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L’ORA DEL GRIMALDELLO

Per una volta abbiamo l’occasione, di ‘scardinare’ le regole immutabili della casta per provare ad aprire una breccia nella immutabilità degli apparati di partito

Sembrano ancora rullare, nelle nostre orecchie, i tamburi di Piazza del Popolo. Sembrano ancora passarci davanti i fantasiosi cartelli, gli attempati compagni agghindati nelle fogge più strane, l’entusiasmo popolare suscitato dalla verve di Cristicchi o dall’accorata testimonianza di Saviano. Eppure, per molti di noi, la sensazione resta quella di aver partecipato a un evento per certi versi estraneo, quasi fossimo stati ‘invitati’ a qualcosa che altri avevano organizzato. In questo, più che nei numeri, peraltro assai lusinghieri (partecipazione oltre le aspettative, considerati i tempi), Piazza del Popolo si distingue da Piazza San Giovanni, momento che probabilmente resta unico e irripetibile.Da tempo I movimenti hanno perso la capacità mobilitativa. Molta, troppa acqua è passata sotto i ponti da quel 14 settembre 2002. L’onda della ‘festa di protesta’ si è dispersa in mille rivoli (personalismi, frustrazioni, errori di rotta)e ormai, aspettando invano la riemersione dopo la famosa ‘fase carsica’ (non ci crede più neanche Flores), non ci rimane che rispolverare i vecchi arnesi ‘da parata’ (zaini, corpetti, striscioni, cappellini) in occasione di eventi che altri ‘impresari’, grazie alla loro forza economica e/o mediatica (Di Pietro a Piazza Navona l’anno scorso, il gruppo ‘Repubblica-Espresso’ a Piazza del Popolo sbato 3 ottobre) riescono ad allestire, peraltro, bisogna dirlo, in maniera più che decorosa.

 Ammettiamolo: ci siamo persi di vista..Tuttavia, l’atteggiamento della società civile rispetto agli accadimenti politici e sociali che hanno in questi casi percorso (e sconvolto) il Paese, sembra esser giunto a una fase se vogliamo più consapevole, ma certamente di svolta. Si è così passati da una prima fase di speranza (dal Palavobis alle europee ’04) in cui cercavamo di migliorare, di spronare (‘la spina nel fianco’, che trafittura al cuore solo a ricordarla..)i ‘nostri’ partiti di riferimento e prepararli a un’alternativa di governo, a una seconda fase, che potremmo definire ‘dell’antipolitica’ in cui ci siamo illusi di poter fare da soli (Grillo e il V-day, la Lista Civica Nazionale, il tentativo, respinto, di una lista del protagonismo civile as ostegno dell’Unione alle politiche ’06); per finire alla fase attuale (‘della frustazione’ ?) in cui affiora, ineluttabile, la presa di coscienza della nostra evanescenza, resa ancor più irreversibile da una serie di leggi elettorali che dalle politiche nazionali fino alle amministrative del comune piu periferico, rendono pressochè imposibile la partecipazione di liste autonome della società civile.Dobbiamo arrenderci, dunque? La politica è davvero ‘cosa loro’ ?

Nell’ultimo numero di ‘Micromega’ Paolo Flores D’Arcais invita ad abbandonare la concezione identitaria dei partiti, cui si aderisce o meno, invitando invece a consisderarli ‘degli attrezzi usa e getta…utilizzandoli strumentalmente ogni volta che se ne presenti l’occasione..’. Per entrare nello specifico, Flores propone che ‘gli stessi’ elettori del centrosinistra ‘utilizzino’, partecipando attivamente, le imminenti stagioni congressuali del partiti di centrosinistra (subito il PD, poi IdV infine,se ce ne sarà una, quella della sinistra)in maniera da contribuire, in maniera decisiva, alla ‘rinascita’ degli stessi. Utopia? Provocazione? Pur con tutte le cautele e gli scetticismi che la proposta giustifica, non v’è dubbio che essa offre più di uno spunto di riflessione . Posto che, con buona pace di Flores, appartengo alla schiera di coloro che scelgono per identità piuttosto che per ‘utilizzo’, ritengo però che da parte della società civile si debba prestare molta attenzione, a cominciare dalle ormai imminenti ‘primarie’ del PD. Posto che questo partito, sia nella fase di gestazione, che in quella del ‘parto’, sia infine nei suoi primi anni di vita è risutato essere,nell’agire politico, nella gestione interna, nella condotta morale, quanto di più lontano rispetto ai nostri valori e, più in generale, rispetto alle aspettative di un popolo che sia genericamente di sinistra o progressista, non si può negare che difficilmente il suddetto popolo potrebbe oggi (almeno nella sua gran parte)non identificarsi in quello che, in una democrazia compiuta di un paese occidentale, un vero Partito Democratico sarebbe dovuto essere (e,ribadisco, non è).

Il ‘PD che vorremmo’ insomma e, per un momento, consideriamolo in questa prospettiva. Proprio l’imminente appuntamento delle primarie con il suo (discutibile?) meccanismo che ne regola l’elezione del segretario, offre una interessante opprtunità di intervento ai cittadini attivi di questo Paese. La candidatura di Ignazio Marino, ancorchè minoritaria in quanto non espressa dagli apparati’ di  ­partito, può infatti diventare elemento non solo di novità, ma di vera innovazione tra le file del maggior partito di opposizione. La bandiera del laicismo, bollata come angolo di visuale troppo ristretto da parte dei suoi competitori e dei loro ‘sponsor’ (primo tra tutti il fondatore di ‘Repubblica’) se assunta come vera e propria direttrice dell’azione poltica del partito, intesa come ripudio di posizioni precostituite e dogmatiche, ma frutto di una linea politca di volta in volta condivisa, costituirebbe, in caso di (difficile) affermazione di Marino alle primarie un elemento di cambiamento a dir poco rivoluzionario. Non solo in caso (probabile) di mancata elezione , ma anche di significativa affermazione di Marino, le prospettive del PD potrebbero radicalmente cambiare.

E’ chiaro che quanti più cittadini sosterranno nei gazebo la proposta Marino, tanto meno aleatoria sarà questa prospettiva. Lo ha capito per prima Flores D’Arcais proponendo, già nel luglio scorso, al senatore-chirurgo l’appoggio di una possibile lista ‘Girotondi per Marino’. Invito cortesemnte declinato dal candidato, ma soprattutto dal suo entourage. Esito secondo me scontato se si considera da un lato l’epressione troppo esplicita e ‘tranchant’ della stessa, dall’altro l’dentikit dei consiglieri mariniani (Bettini-girotondi? E’ più appropiato il cavolo a merenda..). Tra l’altro, Ignazio marino sa poco o nulla della ormai lontana stagione dei girotondi, essendo egli a quel tempo impegnato nella sua totalizzante attività professionale .

A mio avviso la proposta, se espressa in altri termini e in maniera più diffusa e partecipata (mi riferisco al mondo del protagonismo civile), avrebbe avuto qualche speranza in più di essere accolta. Essa conserva tuttavia il suo valore positivo sia come intuizione, si come indicazione di una possibilità, per la societa civile, di incidere nella storia naturale di un partito. O quantomeno di provarci. Anch’io faccio mia questa proposta. Ai compagni, agli amici, alle moltitudini di elettori di centrosinistra disorientati e delusi, il mio invito è quello di provare, per una volta che ce ne danno l’occasione, a ‘scardinare’ le regole immutabili della casta e di provare ad aprire una breccia nella immutabilità degli apparati di partito. Quanto più larga sarà questa breccia, tanto più corpo potranno prendere le nostre speranze di rinnovamento.

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