Il regime di Kartum messo a soqquadro dalla secessione del Sud

La ribellione della gioventù nordafricana alle dittature pluridecennali sembra avere colto di sorpresa il cosiddetto Occidente, i cui governanti erano pur sempre a conoscenza della situazione. Infatti da decenni sostenevano i dittatori, perché "baluardo contro l'estremismo islamico", a parole, ma continuatori di fatto di un colonialismo mai scomparso del tutto. E a sud del Sahara? Anche lì la situazione potrebbe farsi presto esplosiva, notano da tempo molti osservatori. Gérard Prunier, noto specialista dell'Africa, cui dobbiamo pubblicazioni fondamentali sulla tragedia ruandese, riferisce nell'articolo allegato su quanto accade in Sudan. Difficile dimenticare le stragi perpetrate in Darfur, per le quali Omar al-Bashir è stato colpito da mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. Quanto avverrà in futuro in quel Continente cambierà forse la nostra esistenza, di certo quella dei nostri figli e nipoti. Vale la pena di dedicarvi un poco di attenzione. JFPadova
«Sosterremo
il nuovo Stato del Sud e noi favoriremo la sua stabilità, perché siamo vicini e
resteremo amici», ha dichiarato il presidente sudanese Omar Al-Baschir il 25
gennaio scorso. Qualche giorno prima la popolazione locale aveva massicciamente
votato per l’indipendenza. Inedita per l’Africa, questa spartizione
«consensuale» mira a mettere termine a decenni di conflitti. Ma lascia in sospeso
elementi chiave della stabilità regionale: la spartizione della rendita
petrolifera e la delimitazione delle frontiere.
Storico, il referendum che si è svolto nel Sudan meridionale dal 9 al 16
gennaio segna una svolta, non solamente per questo Paese da mezzo secolo straziato
dalle guerre civili, ma anche per l’intero Continente africano: per la prima
volta, il sacrosanto principio dell’intangibilità delle frontiere derivate
dalla colonizzazione è stato messo in discussione.
Dal 1963 e dalla creazione dell’Organizzazione per l’Unità africana (OUA), era
comunemente ammesso che i confini – talvolta assurdi – imposti dalle potenze
coloniali fra il 1885 e il 1926 non sarebbero stati contestati. Una sola
trasgressione era stata riconosciuta: l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. ma
l’eccezione era soltanto apparente, perché di fatto si trattava di un
territorio colonizzato dall’Italia e poi confiscato dalle Nazioni Unite
all’Etiopia nel 1952 (1).
I tentativi di secessione del Katanga (ex Congo belga) nel 1961 e del Biafra
(Nigeria) nel 1967 si erano a loro volta scontrati con un rifiuto radicale
dell’OUA e dell’ONU. Proclamate più recentemente, nel 1991, le velleità del
Somaliland di ritornare a prima della sua fusione con la Somalia italiana
(realizzata nel 1960) non hanno trovato una via d’uscita legale, malgrado
un’indipendenza di fatto (2). Nel caso del Sudan del Sud la rottura sembra
quindi essere radicale: la regione che ha appena votato del tutto legalmente la
sua autonomia non è mai stata oggetto di una delimitazione coloniale dei
confini.

L’idea prende forma a partire dalla fine della colonizzazione, nel 1956. L’inimicizia
fra questi due popoli, uniti con la forza a partire dal 1898 da parte dei
colonizzatori inglesi, risale all’epoca in cui i Neri del Sud erano stati perseguitati dai trafficanti di schiavi del Nord. Una parte dei primi aveva
optato per la conversione al cristianesimo, allo scopo di mettere in evidenza
la loro diversità dall’Islam dei secondi. Ne risultò una colonia sudanese profondamente
sfaldata, che gli inglesi nulla fecero per rinsaldare, amministrando le due
regioni come entità pressoché separate. Il Nord riceveva la maggior parte degli
investimenti sociali ed economici (3).
Iniziata ancor prima dell’indipendenza, la guerra civile durò fino al 1972 e il
Sud ottenne un’autonomia abbastanza ampia dopo la firma degli accordi di
Addis-Abeba (Etiopia). Il suo governo provinciale, installato a Giuba, gestì le
antiche province ribelli del Paese durante una decina d’anni e sembrò che il
fossato che minacciava l’integrità del territorio nazionale potesse essere
colmato.
Ma le tensioni tornarono quando la compagnia americana Chevron trovò l’oro nero
nel Sud, dove attualmente si trova l’85% dei pozzi di petrolio sudanesi. Il
presidente dell’epoca, Giafar Al-Nimayri, si dedicò allora allo smantellamento
dell’autonomia duramente conquistata: chiusura del Parlamento autonomi di
Giuba, abolizione del governo, sostituito da un’amministrazione militare, e
tentativo di disarmo dei reggimenti neri dell’esercito. La rivolta scoppiò in
maggio 1983; sarebbe durata diciannove anni.
