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ITALIANI POPOLO SENZ’ANIMA

Il tremendo naufragio nelle acque libiche non ha scosso le coscienze degli italiani, quasi del tutto indifferenti di fronte alla misera fine di 300 persone, una fine che già tutti, a partire dai mass media, hanno dimenticato

Centinaia di volti senza nome, centinaia di storie, speranze, sogni, affetti perduti, centinaia di occhi che hanno già visto tutto, la guerra, la fame, la disperazione, infine la morte: laggiù, negli abissi oscuri del Mediterraneo non ci sono solo pesci e sabbia, ma ci sono le tombe di uomini, donne, bambini uccisi dall’indifferenza crudele del nostro benessere, dal nostro egoismo. Il naufragio avvenuto nelle acque libiche è l’ultimo di un’ecatombe infinita che ha costretto il mare che divide l’Italia dalla Libia a diventare cimitero per tutti coloro che cercano di entrare tra le mura dorate dell’Europa. Sono centinaia i dispersi, vale a dire i morti, dato che quando si viene inghiottiti dalle onde non si ha alcuna possibilità di salvarsi.

Una tragedia, l’ennesima, che non sembra scuotere più di tanto le coscienze di questo Paese, totalmente indifferente, quasi annoiato di fronte a tali notizie, bollate come “consuete”, come se non vi fosse più nulla da ragionare o su cui riflettere, nulla da aggiungere a quanto raccontato da tv e giornali. Non c’è nemmeno pietà, tutto sembra essere visto come qualcosa di naturale che ormai fa parte del nostro tempo, come un prezzo che coloro che vogliono raggiungere le nostre coste devono inevitabilmente pagare. Nessuno ha più la percezione di quanto vale una vita umana. All’espressione “oltre 300 dispersi” si reagisce con un po’ di costernazione o di sorpresa, al massimo con un sottile accenno di dispiacere, ma poi, passata l’immediatezza della notizia, si va avanti come se nulla fosse e si ritorna a ignorare il dramma di un’umanità condannata a morte dal nostro sentirci forti e superiori, dal nostro sfrenato consumismo, dal nostro pensare di poter decidere della vita e del futuro di interi popoli. Perché è ciò che avviene in Europa e soprattutto in Italia, dove ci si chiude alle migrazioni, dove ci si arrocca a difesa dei nostri privilegi, frutto di rapine coloniali, di atroce sfruttamento economico, di una cancellazione culturale, morale e spirituale del patrimonio di un grande continente come quello africano.

Passerà tutto, anche il clamore di questa tragedia, che già la gran parte dei mass media ha messo in secondo piano, preferendo evidenziare notiziole di cronaca spicciola o le solite diatribe da cortile della politica italiana. Già la sera di martedì 31 marzo, nel giorno in cui giornali e tg avevano reso nota la tragedia, i programmi di approfondimento (anche se è inappropriato chiamarli così) decidevano di dedicare il proprio tempo e spazio a questioni ritenute molto più importanti e prioritarie: così Porta a porta (Raiuno) offriva ai telespettatori l’ennesima puntata sul giallo di Garlasco, con il solito squallido processo fatto in studio dagli opinionisti e dal conduttore, mentre Matrix (Canale 5) affrontava la “spinosa questione esistenziale” del pluripregiudicato Fabrizio Corona, appena cacciato via da un reality show. Sarebbe facile dare la colpa di questo oltraggio al pudore ai soli conduttori o editori (i quali hanno di certo la responsabilità di seguire il mercato piuttosto che educarlo), ma è più logico convincersi che ciò avvenga perché di fatto esiste una buona parte di italiani, maggioritaria in questo momento, che vuole questo e lo chiede con forza: non si vuole assistere ad altro che a pettegolezzi da bar, fatti di cronaca in cui possa emergere il privato della gente.

C’è una sindrome voyeuristica da reality, in cui ciò che conta è sapere tutto della vita delle persone, specialmente se diventano note al pubblico, anche solo come vittime o esecutrici di un omicidio. C’è un impoverimento morale e culturale del popolo italiano, c’è la scomparsa della vera solidarietà, c’è il silenzio pesante e l’indifferenza nei confronti della fine drammatica di centinaia di persone che cercavano solo di venire in Italia per vivere o anche sopravvivere, nella speranza di aiutare i parenti rimasti indietro e di poter un giorno condurre una vita normale. E chi sta al potere rispecchia perfettamente il suo popolo: il ministro Maroni l’aveva detto che con i migranti clandestini bisognava essere duri e, forse, le onde del mare provano qualche simpatia politica per lui. O forse, semplicemente, ci sbattono in faccia la nostra sporca coscienza, nella speranza che qualcuno capisca che non si può chiudere nessuna terra, nessuna frontiera. Lo stesso ministro, davanti a tale scempio umano, davanti all’odore di morte che il vento di mare spande ancora fresco sulle nostre coscienze, non ha speso una parola di pietà, limitandosi ad esaltare l’eroismo delle navi italiane e a promettere che dal 15 maggio finiranno gli sbarchi, perché a quella data sarà già in vigore l’accordo con la Libia per il pattugliamento congiunto delle coste.

Un accordo assurdo, perché le autorità libiche sono le prime responsabili di ciò che avviene. Sono corrotte e pienamente coinvolte nel traffico degli esseri umani. Lo raccontano molti dei migranti che arrivano in Sicilia, dicono di avere pagato cifre spaventose a trafficanti libici, di avere visto poliziotti e militari del regime di Gheddafi corrotti. Le autorità sapevano che le due barche (quella affondata e quella tratta in salvo) erano partite da un porto vicino Tripoli, lo hanno detto loro quando si cercava di capire quante fossero le imbarcazioni in difficoltà. In Libia, dunque, le autorità consentono apertamente i trasbordi di migranti in condizioni disperate. E l’Italia si accorda con loro. È come se per combattere la povertà e la disoccupazione in Sicilia lo Stato sottoscrivesse un accordo con la mafia.

Ma gli italiani stanno bene così, perché sono felici di mantenere intatta la situazione e la loro condizione di privilegio. Si sentono forti, superiori, esaltati di avere sotto i loro piedi un esercito di nuovi schiavi da sfruttare. Meglio tenere gli immigrati come ospiti di un Paese che non sarà mai il loro, perché gli italiani amano sentirsi buoni, cattolici, solidali, “brava gente”, ma fino a quando ciò non determini atti di vera generosità, rinunzia di se stessi e dei propri privilegi. D’altra parte, gli immigrati sono anche “utili”, non solo per motivi economici, ma anche per motivi psicologici, in quanto, scaricando su di essi tutte le colpe e le responsabilità di ogni evento negativo, ci si può purificare, si può dimenticare la mafia, la camorra, le violenze, le crudeltà quotidiane di cui il nostro pseudo-popolo è capace. Sempre però respingendo ogni accusa di razzismo, anche quando l’indifferenza, la crudeltà, le discriminazioni e lo sfruttamento sono evidenti: d’altronde uno dei motti preferiti dal popolo italico è quello che prescrive di “negare sempre e comunque”, che prima o poi ci si immedesima così tanto nella menzogna da crederla verità.

Una verità artificiale che si difende con le unghia, per evitare di guardare dentro la propria coscienza, sapendo che si corre il rischio di trovarla arrugginita e sporca, piena delle peggiori incrostazioni che solo l’uomo è in grado di produrre.

 

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