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IL PIAVE MORMORAVA…

Sia maledetta la guerra!, sia maledetta la guerra e i suoi responsabili

Quando, oltre mezzo secolo fa, frequentavo le scuole elementari, ogni anno, il “24 maggio” era una giorno “solenne”. Dopo diverse settimane di prove venivamo schierati nel grande cortile della scuola, una giovane insegnante, vedova di guerra ancora vestita di nero, ci accompagnava con le patetiche e vibranti note del suo violino mentre noi tutti, in coro, cantavamo la “Leggenda del Piave”. Qualche minuto prima un signore, “bianco per canuto pelo”, forse lo stesso che pochi lustri antecedenti plagiava i nostri genitori –ancora imberbi- insegnando loro “armiamoci e partite!”, ci aveva parlato di “patria”, di “eroismo”, di “liberazione delle ‘terre irredente’ ”.

Nessuno, in quegli anni, ci disse di una guerra inutile, sanguinosa, scellerata. Nessuno accennò al genocidio di gran parte di una generazione strappata all’affetto delle madri, all’amore delle giovani spose e dei figli, in molti ancora lattanti.

Nessuno ci descrisse il dolore e la sofferenza di centinaia di migliaia di giovani, di tutte le estrazioni sociali, violentemente allontanati dalla terra natia, tolti dai banchi della scuola, dai campi della propria famiglia, dagli opifici della loro città. Nessuno ebbe il coraggio di descrivere il respiro ansimante e l’ultimo rantolo di queste centinaia di migliaia di sfortunati, mandati a morire “tra l’Alpe e l’Isonzo” dalla paranoia dei governanti di allora.

Le loro ossa, da quasi un secolo, riposano nei “Sacrari di Guerra” o sono rimaste sepolte nel fango delle trincee o nei nevai delle Alpi per affiorare tuttora, di tanto in tanto.

Al primo olocausto del XX Secolo, la nostra ancora giovane patria contribuì sacrificando oltre 600.000 dei propri figli, una mattanza senza precedenti, un sacrificio inutile, una piaga sanguinate per l’intera nazione.

Di questi giovani, come di tutti i “morti in guerra”, si parla poco sui libri di storia, “i morti non raccontano la storia”, come Benito Mussolini rispose al proprio Ministro degli Esteri (G.G. Ciano, “Diario 1939-43”).

In questa breve riflessione non parlerò dei soldati deceduti: la loro vicenda umana si concluse in illo tempore, simultaneamente allo spegnimento di tante vite acerbe: requiescant in pace! Io mi limiterò a richiamare l’attenzione sui sopravvissuti.

I parenti dei caduti (genitori, vedove, orfani) furono, ipocritamente, ricompensati con vitalizi e agevolazioni varie.

I reduci ricevettero dopo appena 50 anni (legge 263/1968) la “gratitudine della Nazione”, sotto forma di una “croce di guerra”, di una onorificenza (l’”Ordine di Vittorio Veneto”) ed un vitalizio del tutto simbolico.

Purtroppo la storia di questa guerra si è dimenticata di un consistente gruppo di vittime, numericamente pari ai morti ammazzati.

La scomparsa di seicentomila giovani di sesso maschile produsse nella popolazione di allora un pesante squilibrio demografico. Si trattò di un evento estremamente grave, per la sua portata, per la sua repentinità e per il contesto storico-sociale in cui avvenne, infatti nella nostra società di allora la donna non poteva vivere in modo autonomo, ma soltanto rivestendo, anche obtorto collo, il ruolo di sposa e/o di madre.

A causa delle alterazioni dell’equilibrio demografico indotte dalla “Grande Guerra” seicentomila ragazze restarono, forzatamente, vedove, senza mai essere state sposate, condannate ad una esistenza grigia. Prive di una famiglia propria, di rendite e, soprattutto di affetti, sopravvissero grazie ad un prolungato sfruttamento domestico, molte volte contrabbandato come affettuosa beneficenza.

I combattenti morirono dilaniati dalle granate, falciati dalle mitraglie, trafitti dalle baionette, in un attimo, in poche minuti o in qualche ora. La vita di queste ulteriori vittime del primo conflitto mondiale non si spense in un attimo, nel fragore di un campo di battaglia, ma pian piano, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, nel silenzio delle mura domestiche in cui furono condannate, senza colpa alcuna, a restare prigioniere, confortate soltanto dal sogno -che col trascorrere degli anni diventava sempre più remoto- di una esistenza normale, quell’esistenza di cui, in giovane età, erano state scippate!

I miei ricordi infantili sono popolati, come quelli dei miei coetanei, dalle immagini di zie e prozie, persone invecchiate precocemente, ma sempre affettuose e disponibili, verso noi bambini. Erano loro che molte volte ci aiutavano a fare i primi compiti di scuola, che ci facevano giocare in un’era in cui non esistevano i video-giochi, quando non esisteva la televisione con le loro fiabe bellissime, erano capaci di popolare la nostra fantasia di gnomi, di principi azzurri, di orchi cattivi e così via. Allora non mi chiedevo come mai erano rimaste In casa, sole, ma quand’anche me lo fosse chiesto non avrei trovato una risposta!

Dopo tanto tempo, nel giorno in cui qualcuno celebra ancora la dichiarazione di una guerra così cruenta e dolorosa, il loro ricordo riaffiora nella mia mente, e davanti a questa generazione di giovani donne inermi ed affettuose, sacrificate sull’altare della patria, non posso non esprimere tutta la mia solidarietà e gratitudine gridando insieme a loro: “Maudite soi la guerre, maudite soi la guerre et ses auteurs” (“sia maledetta la guerra!, sia maledetta la guerra e i suoi responsabili”).

Azioni sul documento

W la pace

Inviato da bfois il 26/05/2011 01:04
Pezzo bellissimo. Mi ha emozionato e ricordato molte cose anche della mia infanzia e della mia famiglia. Quella terribile guerra,resa ancora più atroce dall'uso criminale dei gas e dall'epidemia di "spagnola", ha segnato un cambiamento nel modo di combattere, coinvolgendo nelle sue spire di morte anche la popolazione civile e non solo vicino al fronte, ma anche nei luoghi più lontani, attraverso i primi bombardamenti aerei. Ma è stata anche l'occasione per tanti italiani, provenienti dalle più lontane regioni, di incontrarsi al fronte, di conoscersi e scoprire che sono sempre i poveretti che crepano nelle guerre, mentre chi le proclama resta al sicuro a casa ad arricchirsi.
E alla fine di ciascuna guerra nessuno ricorda più perchè è cominciata, ma è certo che la gente comune, ovunque si trovi e chiunque abbia vinto, ha comunque perso. Dunque come si fa a festeggiarla?
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