Diretta dal colonnello John Garang, un ufficiale del sud che aveva disertato,
l’Esercito di liberazione dei popoli del Sudan (SPLA) si presenta dapprima come
movimento antimperialista. Con base in Etiopia – allora governata dal
colonnello Mengistu Hailé Mariam, pro sovietico – esso riceve il suo armamento
da Mosca. Da parte loro, le autorità di Kartum sono appoggiate dagli Stati
Uniti.
Il ruolo della destra religiosa americana
Il crollo dell’Unione sovietica nel 1991 avrebbe potuto assicurare al Nord la
vittoria se quest’ultimo, diventato islamico nel 1989, non avesse perso
l’appoggio di Washington. Durante tre anni (1991-1994) gli avversari si battono
quindi senza sostegni dall’estero. Poi, con la fine dell’apartheid in Sud
Africa, Garang riceve un discreto aiuto da Pretoria e dai suoi alleati, fra i
quali la Tanzania di
Julius Nyerere e lo Zimbabwe di Robert Mugabe.
Infine,
gli Stati Uniti decidono di immischiarsi di nuovo nel conflitto: spinto da
un’estrema destra religiosa che difende a spada tratta i «cristiani
perseguitati del Sud Sudan», il presidente americano George W. Bush costringe i
belligeranti a negoziare nel 2002. Firmati tre anni più tardi, gli accordi di
Nairobi, chiamati anche Accordi di pace globale (Comprehensive Peace Agreement, CPA), prevedevano fra
l’altro un referendum d’autodeterminazione trascorso un periodo interinale di
sei anni e mezzo.
Ma tutti quegli anni di guerra hanno finito per ravvivare altre contraddizioni:
quelle di un Paese vasto e diversificato, che non si potrebbe ridurre alla
semplicistica dicotomia fra il Nord e il Sud. Molte altre regioni – il Darfur,
il sud del Kordofan, la provincia del Nilo Azzurro, le colline del Mar Rosso – prendono
così le distanze dal «cuore» arabo-musulmano del Sudan centrale, che li ha
trattati non meglio di quanto ha trattato il Sud. Queste periferie, popolate da
gruppi allogeni molto diversi (ma tutti musulmani), a lungo sono stati
considerati come facenti parte di un Nord astratto. Per il colonnello Garang,
che non era secessionista, l’approfondimento di queste contraddizioni
centro-periferie avrebbe dovuto portare a rimettere in discussione il dominio
della minoranza musulmana su tutto il Paese.
Qualche settimana dopo la firma del CPA si era recato a Kartum, dove era stato
accolto da una folla entusiasta, in maggioranza araba. Aveva allora creato la
sezione nordista del suo movimento, la cui popolarità non aveva smesso di
aumentare. Le sue probabilità di vincere le elezioni nel 2010 sembravano essere
molto forti. L’esplosione della rivolta del Darfur nel febbraio 2003 confermava
d’altronde la pertinenza della sua strategia. Ma Garang è morto in un incidente
d’elicottero sui monti Imatong il 30 luglio 2005.
Gli accordi di Nairobi descrivevano con grande dispendio di dettagli una
spartizione delle ricchezze, del potere politico e delle forze militari.
Spartizione che si sforzava d’essere più neutra e ugualitaria possibile.
Durante un periodo di sei anni gli ex nemici dovevano cooperare per «rendere
attraente l’unità», prima del referendum previsto per gennaio 2011. Il periodo
di sei mesi che sarebbe seguito doveva permettere sia l’impostazione di un
«Nuovo Sudan» unito, più democratico e ugualitario (il sogno del colonnello
Garang), sia una secessione. Morto Garang, s’impone questa seconda opzione,
poiché i suoi compagni riponevano le loro speranze di libertà su una vittoria
della spartizione legale (4).
Fin dall’inizio, e malgrado la sua sofisticazione diplomatica e organizzativa,
il CPA si rivela un mezzo fallimento. Da un lato, le misure di sicurezza
dimostrano un’efficacia reale, malgrado scontri [armati] ripetuti ma alla fine
messi sotto controllo; inoltre, l’attribuzione all’amministrazione semi-autonoma
del Sud della metà dei profitti petroliferi viene rispettata. Al contrario, la
ripartizione del potere politico e amministrativo cambia bruscamente direzione:
gli islamici del Partito del congresso nazionale (NCP), che hanno instaurato a
Kartum un regime autoritario in seguito al colpo di Stato del giugno 1989, non
hanno alcuna intenzione di giocare al gioco del CPA. I ministri del Sud che
assumono le loro funzioni nel governo d’unità nazionale installato nella
capitale si rendono così rapidamente conto che è loro impossibile esercitare il
mandato, a causa del permanente controllo da parte del NCP, di cui sono
oggetto. D’altronde una parte di questo fallimento deve essere fatto risalire
allo stesso Garang, che ha sempre diretto lo SPLA, diventato nel 1983 Movimento
per la liberazione dei popoli del Sudan (SPLM), in modo molto autoritario e che
spesso aveva tenuto a distanza i membri della diaspora dotati di buona cultura.
