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La curiosità del giovane Darwin

Inizio di un apprendistato scientifico
Mancati due tentativi prima di Natale per forti venti contrari, solo nel primo pomeriggio del 27 dicembre 1831 il Beagle

poteva prendere il mare da Plymouth e avviarsi con vento fresco nella Manica verso l’Atlantico.

Era un piccolo brigantino di 27 metri, 242 tonnellate di stazza, 10 cannoni e 74 persone stipate a bordo. Inviato dall’Ammiragliato inglese in una lunga crociera intorno al mondo, per scopi in prevalenza cartografici e astronomici, era comandato da un aristocratico di ventisei anni, Robert Fitz-Roy, che a quattordici era entrato nel Royal Naval College e aveva ricevuto il suo primo comando su quella stessa nave a ventitre anni, compiendovi un precedente viaggio impegnativo.

A bordo c’era anche Charles Darwin, giovane borghese di ventidue anni, che era stato imbarcato come naturalista. Fin dall’inizio soffrì il mal di mare, abituandosi a sopportarlo con stoica rassegnazione.

Il resoconto del suo viaggio, il cui titolo tradotto alla lettera era Giornale delle ricerche di storia naturale e geologia condotte nelle regioni visitate durante il viaggio del “Beagle” intorno al mondo, uscì una prima volta nel 1839, quando il suo autore aveva trent’anni, come parte del resoconto di bordo del capitano Fitz-Roy, e fu pubblicato in forma più completa nel 1845. E’ questo il testo che si continua a leggere e a studiare, trovandovi per di più sommo divertimento1.

Infatti, anche se è frutto dell’esperienza accumulata e dei ripensamenti successivi, l’opera mantiene intatta la freschezza delle sorprese che il viaggio riserva al giovane naturalista. L’incontro col mondo di lava sterile di Sant’Jago nelle isole del Capo Verde lo induce a scrivere che potrebbe essere considerato privo d’interesse ma solo per chi è abituato al paesaggio inglese. E subito dopo registra che in quel mondo arido riescono a vivere greggi di capre con qualche mucca. “Piove molto raramente, ma durante un breve periodo dell’anno cadono violenti acquazzoni e immediatamente spunta da ogni fessura una leggera vegetazione. Essa si secca ben presto e gli animali vivono di questo fieno formatosi naturalmente”2.

Poi c’è la geologia dell’isola. Entrando in porto, nella falesia a picco, “una striscia bianca orizzontale corre per alcuni chilometri lungo la costa” a quindici metri sull’acqua. Risulta essere un letto calcareo conchiglifero depositato su rocce vulcaniche più antiche e coperto a sua volta da colate di basalto successive. Poiché il sedimento è di chiara origine marina, la sua posizione testimonia un evidente sollevamento3.

L’osservazione della vita animale è testimoniata dalla descrizione di una grande aplisia, una lumaca marina, dal colore giallo sporco, che nuota spinta da una larga membrana, quasi un morbido velo; nel suo stomaco sezionato trova “parecchi piccoli sassolini come nel ventriglio di un uccello”. Ma è ancora più vivace la descrizione dei costumi di una seppia intrappolata in un pozza lasciata dalla marea. Alla sua abilità difensiva nell’insinuarsi in strette fessure si uniscono “la rapidità di una freccia, da una parte all’altra della pozzanghera, colorando… l’acqua con un inchiostro castano scuro” e “la facoltà straordinaria di cambiare colore…secondo la natura del fondo”. “Mi divertii molto ai vari accorgimenti per sfuggire alla vista usati da un esemplare, che sembrava perfettamente conscio che lo stavo osservando. Rimaneva immobile per un certo tempo e poi avanzava furtivamente per qualche centimetro, come un gatto dietro a un topo; qualche volta cambiava colore e continuava così fino a quando, avendo raggiunto una zona più profonda, guizzava via, lasciando dietro di sé una striscia scura di inchiostro per nascondere il buco nel quale si era insinuato”. E da lì, poco dopo, l’autore viene salutato con un getto d’acqua proiettato al di sopra della superficie tramite il sifone che contribuisce alla capacità motoria del mollusco4.

