La Carta non è strumento di potere così Berlusconi torna a Cromwell

A Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista e presidente
emerito della Corte costituzionale, Repubblica chiede di riflettere ad alta
voce sul significato e il valore dell'annuncio di Silvio Berlusconi: il premier
vuole riformare, con la sua sola maggioranza, il Consiglio superiore della
magistratura; separare in due diversi ordini la magistratura giudicante dalla
requirente (i pubblici ministeri); un referendum popolare dovrebbe poi
confermare entro tre mesi il disegno.
"Prima di discutere il merito - dice Zagrebelsky - qualcosa va detto sulle
riforme mancate, sulle colpe, le responsabilità dei riformatori finora mancati.
Mi definisco un conservatore costituzionale. Penso che il lavoro compiuto
all'inizio di un ciclo politico sia sempre più apprezzabile, migliore, di
un'attività in corso d'opera. E tuttavia non è che non veda come un grave
deficit non aver adeguato i meccanismi di garanzia della Costituzione alle
trasformazioni del sistema politico. Ne è un esempio proprio l'articolo
138...".
L'art. 138 della Costituzione regola le leggi di revisione della
Costituzione.
"Appunto, l'art. 138 prevede che le riforme costituzionali debbano essere
approvate con un ampio consenso raccogliendo il voto della maggioranza e di una
parte dell'opposizione".
Qual era il significato di questo consenso qualificato?
"Che la Costituzione,
la sua manutenzione, le sue modifiche non dovessero essere appannaggio della
pura maggioranza. Poi però le leggi elettorali hanno cambiato il sistema
politico, polarizzandolo su due sponde e ora chi ha il sopravvento nella
competizione elettorale e conquista la maggioranza si fa da sé le riforme
costituzionali".
Salvo poi sottoporle a referendum popolare, come ha ricordato
Berlusconi.
"Berlusconi ha fatto un discorso piano. Prende atto della disciplina
costituzionale, si fa votare la sua riforma con la maggioranza che il sistema
elettorale attuale gli ha dato, chiede al referendum l'approvazione definitiva.
Anche se ineccepibile, però, questo metodo cambia profondamente l'essenza stessa
della Costituzione".
Perché, se quel metodo è previsto dalla stessa Costituzione?
"Perché ci sono due nozioni di Costituzione. La prima considera la Costituzione come
strumento di chi governa. Per Cromwell, la Costituzione, è
appunto Instrument of Government. Siamo qui alla presenza di Platone,
Aristotele, Hobbes, Schmitt. Per venire al presente o al passato prossimo, non
c'è in Sud America vincitore di elezioni, capo-popolo o colonnello, che non
abbia e annunci un suo progetto costituzionale: è lo strumento di cui intende
servirsi per esercitare il potere".
Qual è la seconda nozione?
"E' la nostra. Qui il riferimento è John Locke. La Costituzione è
inclusiva. Non è scritta da chi vince contro gli sconfitti. La Costituzione non si
occupa di chi sia il vincitore. Scrive principi per tutti, garantisce i diritti
di tutti. Noi siamo figli di questo costituzionalismo. La nostra Carta
fondamentale è nata con la
Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite del
1948, con la Convenzione
europea dei diritti dell'uomo e delle libertà del 1950. La Costituzione italiana
si colloca in questa tradizione. E' nata per essere inclusiva, per valere per
tutti. Non è uno strumento di potere ma di garanzia contro gli abusi del
potere. Berlusconi invece vuole fare il Cromwell. Può essere ancora più chiaro
se ritorniamo al 138. Quell'articolo prevede che anche un accordo politico
ampio possa essere bocciato da una minoranza del corpo elettorale. Come si sa,
il referendum costituzionale non ha il quorum e, se vanno a votare il 20 per
cento degli italiani, l'11 per cento può bocciare la nuova legge. Il progetto
di Berlusconi capovolge questa logica. Non riconosce al referendum un potere
distruttivo, ma pretende che sia confermativo della riforma votata soltanto
dalla coalizione di governo. Diciamo che la manovra, di tipo demagogico,
manomette la Costituzione,
annullando lo spirito di convivenza che la sostiene, e la trasforma in
strumento di governo, in strumento di potere".
Si può dire che la riforma annunciata non fa che accentuare quella "china
costituzionale" di cui lei spesso ha scritto: indifferenza per
l'universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per la dialettica
parlamentare, per la legalità.
