L’ITALIA CHE RESISTE

L’assalto è fallito. Il 7 ottobre del 2009 è un giorno che entrerà nella Storia, in quanto segna il riscatto del sistema democratico italiano, dopo un anno e mezzo di inesorabile declino, sotto i colpi d’ascia inferti dalla maggioranza di governo. È la data in cui la Corte Costituzionale ha bocciato la legge 124/2008, meglio nota come lodo Alfano. La suprema Corte, infatti, giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste dal Tribunale di Milano e dal Gip di Roma, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n.124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione”. Il lodo Alfano prevedeva l’immunità totale per le quattro più alte cariche dello Stato (Capo dello Stato, Presidente del Consiglio, presidenti di Camera e Senato) ed ufficialmente era finalizzato a garantire la governabilità e “rispettare” la volontà popolare espressa attraverso il voto, ma in realtà era stato costruito per salvare il premier Berlusconi dai suoi tanti guai giudiziari.
Il tentativo di Berlusconi di garantirsi l’impunità per tutta la durata del suo mandato è stato però stroncato dal voto dei quindici giudici della Consulta, ultimo baluardo a tutela della nostra democrazia. L’esito è stato netto: nove giudici contro sei. L’Italia ha mostrato al mondo che non è ancora al tappeto, che è ancora capace di stoppare l’affermarsi di una logica secondo cui esista un cittadino che sia diverso dagli altri dinnanzi alla legge. Una logica che contrasta con l’art. 3 della nostra Costituzione, secondo cui tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Un principio indissolubile, immodificabile senza il ricorso ad un procedimento di riforma della Costituzione che prevede, ai sensi dell’art.138 della Carta, un procedimento ben più complesso rispetto a quello previsto per una legge ordinaria (come il lodo Alfano), comprendendo anche la possibile sottoposizione al referendum popolare. Proprio la violazione del dettato dei due sopracitati articoli della Costituzione ha spinto i giudici della Consulta a bocciare il lodo, scatenando l’ira funesta di chi contava di sovvertire l’ordinamento democratico.
L’entusiasmo di chi crede nelle istituzioni è stato enorme, una sorta di liberazione da un frustrante sentimento di preoccupazione per quello che era avvertito, a ragione, come un grave punto di svolta politica autoritaria. L’Italia si è fermata ad un millimetro dal tracollo, ad un passo dal regime. Questa è stata la sensazione concreta che in tanti, giovani e meno giovani, hanno vissuto. Una decisione diversa da quella assunta dalla Corte Costituzionale avrebbe significato consegnare il Paese definitivamente nelle mani di un nuovo duce, intoccabile, inarrestabile, proprio mentre sul suo conto gravano pesanti sospetti e processi.
Il re adesso è nudo e la sua nudità è visibile ad una parte del Paese, mentre l’altra continua a bendarsi gli occhi e a difendere, anche con inaudita arroganza, il proprio idolo. Berlusconi, dinnanzi alla sentenza, ha reagito con il suo consueto disprezzo per le istituzioni e per tutto ciò che non piega la schiena dinnanzi al suo potere. Egli ha attaccato la Consulta, definendola di sinistra, affermando che è composta da undici giudici di orientamento opposto al suo, dimenticando che la Corte è un organismo imparziale formato da eccelse personalità nel campo del diritto. Tra l’altro a votare contro il lodo sono stati nove giudici, quindi i conti del Cavaliere, come sempre, non tornano.
Al contrario si potrebbe far notare, e qualcuno l’ha fatto, che tra i giudici che hanno votato a favore del lodo figuravano Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, con cui Berlusconi, accompagnato dal fedele Gianni Letta e dal ministro Alfano, nel giugno scorso, a pochi mesi dalla decisione della Corte, si è piacevolmente intrattenuto a cena, presso la casa dello stesso Mazzella. Qualcosa che in qualsiasi altro Paese civile avrebbe fatto gridare allo scandalo e portato alle dimissioni o, quantomeno, all’astensione dei due giudici dalla votazione. Ciò però non avviene in Italia e così Mazzella e Napolitano hanno espresso il loro voto, ovviamente favorevole. Eppure, nessuno, a sinistra ha insistito più di tanto su tale vicenda, nessuno ha messo in dubbio, prima della sentenza, la legittimità della Corte, il suo ruolo di garanzia.
Berlusconi e i suoi, invece, continuano a non accettare la decisione ed a reagire con la logica del complotto, con l’aggressione verbale nei confronti della Corte e persino del Capo dello Stato, il quale, tra l’altro, non ha mai eccepito la questione di costituzionalità sulla legge Alfano. Allo show nevrastenico del Cavaliere si sono sommate le parole truci di Gasparri e la minaccia di Umberto Bossi, il quale, prima, ha smentito l’ipotesi di elezioni anticipate, motivandole con la necessità di attuare le riforme, poi, ha rincarato la dose parlando di “guerra” nel caso di blocco della riforma federalista. Ma le parole pesanti e le intimidazioni nei confronti della Corte Costituzionale non sono state solo quelle successive alla decisione, dato che nei giorni che hanno preceduto la sentenza, lo stesso Bossi aveva minacciato di “trascinare il popolo”, facendo presagire chissà quali scenari bellici, che più che far tremare le gambe agli italiani solleticano la fantasia di qualche arzillo nonnino padano.
Il clima, insomma, è davvero insostenibile, soprattutto perché qualcuno pensava di aver messo le mani sullo Stato, attraverso una strategia basata sull’idea che il voto legittima non la gestione del bene pubblico secondo i principi costituzionali bensì l’occupazione coatta delle istituzioni. Adesso cosa accadrà? Il premier sarà costretto a farsi giudicare, ma non pensa minimamente alle dimissioni, chieste a gran voce da Di Pietro, anzi promette battaglia ed assicura di voler andare avanti a riformare (parola azzardata sulle sue labbra) il Paese, a partire dalla Giustizia. E allora, prepariamoci, perché se è vero che la Consulta ha salvato la democrazia, adesso tocca al resto del Paese prepararsi a respingere i colpi di coda di un uomo e di un governo vicini alla fine.


