Nella pagine successive, che illustrano la rotta per il Brasile, appare nel mezzo dell’oceano lo scoglio di San Paolo, alto solo 15 metri sul livello del mare e poco più di un chilometro di circonferenza. Il Beagle avrà accostato, forse senza ancorare, perché Darwin riesce, anche su questa minuscola escrescenza terrestre, a porsi il problema della sua costituzione mineralogica, dove con qualche incertezza, ravvisa comunque la presenza del serpentino (molto probabile, dato che si tratta, come sappiamo oggi, di un prodotto magmatico di dorsale oceanica). Descrive il rivestimento di un bianco brillante, madreperlaceo, che copre la distesa di guano accumulata dagli uccelli marini. Ne individua solo due specie: la sula e la sterna. Ecco i loro nidi, le uova deposte, e un piccolo pesce volante, preda deposta, subito rubata da un grosso granchio che approfitta della fuga degli uccelli disturbati dai visitatori. Non ci sono piante di sorta né licheni, ma parecchi insetti e ragni. E qui un elenco preciso dei piccoli abitanti. Un tratto di ironia: “La descrizione tanto spesso ripetuta della palma maestosa e di altre nobili piante tropicali, poi degli uccelli ed infine dell’uomo, che prendono possesso delle isolette coralline appena formate nel Pacifico, probabilmente non è esatta; temo di distruggere questa poetica storia, ma gli insetti mangiatori di piume e di sudiciume, quelli parassiti e i ragni devono essere i primi abitatori delle terre oceaniche appena formate.” Nelle acque circostanti, molti pesci e quindi anche gli squali, a gara con i marinai per assicurarsi le prede della pesca5.

Vediamo qui gli accenni di una capacità d’osservazione minuziosa, instancabile e mai soddisfatta. Si può immaginare che l’abilità nella descrizione, sempre molto efficace, sia il prodotto anche dell’esperienza maturata durante e dopo il viaggio. Ma la curiosità e la capacità d’osservazione dovevano essere genuine fin dall’inizio. E in quella prima fase forse parecchio al di sopra della possibilità di dare ordine ai loro effetti. Ma, un po’ perché lo confessa lui stesso nella sua Autobiografia, e un po’ perché il testo del viaggio ci comunica l’attivismo entusiasta del giovane, non si fatica a vederlo dedito ad attività incessanti di raccolta e catalogazione. Fogli di appunti e casse di reperti geologici, botanici e zoologici cominceranno presto ad accumularsi.

Appena giunto in Brasile, e inzuppato dal primo temporale tropicale, è pronto a gettarsi in una perlustrazione a cavallo nell’interno fino a una fattoria dove è costretto a misurare la sua educazione, e personale inclinazione, con la durezza atroce dello schiavismo: un negro molto più alto e grosso di lui, sfiorato da un suo involontario gesto troppo brusco, si rattrappisce a occhi chiusi come aspettandosi un colpo: “timoroso persino di parare un colpo diretto…quest’uomo era stato ridotto a una degradazione più bassa della schiavitù del più debole animale”6.

Ma qui per motivi di spazio si è costretti ad abbandonare subito il tema sociale, culturale ed etnico, che meriterebbe trattazione specifica a causa della sua vastità: numerose sono le pagine dedicate ai gauchos argentini, agli aborigeni della Terra del Fuoco e a tutti gli altri abitanti dei luoghi ancora poco toccati dal peso della civiltà occidentale.

