IL VOLGARE RAZZISMO DEL PREMIER “ILLUSIONISTA”

Non c’è più niente da aggiungere a tutte le parole che una piccola parte di questo Paese ha detto, scritto, recitato, cantato in questi ultimi anni, per respingere l’avanzare di un clima pesante, con connotazioni non originali, che richiamano dolori e logiche paurosamente recenti, vergognosamente rigurgitate da eredi e non eredi di una Storia che ancora oggi ci presenta i volti, le lacrime, l’odore acre del sangue e il buio di una ragione lucida, spietata, tristemente umana. La Giornata della Memoria è il momento della testimonianza, della riflessione, della centralità del ricordo, un ricordo che aiuti a non ripetere, a “dimenticare senza dimenticare”. In quel giorno sentiamo voci, parole, osserviamo immagini, celebrazioni, documentari, film, ascoltiamo o leggiamo le note del mondo politico, la solidarietà, così come i silenzi eloquenti, gli insulti, gli oltraggi. Scocca la mezzanotte e gli ipocriti di ogni genere e livello tornano alla loro pochezza, alle loro beghe quotidiane, alla loro vera natura. È bastato un giorno a Silvio Berlusconi per dimenticare la lezione, per oltraggiare il senso di rispetto che il dolore di ogni epoca merita. Ci sono volute meno di 24 ore per sentirlo farneticare, per sentirgli vomitare le sue consuete assurdità, la sua violenza verbale e morale che incita alla negazione di ogni diritto e che, ancora una volta, colpisce gli immigrati, i “diversi” di oggi. È stata sufficiente la sua discesa in Calabria, con un Consiglio dei Ministri speciale sulla lotta alla mafia, uno strumento di perfetta propaganda per far sentire per uno o due giorni la presenza di uno Stato quotidianamente assente ed incapace di comprendere, di intervenire laddove è necessario.
C’è stato l’attentato di Reggio Calabria, c’è stato l’episodio dell’auto imbottita di armi e munizioni, c’è stata la vergognosa caccia al nero di Rosarno: tutto ciò ha spinto il governo a scendere in Calabria. Ma a far che? A stabilire una strategia di lotta contro le ‘ndrine? La risposta è negativa, stando a quanto abbiamo potuto sentire. Già, perché il premier che elogia Mangano, che attacca i magistrati antimafia, che decide di mettere all’asta i beni confiscati alla mafia, che fa lo scudo fiscale per salvare evasori e delinquenti, che si fa confezionare una legge che farà saltare centinaia di migliaia di processi, garantendo impunità a se stesso e ai criminali, ha affermato che la lotta ai “clandestini” è uno strumento efficace, perché la “riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali”. Questa è l’antimafia di Berlusconi. Non la caccia agli affiliati, condotta da quella magistratura che prima viene oltraggiata e poi usata a proprio vantaggio quando con pochi mezzi compie arresti eccellenti, bensì la caccia ai disperati, a tutti quei migranti che, per responsabilità di una legge ingiusta e anche di molte questure e prefetture, sono costretti a vivere senza tutele, lavorando in tutti quei settori che senza di loro sarebbero in ginocchio, alla mercé di sfruttatori in giacca e cravatta che poi sono pronti a denunciarli o mandarli via o persino pestarli a sangue pur di non pagare loro quanto dovuto.
L’equazione immigrato-criminale è buttata in pasto ad un’opinione pubblica già drogata o stordita dalla propaganda mediatico-politica che il centrodestra ha elaborato e largamente diffuso nel Paese. Contro questa equazione la Chiesa ufficiale si è recentemente espressa a parole, ma non è più il tempo delle parole. Dove sono i fatti, le prese di posizione nette? Cosa farà adesso il Vaticano, pronto a lanciare messaggi al suo popolo e poi, nel contempo, a flirtare e indire colazioni e incontri con chi quei messaggi li nega ogni giorno, li umilia, li violenta? Staremo a vedere. Intanto ci resta la volgarità di un’equazione falsa, assolutamente artificiosa, lontana dai dati reali, usata per mascherare i veri criminali presenti nel nostro territorio nazionale, vale a dire le organizzazioni mafiose (assolutamente italiane e chiuse a qualsiasi altra nazionalità) ed i terzi livelli, cioè politici, professionisti e imprenditori che costituiscono la fondamentale rete di complicità. Contro di loro si fa ben poco, a parte recitare allo sfinimento i dati dei sequestri di beni e degli arresti compiuti da quelle stesse procure che indagano sul premier e su Dell’Utri oppure su Cosentino, il sottosegretario all’Economia, colui il quale, pur essendo indagato come presunto punto di riferimento del clan dei casalesi, viene lasciato alla guida del Cipe, cioè il tesoro economico dello Stato. È così che si fa la lotta alla mafia?
