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La difesa dei deboli

L’intervento di Barbara Fois sul caso Eluana Englaro, con estrema appropriatezza e profonda umanità, evoca il nodo del rapporto fra decisioni (determinazioni) dell’Ordinamento (il sistema Giudiziario e quello Amministrativo) e coscienza civile (da un lato la Chiesa ed i suoi ”alleati”, dall’altro la famiglia di Eluana).

La Chiesa e tutti coloro (e sono tanti e potenti) che ne condividono le prese di posizione hanno ovviamente il diritto, se vogliono, di criticare anche aspramente la scelta, operata dalla famiglia, di istare per la sospensione dell’alimentazione forzata del corpo di Eluana (sospensione richiesta proprio in nome ed a protezione della volontà e della dignità della medesima, come ampiamente provato dalle sue dichiarazioni in vita cosciente).

Queste voci critiche, autorevoli laddove pongono questioni attinenti alla coscienza ed alla vita, assumono connotazioni “autoritarie” laddove si risolvono di interferire nelle risposte dell’Ordinamento. È manifesto che la circolare Sacconi, come la scelta omissiva della Regione Lombardia costituiscano atti di obbedienza da parte delle istituzioni a queste “sollecitazioni”, in spregio a decisioni definitive della Magistratura, e dunque atti di insubordinazione rispetto ai principi che governano il nostro ordinamento costituzionale.

Questo segna, sulla pelle della povera Eluana e della sua famiglia, un salto formale di qualità nella gestione delle decisioni istituzionali ma sarebbe estremamente riduttivo limitarsi ad esecrare tali comportamenti non intravedendone le possibili future estensioni ed i rischi connessi.

Infatti tali decisioni, che - occorre ribadire - si pongono in aperto contrasto rispetto a Sentenze definitive della Magistratura (parlo di Sentenze al plurale non a caso, atteso che ci si è messo persino il Parlamento a sollevare un improbabile conflitto di attribuzione, rintuzzato dalla Corte Costituzionale con una decisione esemplare), queste decisioni amministrative, dicevo, assumono (ma più correttamente si presentano con) la forza insuperabile della difesa del più debole (in questo caso la ragazza che non può più esprimere la sua opinione) in materia di cosiddetti “diritti indisponibili”.

E’ molto più difficile spiegare dettagliatamente e scrupolosamente, come ha fatto il Giudice estensore della Sentenza che è divenuta definitiva, per quali ragioni nel caso sottoposto al suo discernimento è conforme al diritto sospendere l’alimentazione  forzata che contrastare le affermazioni lampanti e trancianti, “di principio”, sul diritto alla vita connesso alla speranza di un “risveglio”, affermazioni avulse dal caso concreto e che tendono a fare applicazione, nelle decisioni pubbliche, non già del diritto ma della “coscienza universale”, dei principi “immanenti”, potendoci condurre, forse inevitabilmente, sulla strada già tristemente percorsa dello “spirito del tempo”.

Siamo in presenza di un evidente sbandamento concettuale, atteso che la determinazione circa tali principi, la fissazione di ciò che rappresenta un “comune sentire” e più in particolare di ciò che è bene tutelare in senso generale appartiene alla sfera del libero confronto delle opinioni, che può trovare suggello nella legge, ma non può mai trovare ingresso applicativo, nella sfera del diritto, contro la legge ed in particolare nel governo del caso concreto.

In questa nuova strada ci attende l’esposizione di ogni cittadino (come è stato per la famiglia di Eluana) all’arbitrio del potere (del potere amministrativo del Governo e di una Regione), il quale, ignorando le decisioni della magistratura, suprema custode ed arbitra dei conflitti, in nome di più alti valori, si sostituisce a quest’ultima regolando il caso a suo piacimento. 

Non a caso la Costituzione, prima di declinare i diritti fondamentali, ha eletto a fondamento del patto costitutivo “i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2) e la “pari dignità sociale” (art. 3), insidiati dalla trasformazione in atto.

Questo pericolo è avvertito da pochi, posto che pochi riescono ad immedesimarsi nelle ragioni della famiglia Englaro e molti, al cospetto del corpo della  ragazza senza verbo si fanno incantare dal verbo dei nuovi “sciamani”, quelli che usano la vita altrui come grimaldello per scardinare quel che resta dello stato (laico) di diritto, aprendo la strada allo stato etico, governato da principi immanenti, e - perché no – anche dalla religione.

Chiediamo dunque la cessazione delle ostilità, facciamo cessare le interferenze, i bombardamenti mediatici su una famiglia inerme, resa tale dalla mutilazione di un suo componente, una famiglia che si accinge al passo doloroso per restituire dignità alla propria figlia.

Hanno ragione quei religiosi che, allontanandosi (sollevandosi?) dalla posizione ufficiale della Chiesa, chiedono maggiore rispetto per questa famiglia.

 

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