Ci si può chiedere con quale preparazione il giovane Darwin avesse affrontato il compito imprevisto. La sua istruzione, per sua stessa ammissione, era stata frammentaria. Insofferente delle discipline teoriche e spesso annoiato da lezioni pedanti e dogmatiche, aveva rivolto i suoi interessi più genuini all’osservazione del mondo animale e vegetale. Nel suo scritto autobiografico si mostra con sincerità: “Credo che mio padre e i miei maestri mi giudicassero un ragazzo mediocre, un po’ al di sotto del livello intellettuale medio7.…Ero un ragazzo di buoni sentimenti; e ciò era dovuto all’educazione ricevuta dalle mie sorelle e al loro esempio” 8

Amava la pesca, raccogliere insetti, conchiglie, minerali: “La mania di far collezioni può condurre un uomo a diventare un naturalista sistematico, un conoscitore d’arte oppure un avaro”9. Ma non andava bene a scuola. “Mio padre mi disse una volta, con mia profonda mortificazione: non fai altro che andare a caccia, occuparti di cani e catturare topi, e sarai perciò una disgrazia per te stesso e per tutta la famiglia”10.

Ma il rimprovero non poteva bloccare una vocazione. Verso i dieci anni, racconta, “Fui sul punto di incominciare a raccogliere tutti gli insetti che trovavo morti perché, sentito il parere di mia sorella, avevo deciso che non era giusto uccidere gli insetti per farne collezione. Dalla lettura di Selborne di White imparai con gran diletto a osservare le abitudini degli uccelli e presi anche qualche appunto sull’argomento. Ricordo che nella mia semplicità mi domandavo come mai gli uomini non diventassero tutti ornitologi”11. Ma amava più di tutto la caccia ed era un gran tiratore.

Nel 1825, a sedici anni, segue il fratello maggiore all’Università di Edimburgo. Presto abbandona corsi di medicina disgustato dalle dissezioni anatomiche (se ne dispiacerà quando avrà bisogno del mestiere) e si dedica con maggiore attenzione alle scienze naturali. Dal racconto della sua vita esce la conferma di un grande interesse per il confronto a tu per tu col mondo e l’insofferenza per la didattica ingessata. Seguiva i lavori di numerose società scientifiche e vi collaborava direttamente. A diciassette anni inviò due brevi memorie, ricavate dall’osservazione diretta, alla Plinian Society.

Il cugino W. David Fox lo inizia all’entomologia. E’ nota la confessione: frugando in una corteccia d’albero “vidi due coleotteri rari e li presi, uno in una mano e l’altro nell’altra; poi alla vista di un terzo, di tipo nuovo, che non volevo perdere, misi in bocca quello che tenevo nella mano destra. Ma, ahimé, l’insetto emise un liquido acre che faceva bruciare la lingua, così fui costretto a sputarlo e lo persi…”12.

Ripete spesso che era interessato ai fatti e si stupiva che grandi professori non vi dessero la dovuta attenzione. Le lezioni di geologia del famoso professor Jameson “erano incredibilmente noiose”. Si entusiasma invece quando apprende che il masso erratico nella campagna di Shrewsbury appartiene a una lontana formazione affiorante in Cumberland e Scozia e che è stato trasportato lì dalla traslazione glaciale.

L’incontro più formativo lo ebbe con il professor Henslow, cultore di botanica, entomologia, chimica, mineralogia e geologia. Nell’ultimo anno di Cambridge lesse i Ricordi personali di Humboldt e decise che doveva visitare a tutti i costi l’isola di Tenerife, dal geografo tedesco luminosamente descritta. Ma solo all’inizio del 1831, l’anno della partenza, Henslow lo convinse a studiare sul serio la geologia. Così accompagnò il già celebre professor Adam Sedgwick in una perlustrazione del Galles del Nord, dove fece un breve apprendistato di rilevamento.