"Sì. Un regime liberale-democratico adotta come principio ciò che dice
l'articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del
1789: "Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la
separazione dei poteri determinata, non ha costituzione". Una Costituzione
che diventa strumento di potere contraddice la separazione dei poteri. E' quel
che sta accadendo. Abbiamo già un Parlamento impotente dinanzi a un governo che
impone le sue scelte con il voto di fiducia. Ora è il turno della
magistratura".
Lei condivide la previsione che la separazione del pubblico ministero dal
giudice anticipa la sottomissione della magistratura requirente all'esecutivo?
"Ci sono molti aspetti discutibili nella divisione del Consiglio superiore
della magistratura in due, ma uno è chiaro fin d'ora. Se un pubblico ministero
non è un magistrato a pieno titolo, che cos'è se non un funzionario
dell'esecutivo? E evidente allora che, secondo logica, quel funzionario dovrà
dipendere da un'autorità di governo, così pregiudicando l'indipendenza della
funzione giudiziaria e cancellando la separazione dei poteri. Mi chiedo: che
bisogno c'è?".
E' inutile nascondersi che è lo spettacolo offerto dalla magistratura, con
il conflitto tra due procure, ad aprire spazi a questi progetti di riforma.
"Lo spettacolo è sgradevole e la situazione in cui versa la magistratura
italiana è certamente insoddisfacente. Ma mi chiedo: le proposte che si
avanzano eliminano le difficoltà e i difetti o li aggravano?".
Qual è la sua opinione?
"Per quel che ho letto, dalle inchieste di Catanzaro sono emersi
collegamenti della magistratura con ambienti politici, finanziari, malavitosi.
La soluzione che propone il governo - l'attrazione del pubblico ministero
nell'area della politica governativa - rafforza quei legami e non elimina quindi
le cause delle disfunzioni, mentre bisognerebbe lavorare per rendere effettiva
l'autonomia della magistratura dai poteri economici, amministrativi, politici
e, naturalmente, criminali. Il disegno di riforma, codificando una dipendenza,
avrà un solo effetto: eliminerà la notizia di quei legami, non la loro
esistenza. Continueranno a esserci, ma non si vedranno".
Quali sono le responsabilità della magistratura in questa crisi?
"Il sistema costituzionale assegna alla magistratura il massimo
dell'indipendenza e non sempre questa posizione è stata usata con la
responsabilità necessaria. Se le cose funzionano, il merito è della
magistratura. Se non funzionano, bisogna dirlo, è della magistratura il
demerito".
Quali sono le ragioni o le prassi o le convinzioni che inceppano
l'autogoverno della magistratura?
"Non c'è dubbio che la formazione di correnti, che all'inizio è stata
favorita da un confronto culturale (culturale era il dibattito su come si
dovesse interpretare la
Costituzione), ha finito per diventare strumento di
promozione e di carriera. E' una degenerazione. Se non hai una corrente alla
spalle non assurgi a un incarico direttivo. Solo una corrente può proteggerti
quando verrai giudicato per i tuoi errori. Mi sembra che l'autonomia non sia
stata gestita nel senso per il quale è stata prevista".
Forse anche per questo è largo il consenso per una riforma.
"Ci sono le istituzioni e gli uomini. La migliore Costituzione può essere
corrotta da uomini mediocri. Una mediocre Costituzione può funzionare bene con
uomini capaci. Credo che la magistratura debba fare un severo esame su se
stessa. Se il sistema non funziona, non ne porta anch'essa la
responsabilità?".
Lei crede che questa riforma costituzionale alla fine si farà davvero?
"Si può sperare che nella maggioranza ci sia qualcuno che si renda conto
della delicatezza delle questioni. Sono in gioco le garanzie, i diritti, i
principi e l'eguaglianza del cittadino di fronte alle legge. Perché se la
giustizia è controllata dalla politica, la funzione giudiziaria diventa
strumento di lotta politica. Mi appare incredibile che si vada avanti su una
strada così pericolosa e non ci siano voci responsabili che denuncino il
pericolo, anche all'interno della maggioranza".
Se il governo, come dice Berlusconi, tirasse diritto...
"Siamo in una situazione tristissima. Penso che occorra far breccia nelle
convinzioni collettive, spiegare all'opinione pubblica che non si buttano via
da un giorno all'altro secoli di storia e di valori civili".














