D’Alema che ha il suo uomo alla segreteria, se riuscisse ad avviare il tavolo delle riforme, non è chiaro se con una nuova bicamerale, in aula o addirittura in sede costituente come peraltro richiederebbe una riforma organica della seconda parte della Costituzione, metterebbe all’angolo definitivamente antagonisti vecchi o nuovi contrari almeno a parole al nuovo inciucio, come Franceschini, Veltroni, Rosy Bindi.
Ignazio Marino ha da ultimo definito l’essenza di quello che si sta prospettando e che si va delineando, pure con il cauto assenso di Bersani che preferisce chiamarlo confronto, per quello che è: “un ricatto” da parte di uno che pretende di ottenere un salvacondotto a vita in cambio delle riforme per tutti, anche se poi a ben vedere le riforme sulla giustizia si risolvono solo in una riduzione dell’indipendenza dei magistrati e in una serie ulteriore di ostacoli alle inchieste.
Va riconosciuto che il presidente della Repubblica riferendosi alle farneticazioni reiterate del capo del Governo ha chiarito che non esistono e non sono mai esistiti complotti contro il Governo per il semplice motivo che la Costituzione, quella vigente, obsoleta e “bolscevica” per intendersi, non consente niente del genere nei confronti di un governo in carica con il consenso degli elettori.
Quello che risulta meno chiaro e anche paradossale è, anche da parte delle più alte cariche e da troppo tempo, l’accento costante sulla necessità delle riforme costituzionali, prima fra tutte la riforma della giustizia che stando alle priorità “non negoziabili” della maggioranza include notoriamente oltre alle varianti sui lodi senza fine, separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM, sostanziale demolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, attribuzione dell’iniziativa delle indagini alla polizia giudiziaria dipendente dal ministero, stretta sulle intercettazioni, dilatazione dei poteri della difesa con notevole dilatazione dei tempi del processo, ecc..
E’ ogni giorno meno comprensibile come “il pacchetto” complessivo delle misure, che vanno dal processo breve, al legittimo impedimento a prescindere, dalla cosiddetta costituzionalizzazione del Lodo Alfano al ripristino dell’immunità generalizzata, insieme alla riforma “organica” della seconda parte della Costituzione che, in tema di giustizia, ne scardinerebbe l’impianto fondato su obbligatorietà dell’azione penale, indipendenza dei magistrati tutti, autonomia del CSM , possa essere spacciato come realizzazione del diritto dei cittadini all’eguaglianza, all’efficienza, alla celerità.


