Allora la classica disputa tra i nettuniani ispirati da Werner e i plutoniani convinti da Hutton era già da tempo superata. Era certamente vero che molte formazioni geologiche, anche sulle montagne più alte, erano in origine depositi di ambiente marino, ma gli sconvolgimenti terrestri non potevano più essere attribuiti agli effetti catastrofici del diluvio universale. James Hutton aveva dimostrato (e il suo ben più efficace divulgatore John Playfair aveva illustrato13) che i graniti non erano sedimento marino ma materia magmatica che si poteva trovare iniettata nelle fratture di formazioni precedenti. Nei Grampian Highlands a Glen Tilt, racconta Playfair, non meno di sei grandi vene di granito rosso visibili su un chilometro e mezzo tagliavano lo scisto micaceo nero. Fenomeni analoghi a Galloway e Arran. Ma non solo. Le discordanze angolari di Arran e Siccar Point nel Berwickshire mostravano che sopra una stratificazione quasi verticale interrotta dall’erosione poggiavano strati orizzontali indisturbati. Si doveva dunque invocare una dinamica terrestre in cui cicli di deposizione ed erosione si erano succeduti più volte e in particolare accompagnati e segnati da dislocazioni tettoniche. Così celebri werneriani come Humboldt, d’Abuisson e von Buch si erano convinti a cambiare opinione e avevano adottato la visione plutoniana: potenza delle forze endogene, mobilità della crosta terrestre, molteplicità dei cicli sedimentari, tempi geologici molto più lunghi di quelli ammessi dalla tradizione. L’assenza definitiva di ogni finalismo nell’interpretazione era condensata nella breve frase di un articolo di Hutton del 1788: “Non troviamo alcuna traccia di un inizio, né alcuna prospettiva di una fine”

Anche Sedgwick era un nettuniano convertito al plutonismo: “Per molto tempo sono stato ossessionato dall’acqua, ma la luce e il calore mi hanno completamente liberato”14. Sotto la sua guida Darwin investigò gli affioramenti a Llangollen, Conway, Bangor, Capel Ruig. “In questo giro potei rendermi conto di quanto sia facile trascurare i fenomeni, anche molto evidenti, che non siano ancora stati osservati da alcuno. Passammo molte ore nel Cwm Idwal, esaminando con attenzione scrupolosa tutte le rocce, perché Sedgwick desiderava ardentemente di trovarvi fossili, e nessuno di noi due fu capace di scorgere tracce del meraviglioso fenomeno glaciale che ci circondava: non vedemmo le evidenti graffiature sulle rocce, né i massi trasportati, né le morene laterali e terminali…Se (la vallata) fosse ancora occupata dal ghiaccio, i fenomeni sarebbero meno evidenti di come lo sono attualmente”15.

Ma ancora più indicativo dell’attitudine di Darwin è l’episodio precedente. Prima di partire per il Galles racconta al professore che in una vecchia cava di ghiaia vicina a Shrewsbury aveva trovato una grande conchiglia di Voluta tropicale. Il maestro risponde che qualcuno doveva averla buttata nella cava e aggiunge che “se davvero fosse appartenuta a quel terreno sarebbe una grandissima sfortuna per la geologia” perché avrebbe sconvolto tutte le conoscenze acquisite. In realtà i depositi ghiaiosi erano del periodo glaciale e in seguito Darwin stesso vi trovò pezzi di conchiglie artiche. “Ma allora rimasi assai sorpreso che Sedgwick non fosse felice di apprendere un fatto tanto straordinario: che una conchiglia tropicale si trovasse in un terreno superficiale nel centro dell’Inghilterra”. E aggiunge -ma non possiamo essere sicuri che non sia una riflessione sovrapposta dalla maturità- “niente prima di allora mi aveva dato l’esatta consapevolezza che il metodo scientifico consiste nel raccogliere fatti, da cui si traggono leggi e conclusioni generali”16. Ma più di questa enunciazione, che oggi ci appare perfino ortodossa, colpisce la rivelazione di un’apertura all’imprevedibile: perché una disciplina dovrebbe temere un fatto che potrebbe smentirla? Non è più interessante invece proprio la virtuale smentita capace di mettere alla prova un’interpretazione consolidata?

Forse questo è l’interrogativo implicito che può farci considerare in una prospettiva più aperta la frenesia di raccogliere e catalogare del giovane naturalista. Registrare i fatti richiede prima di tutto la capacità di vederli, coglierli nella loro consistenza circoscritta, accettarne la presenza ingombrante anche se possono incrinare lo schema interpretativo adottato.