Evidentemente per questo governo è proprio così. Si combatte isolando i magistrati, ignorando le minacce di morte che giungono inesorabili, terrificanti, e che ci fanno ripiombare indietro in un passato doloroso che pensavamo fosse irripetibile. Gli appelli della magistratura rimangono inascoltati, etichettati in toto come bugie di un’istituzione politicizzata, animata da una volontà persecutoria. Di mafia, in senso vero, non si parla più. Si nega, si nasconde tutto, si minimizza tutto. I familiari delle vittime, i giornalisti onesti e coraggiosi, i protagonisti di lunghe battaglie per la legalità, i vecchi amici di Falcone e Borsellino, tutti strattonati e infilati nel calderone della presunta persecuzione politica nei confronti del premier. E a destra, nessuno si discosta, si differenzia, nemmeno quel Fini che è tanto abile a parlare e tanto immobile nell’agire. Eppure, nella componente di An, che discende da quella tradizione giustizialista che portò in tanti, negli anni ’80, a schierarsi apertamente con i giudici antimafia, ci si sarebbe aspettata una coerenza che, evidentemente, fa a pugni con la sete di potere e con la comodità delle poltrone. Mai fidarsi dei fascisti, diceva qualcuno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La mafia gongola, non si mostra infastidita dalla politica, non le manda messaggi intimidatori, non sente “la stretta” che il governo dice di dare o di aver dato. Gli affari aumentano, mentre per le entrate finanziarie, che le confische hanno ridotto, ci ha pensato proprio questo governo, prevedendo la vendita all’asta dei beni, cosicché con qualche prestanome ci si possa riprendere tutto.
Le minacce, invece, sono indirizzate alla magistratura, proprio a coloro che indagano su presunte trattative, sull’eventuale coinvolgimento di “livelli superiori”. Le intimidazioni riguardano le procure, quelle che ogni giorno subiscono l’assalto mediatico di Berlusconi e dei suoi alfieri, quei giudici attorno a cui si sta creando un clima di pericolosa solitudine, la stessa che si respirava nella fase delle stragi e dell’attacco allo Stato. Una complicità indiretta, pesante, quella che erutta dal silenzio infuocato o dagli attacchi sistematici del governo. Ma tutto ciò non conta, contano di più le parole finte, le cantilene ripetute dai vari giullari di corte in qualsiasi trasmissione, in quegli spazi pseudo informativi che spuntano quasi come i capelli del Cavaliere e la cui conduzione è affidata a gente che professandosi giornalista commette una bestemmia agghiacciante, purtroppo ormai molto comune in Italia. Quel che conta è donare al popolo bue la dose giornaliera di droga mediatica, per evitare che si svegli, che cominci a liberare il suo senso critico, che smetta all’improvviso di delegare ogni cosa agli altri e di affidare a chi li acceca la conduzione del loro futuro. Non bisogna pensare, non bisogna lasciare spazio a chi è diverso, a chi non si accoda, a chi non vuole indossare i panni umilianti e ingiusti del replicante, non bisogna mostrare immagini differenti dalla realtà falsa che ogni giorno viene costruita e gestita con scrupolosa attenzione.
Nessuno deve sospettare che il governo usi la sua politica come una sorta di cavallo di Troia, spacciando per buono e democratico ciò che in realtà è un assalto alle istituzioni e un saccheggio alla civiltà. Ecco perché Berlusconi accusa ripetutamente chi fa fiction sulla mafia, dando loro la colpa di presentare un’immagine negativa e non vera dell’Italia e chiedendo che si smettano tali produzioni. A chi si riferiva? Di certo non alla fiction Il capo dei capi, vergognosa serie tv in cui si raccontava la vita di Totò Riina, mostrandone la forza, tanto da essere seguita ed apprezzata dallo stesso boss. Fiction andata in onda su Canale 5, cioè dentro il feudo di Berlusconi. Evidentemente si riferiva ad altre produzioni, come quelle che ricordano le vittime di mafia, i magistrati, i giornalisti, ne raccontano la solitudine, spesso lasciando intravedere le complicità delle istituzioni. Queste produzioni, secondo Berlusconi, rovinano l’immagine dell’Italia. Meno male che ci pensa lui a migliorarla, chiamando eroe un capomafia e attaccando quella parte della magistratura impegnata in prima linea.
È esattamente lo stesso discorso che fanno molti abitanti di Casal di Principe quando accusano Saviano di aver infangato la loro terra e l’intera Campania, come se a rovinare l’immagine di un luogo non siano la violenza, il veleno e il piombo della camorra, ma l’opera di verità di un giornalista onesto, di un uomo che racconta quel che accade per invitare la società civile, lo Stato a non girare lo sguardo, a non rinunciare alla lotta, ad intervenire. Questa è l’Italia che stiamo costruendo, anche noi che non accettiamo questo stato di cose, ma poi rimaniamo chiusi nelle nostre case, rabboniti dalla paura di agire, sprofondati nei nostri divani, immobili e flaccidi, davanti alle ingiustizie, come molluschi sedati, incapaci di opporci ad un degrado civile e morale che declina pericolosamente sulle nostre teste, riempiendo di macerie le nostre coscienze. Non si vedono segni di ripresa, non si assiste a quella solidarietà sociale che unisce chi comprende che il futuro non è solo una parola da affidare a chi sta in alto, ma un valore da costruire, un bene da difendere. Il giorno dell’Italia volge al crepuscolo, c’è ancora un po’ di luce e un po’ di rumore, speriamo che ciò impedisca agli italiani di addormentarsi definitivamente.






