Inoltre le risorse umane disponibili per la guerriglia si rivelano rapidamente
insufficienti quando si deve passare alla gestione non di uno ma di due Stati,
il governo autonomo del Sud e il governo d’Unità nazionale al Nord. Durante i
sei anni del periodo interinale previsto dal CPA, l’NCP non fa che due cose:
cercare di trarre il massimo beneficio materiale dallo sfruttamento petrolifero
al Sud e tentare di intralciare il governo sudista di Giuba. Quindi nulla viene
fatto per rendere allettante l’unità del Paese. In questa situazione, al Sud
gli ultimi sostenitori di una soluzione unitaria a poco a poco scompaiono. A
partire dal 2009 diventa evidente che il referendum, se avrà luogo come
previsto, non potrà condurre ad altro se non all’indipendenza.
Malgrado tutte le pessimistiche previsioni il referendum si è svolto senza
incidenti gravi. Tuttavia il risultato – che convalida la secessione del Sud –
causerà molte difficoltà.
Le frontiere fra Nord e Sud non sono ancora fissate. Si tratta di una mancanza
grave, poiché le zone contestate nascondono una buona parte delle ricchezze
petrolifere.
Nessun provvedimento regola i passi da compiere per mettere in chiaro il
sistema della cittadinanza nello Stato diviso: che status avranno i
milioni di sudisti che abitano al Nord? Il medesimo problema si pone per quanto
riguarda la posizione civica delle popolazioni nomadi che esercitano la
transumanza fra il Nord e il Sud al ritmo delle piogge e delle stagioni.
Non sono state prese in considerazione le modalità per la ripartizione del
debito (38 miliardi di dollari).
Non è stata fissata la ripartizione dei redditi petroliferi.
In molte regioni (territorio di Abyei, provincia del Nilo Blu) le popolazioni
che Garang definiva «emarginate» hanno ottenuto il diritto a «consultazioni
popolari», destinate a mettere in chiaro i loro rapporti rispetto sia la Nord
che al Sud. Ma nulla è previsto per attuarle.
Il CPA nulla ha organizzato per quanto riguarda il Darfur: autoritario, il
governo sudanese, che sembrava aver nulla appreso e nulla dimenticato, rifiuta
ostinatamente di risolvere il conflitto mediante negoziati internazionali
realisti.
Speranze deluse di un sostegno cinese
Alla fine, la complessità stessa del Sudan ha assicurato il buon svolgimento
del processo referendario. Effettivamente, lo Stato-NCP deve fare fronte,
all’inizio degli anni 2000, a un cambiamento dei rapporti di forze interni. La
guerriglia del Darfur si rende consapevole del fatto che le sue divisioni
interne la rendono vulnerabile alle manipolazioni di Kartum e inizia quindi a
coordinare le sue azioni. Nello stesso periodo le regioni emarginate del Sudan
decidono di prepararsi a fare valere i loro diritti con le armi nel caso in cui
una secessione del Sud le lasciasse sole in uno scomodo confronto testa a testa
con lo Stato in mano al NCP. Allo stesso modo, il settore settentrionale del SPLM
comprende di giocarsi il tutto per tutto in questo referendum, che potrebbe
spingere a un combattimento decisivo delle forze democratiche contro il regime
islamico. Per completare il tutto, la popolazione del Nord constata che i
vent’anni di tensioni e sacrifici legati alla guerra civile rischiano di finire
con l’umiliazione nazionale di una spartizione che, oltre tutto, farà perdere
l’accesso alla sola ricchezza dalla quale trae qualche vantaggio: il petrolio.
In effetti, autoritario e prevaricatore, il regime di Kartum si atteggia a
promotore dello sviluppo nazionale. Lo scontento popolare raggiunge allora tale
livello che perfino i vecchi partiti politici arabi, consunti da un mezzo
secolo di gestione politica inetta, si sentono obbligati a reagire e a integrare
le aspirazioni democratiche.
Al Nord non si parla ormai più d’altro che di rovesciare il regime (5). Lo
stesso NCP si divide: il vice presidente Ali Osman Mohamed Taha, messo in disparte da
un anno perché giudicato troppo moderato, ritorna in scena alla grande, mentre
i «duri» del regime si trovano presi alla sprovvista. All’esterno, il vecchio
dirigente islamico Hassan Al-Turabi dichiara pubblicamente, in pieno
referendum, che il Sudan deve seguire la strada aperta dalla Tunisia. È
immediatamente arrestato e le case dei suoi seguaci vengono perquisite.