Condensato in forma così affrettata, questo era il bagaglio di conoscenze e inclinazioni del giovane Darwin, arricchito alla vigilia della partenza da un libro fondamentale, uscito l’anno prima, Principi di geologia di Charles Lyell, che spiegava le modificazioni della superficie terrestre solo sulla base delle forze tuttora operanti su di essa. Divorato e consultato, il primo volume dei Principi fu raggiunto dai successivi, speditigli da casa, nel corso del viaggio.

Ma per cogliere la disposizione d’animo dell’apprendista resta ancora un punto decisivo. Nonostante il mal di mare, il contatto col mondo sconosciuto, animato e inanimato, lo immerge nella felicità. Può stare ore a osservare il cammino delle formiche guerriere o la strategia con cui un ragno cattura la preda, ma non perde mai di vista l’insieme. Così conclude un suo passo sulla foresta tropicale brasiliana: “E’ facile specificare i singoli oggetti di ammirazione in quel grande scenario, ma è impossibile dare un’idea adeguata della profondità dei sensi di meraviglia, di stupore e di devozione che riempiono ed elevano la mente”17.

Mentre il Beagle incrociava lungo la costa argentina a sud di Buenos Aires per condurre i necessari rilevamenti, Darwin ebbe licenza dal capitano Fitz Roy di trattenersi a terra e percorse a più riprese la pampa in lungo e in largo. Nei pressi della costa, a Punta Alta, esaminando i terrazzi morfologici con cui la pianura digrada in mare, trovò sepolti nelle scarpate e sulla spiaggia, “in una ghiaia stratificata e in un fango rossiccio”, un deposito eccezionale di resti di grandi animali estinti, classificati poi in Inghilterra dal professor Owen. L’eccitazione della scoperta lo induce a lavorare di piccone per 24 ore consecutive per tirar fuori ossa gigantesche di quadrupedi, tra cui un cavallo, molto diversi da tutti quelli viventi conosciuti. Il ragionamento al proposito svolto nelle pagine del Viaggio risente ovviamente della conoscenza acquisita dal lavoro di Owen, che ritenne vegetariani i mastodonti e formulò ipotesi sulle condizioni ambientali in cui vivevano. Ma nel momento della scoperta Darwin non manca di rilevare che le ossa sono associate nel sedimento a ventitre specie di conchiglie in parte estinte e in parte viventi, fatto che lo induce a considerare il deposito appartenente a “un recentissimo periodo del terziario”18.

Qualche tempo dopo, lungo il Paranà, nella scarpata d’erosione fluviale descrive con precisione a partire dal basso “strati che contengono denti di squalo e conchiglie marine di specie estinte; essi passano più sopra a una marna indurita e da questa alla terra argillosa rossa della pampa, con le sue concrezioni calcaree e le ossa di quadrupedi terrestri. La sezione verticale ci parla chiaramente di una grande baia di pura acqua salata, gradualmente invasa e alla fine trasformata nel letto di un estuario, nel quale furono trascinate le carcasse galleggianti”19.

Ancora più a sud, lungo la costa patagonica, insiste nel rilevamento delle sezioni verticali, esposte lungo il corso dei fiumi, che gli permettono di cogliere la grande regolarità, estesa per centinaia di chilometri, di “uno dei più grandi letti di ghiaia del mondo” prodotto dai processi erosivi che smantellano la catena andina. Infatti “se fosse raccolto in un mucchio formerebbe una grande catena montuosa!”20.

Altrettanto efficace è il suo ritratto del processo di sollevamento ritmico del territorio patagonico, testimoniato dai vasti terrazzi, almeno otto, che scandiscono corrispondenti superfici pianeggianti, marcate ognuna da diverse specie di conchiglie marine. Anche qui spicca l’esattezza dell’osservazione: “Il movimento di sollevamento e la forza escavatrice del mare durante i periodi di riposo sono stati uniformi sopra lunghi tratti di costa, perché ero stupefatto di vedere che i ripiani a gradini stavano a un’altezza corrispondente in punti molto distanti”. Confermerà spesso questa abitudine da geografo nel comparare, lungo le valli fluviali, i terrazzi alluvionali sugli opposti versanti.

