Stampa Estera: L’Italia di Berlusconi, un Paese sulla via dell’imbarbarimento

L’Italia è un Paese normale? L’anomalia che Berlusconi rappresenta – il fatto che concentri in sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come una «fabbrica» per produrre leggi destinate a salvarlo dai tribunali, che vomiti sulla magistratura, che critichi senza posa la Costituzione, che riduca la politica a battute e a declamazioni istrioniche, che si porti dietro il fracasso di pentole trascinate dei suoi scandali sessuali – spingerebbe a dire no.
Ma c’è di più. Ciò che colpisce, per esempio, è il fatto che dopo essere stata definita un laboratorio d’avanguardia dell’Europa l’Italia, oggi, regredisca a uno status «provinciale». La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, non parla inglese se non raramente. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione si ferma agli «anni ‘80». Si va «in» televisione vestiti a festa, tutto è entertainment, pub, talk-show urlati, chiappe e pizzi, le trasmissioni d’inchiesta sono estremamente rare, quelle di riflessione, alle quali parteciperebbero filosofi, storici, sociologi, psicanalisti o uomini di scienza, praticamente non esistono. Una sera su due, su Rai Uno, animata da un inamovibile giornalista mellifluo e caudatario [dal latino cauda, "coda", era il chierico incaricato di sorreggere lo strascico degli abiti dei prelati nelle funzioni solenni della Chiesa], c’è Porta a Porta, una specie di messa alla quale partecipano sempre gli stessi leader politici e che non è lungi dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto raramente, fra il pubblico delle trasmissioni politiche, sportive o di varietà, si vede un nero o un mezzosangue.
Nuova provincia, l’Italia perde punti in quasi tutte le classifiche, che riguardino la scuola, la sanità, l’ecologia, i diritti, la cultura (bilancio massacrato) e perfino la tecnologia. Ancora di recente, dopo Bob Geldof che rimproverava al governo di equilibrare il suo bilancio sulle spalle dei poveri, è Bill Gates in persona che è intervenuto per accusare Berlusconi («I ricchi spendono più soldi per risolvere i loro problemi personali, come la calvizie, di quanto facciano per combattere la malaria») di ridurre della metà gli aiuti pubblici allo sviluppo promessi davanti alle telecamere, facendo dell’Italia «il Paese europeo più tirchio».
Medesima regressione a livello informatico. Si sa forse che a causa del decreto Pisanu la connessione wireless a Internet in un luogo pubblico, un aeroporto o un cyber-café è sottoposta alla presentazione di una carta d’identità? Che i crediti per lo sviluppo sono congelati dal 2008, che dalla maggioranza si levano voci per chiedere il controllo di social network come Facebook? Che dappertutto si firmano petizioni che chiedono al governo di «emancipare Internet» da norme legislative che penalizzano il futuro del Paese, il quale, per quanto riguarda l’accesso alla Rete, è già «arretrato e sottosviluppato in rapporto al resto d’Europa»? È pur vero che Berlusconi è uomo di televisione old style e che per lui Internet è pericoloso, perché «liquido», incontrollabile – e al di fuori del suo impero.
Ma è a livello sociale che la regressione è più netta. Berlusconi mobilizza l’attenzione a un punto tale che all’estero non si vede molto bene che la realtà più rilevante è piuttosto una «deriva leghista» della società, che provoca un degrado morale e civico, se pur non un «imbarbarimento» dell’Italia. La Lega Nord di Umberto Bossi – il cui organo di stampa, La Padania, scriveva: «Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dai violentatori color bronzo e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, le nostre anime? Cacciateli fuori, questi maledetti!» - alleata determinante del partito di Berlusconi, ha fatto eleggere suoi uomini, alcuni dei quali sono ministri, in un considerevole numero di amministrazioni pubbliche, ha diffuso dappertutto i suoi “valori” e il suo linguaggio, sdoganato e reso normale il discorso xenofobo. Ci vorrebbero i volumi di una biblioteca vaticana per contenere i discorsi d’incitazione all’odio razziale, di omofobia, di «anti-meridionalismo», pronunciati dai suoi leader. Che si guardi su You Tube i video del signor Mario Borghezio o che si ascolti qualche estratto delle emissioni di Radio Padania: in nessun altro Paese si tollererebbe un simile scatenamento d’odio, e di stupidità, xenofobi! Si difendono i valori cristiani, la famiglia, il lavoro, si vuole la croce sulla bandiera italiana e il crocifisso nelle aule, ma il ministro dell’Educazione prepara l’imposizione di una quota di stranieri per ogni classe, il ministro dell’Interno ha voluto istituire ronde civiche (fiasco colossale, per fortuna, perché nessuno si è presentato per prendervi parte), e ha statuito come crimine il solo fatto di essere uno straniero senza documenti. Una starlet della politica, con azienda propria, alla destra dell’estrema destra, interpellata per diventare sottosegretario al Welfare in quanto (pre)diletta da Berlusconi (a proposito del quale aveva detto: «Lui è ossessionato da me, ma non avrà la mia …» o «Lui ama soltanto le donne in posizione orizzontale»), si è distinta per il suo tratto raffinato dichiarando che «Maometto era un pedofilo». Un fanatico (un eletto) ci teneva a disinfettare i treni dove viaggiavano le nigeriane, un altro (anch’egli un eletto) voleva «eliminare tutti i bambini (rom) che rubano agli anziani» e, interrotto dagli applausi del «popolo di Padania», invitava i musulmani ad andare a «pisciare nelle loro moschee». Altri ancora hanno dato fuoco ai baraccamenti di immigrati, proposto vagoni speciali sui treni o linee di bus separati per italiani e stranieri… Discriminazioni di ogni genere, aggressioni, spedizioni punitive, talvolta crimini, cartelli e grida razzisti ai raduni della Lega, vera e propria caccia all’uomo nero, con bastoni e fucili, che per la stampa internazionale evoca il Ku Klux Klan e che al ministro dell’Interno fa dire: «Abbiamo dato prova di troppa tolleranza verso gli immigrati».
Tutto questo suscita poche reazioni in Europa. E senza dubbio in questo senso l’Italia è la più «provincializzata»: la si guarda da lontano e dall’alto, pur amandola per la sua cucina, la sua arte e i suoi paesaggi, non la si prende per nulla sul serio, né nel bene, né nel male. Ci si immagini ciò che accadrebbe nelle strade di Londra, Parigi o Berlino o altrove se la Lega Nord fosse un partito, diciamo, austriaco, o francese, e se Umberto Bossi si chiamasse Jörg Haider!