È vero che il governo di Kartum appare sempre più isolato. Le manifestazioni di
solidarietà araba, molto forti quando il presidente Omar Al-Baschir fu
incriminato dalla Corte Penale dell’Aja nel 2009, si rivelano effimere (6).
Allo stesso modo sono presto deluse le speranze di un sostegno da parte cinese.
In effetti, Pechino, che controlla il 50% dell’estrazione del petrolio sudanese
e fornisce le armi essenziali al governo di Kartum, non desidera impegnarsi
contro la «comunità internazionale» in una grave crisi su una questione che non
sembra essere vitale. Di fronte a un Sud male organizzato ma risoluto ad
afferrare la chance che aspetta da cinquant’anni, la dittatura del NCP si trova
improvvisamente sulla difensiva. Paradossalmente, il dopo referendum si
annuncia più pericoloso per il Nord che per il Sud.
D’altronde si deve indubbiamente a questo aumento di senso del pericolo al Nord
la grande calma nella quale si è effettuato il referendum. Reso fragile, il
presidente Al-Baschir si comporta tutto miele nei confronti del Sud. La sua
visita a Giuba, la vigilia dell’inizio delle operazioni elettorali, è stata
interpretata nella sorpresa generale come una vera e propria «dichiarazione di
pace». Forse il capo dello Stato voleva così disimpegnare le sue retrovie per
meglio affrontare la guerra che minaccia il suo stesso feudo. D’altra parte ha
fatto una sola richiesta: l’espulsione dei responsabili della guerriglia nel
Darfur, che si sono rifugiati nel Sudan del Sud.
I responsabili del Sud si sono affrettati a dargli soddisfazione, troppo felici
di acquistare a questo modico prezzo la tranquillità durante la grande
consultazione referendaria, che tanto stava loro a cuore. Ciò facendo, il
presidente Salva
Kiir Mayardit ha
praticamente concluso la missione che aveva ereditato alla morte di Garang e ha
già annunciato la sua intenzione di ritirarsi, una volta terminati gli
scrutini.
Chi gli succederà? In un Sud Sudan ancora giovane politicamente e dove gli
appetiti potrebbero facilmente aguzzarsi, queste rivalità sono pericolose.
Favorito in una possibile corsa al potere sembra essere il vicepresidente Riek
Machar, che dovrà assicurarsi l’appoggio di diversi dirigenti come Pagan Amoun, James
Wani Igga et Luka Biong Deng che rappresentano altre tribù (egli è puer) e
altre regioni diverse dalla sua (è originario dell’Alto Nilo). Ogni governo
futuro dovrà, per essere efficiente e preoccuparsi dell’equilibrio
etno-geografico, in un Paese molto frammentato.
L’avvenire
resta purtroppo incerto. Effettivamente i problemi non risolti prima del
referendum restano sul tavolo, in particolare la fissazione complessiva delle
frontiere e la conclusione di un accordo petrolifero. Nessuno può dire che cosa
accadrà al Nord, ma è molto evidente che la nervosità di Kartum rende la
situazione incerta ed esplosiva. In condizioni difficili dovranno essere
negoziate soluzioni di compromesso, potenzialmente gravide di conseguenze. Se
pure la sua lunga marcia arriva al termine, il Sud, per rendere concreta e
perenne la sua indipendenza, dovrà superare le contraddizioni di Kartum, delle
quali si ritrova a essere l’involontario ostaggio.
Gérard Prunier
ricercatore al Centre national de la recherche scientifique (CNRS, Paris)
e
direttore del Centre
français d'études éthiopiennes (Addis-Abeba).
(traduzione
dal francese di José F. Padova)
(1) D’altra parte questo mandato è stato violato quando l’Etiopia ha annesso
unilateralmente l’Eritrea nel 1962.
(2)
Leggere Alain
Gérard, «Faux-fuyants au Soudan», Le Monde diplomatique, juillet 1984
(3)
Paradossalmente, le autorità coloniali inglesi non favorirono la
cristianizzazione. I missionari furono in maggioranza italiani, americani e
franco-canadesi. Londra preferiva trattare con i musulmani, percepiti come più
«avanzati» e più facili da amministrare.
(4) Garang aveva avuto sempre molta difficoltà nel «vendere» la sua visione
unitaria ai suoi compagni d’armi, istintivamente secessionisti. Soltanto la sua
autorità personale e un crescente interesse dei musulmani oppositori del regime
islamici gli avevano permesso d’imporla.
(5)
Leggere Jérôme Tubiana, « Poker menteur au Soudan», Le Monde diplomatique,
juillet 2010.
(6) Leggere Anne-Cécile Robert, «Le président soudanais face à la justice
internationale », Manière voir, n° 108, «Indispensable Afrique », décembre
2009-janvier 2010.


