Nei pressi dello Stretto di Magellano riconosce invece i segni della subsidenza. “La Terra del Fuoco si può descrivere come un paese montuoso sommerso in parte dal mare, così che profondi seni e baie occupano il posto dove dovrebbero esservi le valli.” Qui la vegetazione sembra l’opposto di quella brasiliana: “La massa aggrovigliata delle piante vive e di quelle cadute mi ricordava le foreste dei tropici, ma vi era una differenza, perché in queste silenziose solitudini la morte invece della vita costituisce il carattere predominante”21.

Quando nei primi mesi del 1835 il Beagle risale la costa cilena un avvenimento eccezionale dispiega la potenza dell’energia endogena: la dinamica terrestre colta sul fatto. Annunciata in gennaio dall’eruzione contemporanea di tre vulcani -l’Osorno, l’unico di cui l’equipaggio può vedere l’attività, l’Aconcagua, a 770 chilometri a nord, e il Coseguina, 4300 chilometri a nord del precedente- il 20 febbraio una potente scossa fece vibrare la costa cilena. In quel momento Darwin si riposava sdraiato in un bosco vicino alla spiaggia nei pressi di Valdivia: “Un forte terremoto distrugge di colpo tutte le nostre più radicate concezioni; la terra, il vero emblema della solidità, si mosse sotto i nostri piedi come una crosta sottile su un fluido; lo spazio di un secondo creò nella mente una strana idea di insicurezza che ore di riflessione non avrebbero prodotto”22. Sia Darwin che il Beagle si trovavano distanti dall’epicentro; la nave in un punto favorevole per affrontare l’onda anomala. Chi si trovava a bordo ebbe la sensazione che avesse di colpo toccato il fondo. Ma quando giorni dopo, il 4 marzo, giunsero nel porto di Concepcion l’abitato era raso al suolo e la costa mostrava i segni del maremoto. “Poco dopo la scossa fu vista una grande ondata alla distanza di sei o sette chilometri, che si stava avvicinando nel mezzo della baia con un aspetto tranquillo, ma quando si rovesciò su tutta la spiaggia con forza irresistibile abbatté case e alberi”23. Onde sette metri più alte del livello alto di marea scagliarono navi intere sopra la riva. Nei giorni successivi, riordinando le testimonianze, Darwin verifica che nel momento della scossa il mare si era sollevato con un movimento lento e poi si era ritirato tranquillamente molto al di sotto del livello abituale, ma la gigantesca onda di ritorno aveva poi spazzato la costa.

Oltre che la distruzione il terremoto lascia una conseguenza permanente: l’intera costa risulta sollevata, a Concepcion in una misura tra i sessanta e i novanta centimetri. Ma nell’isola di Santa Maria, a cinquanta chilometri di distanza, il capitano Fitz Roy trovò in un punto strati di mitili putrefatti, ancora aderenti alle rocce, a tre metri sopra il livello dell’alta marea. Il rilievo suggerisce al naturalista un controllo di fenomeni analoghi precedenti. E così ne va alla ricerca e trova tracce convincenti anche sui 180 e i 300 metri. A Valparaiso addirittura a 40024. Segni di sollevamenti ritmati nel tempo che confermano una complessiva dinamica andina, in perfetto accordo sia con l’intuizione di Humboldt sulla stretta correlazione tra attività vulcanica e terremoti, sia con l’ipotesi di Lyell sull’inutilità di invocare forze più catastrofiche di quelle che l’attualità ci presenta. Basta calcolare la frequenza storica dei terremoti, adottare una prudente stima dell’entità dei sollevamenti e si potrà fornire ipotesi ragionevoli sull’orogenesi andina. Di essa Darwin registra in seguito anche una manifestazione orografica evidente nella doppia cordigliera separata da vasti bacini longitudinali25.

