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La farsa

Con la messa in scena del congresso-farsa di Roma, e la immancabile acclamazione finale, si chiude, per ora, la resistibile ascesa dell’Arturo Ui nostrano

Se dovessimo stabilirne una data d’inizio non potremmo che fare riferimento al 20 ottobre 1984 e a quel decreto (il primo ‘ad personam’) con cui Bettino Craxi salvò dal fallimento un mediocre imprenditore che si era avventurato nel nascente settore della televisione commerciale.

In quale forma l’imprenditore espresse la sua gratitudine all’allora Presidente del Consiglio è fin troppo noto.

Forse fu in quella occasione che Silvio Berlusconi si convinse che da certe poltrone politiche si dispone di un potere maggiore di quello che possono assicurare i soli quattrini; un potere che, fra l’altro, forse più efficacemente risponde all’egocentrismo e ai complessi di inferiorità (due facce della stessa medaglia) tanto diffusi nella nostra società dell’ “apparire”.

Che per violare impunemente la legge era necessario condividere i benefici che se ne ricavava con i propri teorici avversari lo sapeva già.

Il suo percorso ascendente è stato costellato di clamorosi errori di valutazione (nella migliore delle ipotesi) di quanti avrebbero invece avuto il compito di difendere la legalità e la democrazia; per citarne solo alcuni: la rinuncia a far valere nei suoi confronti la palese ineleggibilità in quanto concessionario di pubblici servizi, la dalemiana ‘bicamerale’, la trappola della riforma del Titolo V della Costituzione a maggioranza risicata, la mancata applicazione della sentenza della Corte Costituzionale sul caso ‘Rete 4’, e tante altre occasioni in cui al semplice rispetto della legge si sono preferiti mediazioni e percorsi poco chiari, giustificati dal buonismo che impediva di ‘demonizzare l’avversario’. O più semplicemente si è temuto lo scontro con chi ormai controllava quote sempre crescenti dei mezzi di informazione e disponeva di grandi risorse finanziarie.

 

Ora buona parte del suo progetto è stato realizzato: è capo assoluto di un Esecutivo e di una ampia maggioranza parlamentare, non per investitura da parte dei cittadini, ma grazie a ingegnerie istituzionali (per molti incostituzionali) rese possibili proprio dall’aspirazione convergente delle nomenklature degli altri partiti di non sottoporsi al giudizio degli elettori e conservare il loro potere oligarchico; il controllo quasi assoluto dei mezzi di comunicazione lo garantisce da sorprese, mantenendo la grande maggioranza degli elettori in una specie di realtà virtuale nella quale il dissenso non ha cittadinanza e la sua ingordigia e la sua mediocrità intellettuale vengono presentate come modello di perfezione; se ciò non bastasse gode dell’appoggio esplicito dei vertici della chiesa cattolica, nonostante il quotidiano scandalo che rappresenta e che per altri sarebbe valso la scomunica: divorziato, marito della cui fedeltà (per le sue stesse dichiarazioni) è lecito dubitare, politico privo di misericordia per i meno fortunati.

Ma mai come ora il re è nudo.

Se qualcuno si illudeva ancora di avere di fronte un interlocutore politico con cui dialogare nel quadro di una normale alternanza democratica, ora deve prendere atto che il suo obiettivo è totalmente diverso: cancellare il sistema di bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione, pieni poteri al monarca plebiscitato dal popolo condizionato dalla propaganda televisiva, nessun organismo di controllo, Parlamento sostituito da un Consiglio di Amministrazione di 3 o 4 persone (i capigruppo), che contano per le azioni (voti) che rappresentano e che comunque non devono/possono opporsi alle sue decisioni a pena di essere sostituiti (sciogliendo la Camera) con altri più ‘intelligenti’ (cioè disponibili), oppure assorbiti mediante fusione con l’azienda-madre (vedi AN).

Questa è la sua idea di ‘modernità’ ed ‘efficienza’, convinto com’è della propria infallibilità quotidianamente confermata da una corte di dipendenti adoranti e di aspiranti in lista d’attesa.

La storia ci insegna che questi fenomeni involutivi prima o poi generano in se stessi le cause della propria caduta, ma a quale prezzo per le nazioni che li subiscono?

Solo chi opera nel quadro politico senza più ideali può pensare a una ‘opposizione di Sua Maestà’ succube di una cultura che distrugge dalle fondamenta il concetto di Stato come organizzazione di cittadini consapevoli e solidali, o far prevalere interessi personali e di ‘cordata’ sulla necessità di far nascere un nuovo soggetto, pluralista e unitario, in grado di mobilitare quanti vogliono veramente mantenere l’Italia nell’ambito dei Paesi civili.

Auguriamoci che non sia necessaria un’altra clamorosa sconfitta elettorale (dopo la quale non ci sarebbero più ‘tempi supplementari’) per convincere quanti sono co-responsabili di questa situazione a farsi da parte, schierandosi a difesa di quanto resta delle nostre Istituzioni Democratiche.

 

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