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In Italia ci si può fidare di una legge dello Stato?

Siamo più di cento lavoratori informatici, ex dipendenti del gruppo Almaviva, ma crediamo di parlare anche a nome di tutti quelli, decine di migliaia, che si trovano in analoga situazione.

 Abbiamo lasciato il lavoro fra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 con le regole della mobilità “lunga”, così come previsto dalla legge 296/2006 comma 1189 (provvedimento inserito nella finanziaria del 2006). Tali regole fissavano, per chi lasciava il lavoro con tale provvedimento, avendo almeno 50 anni e 28 di contributi, il mantenimento delle condizioni per il pensionamento secondo la legge Dini, in modo da ottenere il passaggio indolore dalla mobilità alla pensione di anzianità nei tempi previsti dalla stessa legge, al riparo da successive variazioni normative.

Senza questa garanzia nessuno avrebbe accettato volontariamente di uscire dal lavoro, col rischio di un prolungamento dello stato di mobilità o peggio di rimanere senza alcun sussidio né pensione. Variazioni normative durante il periodo di mobilità erano intervenute anche in passato e per questo motivo il legislatore aveva inserito delle specifiche garanzie, per incentivare i lavoratori a usufruire di tale opportunità senza timori.

  

Ma il governo Berlusconi ha cambiato di fatto retroattivamente le carte in tavola.

Con la manovra finanziaria del 2010 ha introdotto la “finestra mobile”, imponendola non solo ai lavoratori in attività ma anche a quelli, come noi, già fuori dal mondo del lavoro (in mobilità ordinaria o lunga, indifferentemente) ma non ancora pensionati.

Un colpo di mano che ha cancellato le garanzie (di legge) che ci avevano portato a lasciare il lavoro. E la finestra mobile, per chi è uscito dal lavoro con le regole della legge Dini, comporta un allungamento di quasi un anno dei tempi di raggiungimento della pensione.

 

Alla gravità – da tutti i punti di vista – di una legge con effetti retroattivi si aggiunge la beffa della sua applicazione.

Il governo ha infatti previsto che le precedenti condizioni per il pensionamento vengano salvaguardate solo per 10.000 persone, affidando all’Inps il compito di monitorare la situazione e compilarne l’elenco, con una graduatoria, sembra, basata sulla data di uscita dal lavoro.

Dopo più di un anno l’Inps non ha ancora predisposto e reso noto tale elenco. Secondo fonti imprenditoriali e sindacali le richieste oggetto di questa “lotteria” sarebbero più di 40.000.

Ad una interrogazione parlamentare presentata dall’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, il governo ha risposto senza chiarire alcunché (una risposta “ridicola”, secondo lo stesso Damiano).

Nell’incertezza della situazione, ci sono stati casi in cui lo stesso Inps ha bloccato sia la domanda di pensionamento sia il pagamento dell’indennità di mobilità, lasciando le persone senza alcun reddito. Dopo alcuni mesi almeno alcune di tali situazioni sono state sanate con provvedimenti tampone.

E’ costituzionale indurre le persone a scelte così determinanti per il proprio futuro garantendo loro un certo quadro normativo e poi cambiarlo? E discriminare persone che dovrebbero avere gli stessi diritti dei 10.000 fortunati che vinceranno la lotteria?

E’ possibile “dimenticare” dei lavoratori che hanno pagato i loro contributi per tutta la vita?

Viene poi considerato che essi possano rimanere senza alcuna sussistenza o nella migliore delle ipotesi, di un “semplice ritardo” nel pensionamento possano perdere diverse migliaia di euro?

Se poi verranno abolite del tutto le pensioni di anzianità, che fine faranno le persone fuori dalla lista? Da quale reddito saranno coperte? O se “semplicemente” verranno ancora traslate le finestre utili per il pensionamento?

Come mai per il famoso “contributo di solidarietà” che a un reddito di 100.000€ ne toglieva solo 5.000€, meno di quanto ne viene sottratto a noi, si sono mossi tutti i mezzi di informazione, fino a far recedere dal provvedimento? E dire che per loro si sarebbe trattato di un di più, per noi della base della nostra sussistenza!

Come mai continuano a non essere toccati i privilegi della “casta”?

Non è infine questo un caso analogo a quello del tentativo di vanificare i riscatti di laurea, poi rimangiato dai nostri governanti?

Pensiamo che in questo momento di discussione sulle pensioni, su cui si gioca una partita decisiva, è bene che si sappia anche questo e non solo per il nostro diretto coinvolgimento personale.

 

 

Epifanio Giannetto

Paola Rotunno

Stefania Scaglia

Roberta Moroni

Paolo Rondinella

Laura Drusiani

Mario Visalli

Teresa Dello Iacono

Paolo Orsini

Antonella Iannicelli

Francesca Vinciguerra

Roberto Giuliani

Germana Maiolatesi

Nicoletta Camboni

Francesco Riggio

Carmela De Toma

Michele Tucci

Paola Formiconi

Franca Napoli

Luciana Muccio

Giampaolo Bettio

Daniela Caruso

Simona Mariani

Alessandro Ciferri

Gaetano Criscuolo

Marco Anselmi

Franco Ferraresi

Silvana Baglioni

Rita Andreozzi

Fabio Recchini

Carolina Fornaroli

Mauro Falaschi

Sergio Giubilei

Cristina Bellini

Sandro Faraglia

Giuseppe Soldani

Andrea Criconia

Mariasofia Coscarella

Vincenzo Clarizia

G.S.

Mauro Paccagnella

Aldo Campana

Mario Modolo

Pietro Genovesi

Peppe Gonnella

Maria Di Martino

Patrizia Caruso

Grazia Brogi

Giacomo Buttazzo

Giuseppina Mangano

Andrea Gori

Giorgio Castelli

Giorgio Viterbo

Emanuela Marinelli

Massimo Alfani

Patrizia Guido

Claudio Ruggeri

Massimo Annecchini

Maria Cristina Aluigi

Germano Mariotti

Giuseppe Michelazzo

Giampiero Michelangeli

Enza Lucia Bernardo Ciddio

Floriana Marcelli

Enzo Aleo

Patrizia Di Folco

Sergio Masini

Graziano Lucia

Lino Pasqualetti

Daniela Stefani

Bianca Balatresi

Arrigo Tagliavini

Paola Ristori

Biagio Trifirò

Angelo Maria Ravoni

Marina Vannozzi

Cristina Fiorenza

Lilia Romano

Stefano D’Agui

Lucia Spezzati

Elisabetta Taurino

Ersilia Secchi

Sergio Fincato

Enzo Pezzini

Raffaele Focarelli

Riccardo Pomiato

Lidia Pasquali

Emiliana Baciucchi

Rosa Consales

Laura Tamanti

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