Dalla riflessione sul sollevamento nasce anche l’embrione della sua ipotesi sulla natura degli atolli corallini. Se la terra si può alzare, potrà anche abbassarsi, come aveva già ipotizzato per la sommersione della Terra del Fuoco. Così se un tipico vulcano nel Pacifico offre con il suo piede immerso punto d’appoggio alle colonie dei coralli, basta immaginare una sua lenta subsidenza compensata dalla costruzione della barriera corallina, per postulare alla fine la scomparsa dell’edificio vulcanico e la persistenza dell’atollo circolare sull’anello della barriera originaria26. Questa ipotesi, semplice ed elegante, resta in piedi anche dopo l’affermazione della moderna tettonica. Oggi sappiamo che la crosta oceanica è prodotta dalle dorsali e se ne allontana progressivamente per andare a inabissarsi al di sotto delle placche continentali. Ciò produce il tipico fenomeno andino: sollevamento continentale accompagnato da potente risalita di magmi e da costruzione di edifici vulcanici. Invece, dal lato opposto, la crosta oceanica può scivolare sopra i cosiddetti “punti caldi”. Qui si solleva e produce isole vulcaniche ma, poiché la crosta si muove, a mano a mano che si allontana dal “punto caldo” l’isola vulcanica non è più alimentata, subisce l’effetto della subsidenza e alla fine resta solo la barriera corallina che la circondava.

“Il viaggio sul Beagle è stato di gran lunga l’avvenimento più importante della mia vita e quello che ha determinato tutta la mia carriera”27. La curiosità e l’osservazione, trasformate in arte costante e meditativa, produssero non solo la teoria sull’evoluzione dal maggior vigore euristico, ma otto anni di paziente ricerca sui cirripedi (se ne stupisce lui stesso), lavori sulla fecondazione delle orchidee, il dimorfismo nelle primule, le piante rampicanti, la variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, le piante insettivore, gli effetti della fecondazione incrociata e dell’autofecondazione nel regno vegetale, le forme diverse dei fiori, la capacità di movimento delle piante, la formazione dell’humus per mezzo dell’azione dei vermi e infine l’indagine sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali.

Alla fine dell’autobiografia riassumeva le sue qualità: “l’amore per la scienza, un’infinita pazienza nel riflettere lungamente su ogni argomento, gran diligenza nell’osservare e raccogliere i dati di fatto, e una certa dose di immaginazione e di buon senso. E’ davvero sorprendente che con doti così modeste io sia stato capace di influire in modo tanto notevole sulle opinioni degli scienziati su alcuni importanti problemi”28.

 

1 Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Einaudi, Torino 1989

2 Ibidem, Cap. I, pag. 4
 

3 Ibidem, pag. 7

4 Ibidem, pagg. 7, 8.
 

5 Ibidem, pagg. 9-12

6 Ibidem, Cap. II, pag. 25
 

7 Charles Darwin, Autobiografia (1802-1882), Einaudi, Torino, 1962, 2° edizione, pag. 10

8 Ibidem, pag. 8

9 Ibidem, pag. 4

10 Ibidem, pag. 10

11 Ibidem, pag. 26

12 Ibidem, pag. 43

13 John Playfair, Illustrations of the Huttonian Theory, Edimburgo 1802. Ristampa: University of Illinois Press.

14 A. Hallam, Le grandi dispute della geologia, Zanichelli, Bologna 1987, pag. 23.

15 Charles Darwin, Autobiografia, pag. 51.

16 Ibidem, pag. 51.

17 Charles Darwin, Il viaggio, pag. 26.

18 Ibidem, pagg. 76-78.

19 Ibidem, pag. 120.
 

20 Ibidem, pag. 160.

21 Ibidem, pag. 195.

22 Ibidem, pag. 282.

23 Ibidem, pag. 285.

24 Ibidem, pag. 290.

25 Ibidem, pagg. 299-301.
 

26 Charles Darwin, Coral Reef; volcanic islands; South American Geology, Ward Lock, Londra, 1910.

27 Charles Darwin, Autobiografia, pag . 58.

28 Ibidem, pag. 126.

 

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