La fatica di essere cittadini

E’ sempre più difficile, nel nostro Paese, adempiere al dovere civile di ‘fare politica’, cioè di interessarsi dei problemi della collettività, superando il proprio ‘particulare’ per ‘concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale’ (art. 49 Costituzione). La tentazione dell'indifferenza, il sentimento di estraneità a quello che appare ogni giorno di più un 'teatrino' di cui possiamo essere solo spettatori diviene quasi irresistibile.
Eppure in un Paese democratico, per dirla con le parole di Norberto Bobbio, ‘… non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati … ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati…’.
Ma se questa pari opportunità viene di fatto negata è a rischio il concetto stesso di democrazia, e con esso l’indispensabile utopia di un mondo migliore, la cui costruzione è, per definizione, l’obiettivo della ‘sinistra’.
La democrazia infatti non è una ‘condizione di natura’ per le nostre società: è una conquista della civiltà, un rifiuto responsabile della barbarie; un approdo mai definitivamente raggiunto, e continuamente minacciato dalla tentazione del ritorno al predominio della forza sulla ragione. Per sopravvivere la democrazia deve essere quotidianamente difesa e praticata dai cittadini responsabili che ne sono i protagonisti. Ma l’impegno che viene chiesto a ognuno di noi in tal senso richiede la convinzione che essa, come metodo di governo, possa funzionare in modo assai più efficace di quanto accade oggi.
Invece l’immagine che attualmente dà di se stesso il cosiddetto ‘ceto politico’ che governa (al centro e in periferia) il nostro Paese è talmente deprimente che rischia di scoraggiare perfino la formulazione di scenari alternativi, rendendoli scarsamente credibili.
Rischia di prevalere una sensazione di inutilità dell’impegno personale che spinge alla passività e alla delega acritica, terreno fertile per la nascita dei regimi autoritari.
E forse è proprio questo l’obiettivo che si pongono quanti pensano che la crescita dell’astensionismo e del disinteresse verso la politica sia un sintomo di soddisfazione e di fiducia, invece che di rassegnazione e di rabbia. Sono più o meno gli stessi che hanno formulato o sostanzialmente accettato senza grandi sussulti leggi elettorali che impediscono ai cittadini di scegliere da chi farsi rappresentare negli organismi assembleari, contraddicendo di fatto lo stesso art. 1 della Costituzione, e che puntano, più o meno esplicitamente, alla concentrazione del potere in un numero sempre minore di mani.
Credo che la scarsa coerenza su questi temi sia uno dei motivi della profonda frattura che si è formata negli ultimi anni fra i partiti della sinistra tradizionale e l’elettorato più progressista e responsabile, che costituisce una larga parte di quell’astensionismo che, insieme alla applicazione dei ‘premi di maggioranza’, falsa di fatto la rappresentanza parlamentare.
Nel nostro Paese oggi manca oggettivamente una forza politica in grado di rappresentare credibilmente una cultura di governo alternativa al berlusconismo e di coinvolgere quanti intendono continuare a perseguire, in modo disinteressato e tenendo conto della realtà contemporanea, gli obiettivi di libertà, giustizia, solidarietà e pace su cui è stata fondata la nostra Repubblica.
Le forze politiche che in essi si riconoscevano sino a qualche anno fa hanno finito col contribuire anch’esse a costruire una ‘casta’ tesa prioritariamente a conservare i propri privilegi, grandi e piccoli, impedendo la nascita di nuovi interlocutori organizzati.
L’affermarsi dei moderni strumenti di comunicazione di massa, e in particolare il loro monopolio da parte di un leader politico, invece di costruire una cittadinanza più informata e responsabile, ha contribuito a presentare una immagine distorta della realtà, piegata alle esigenze di parte e che di fatto impedisce ai cittadini di avere una opinione individuale, fondamento del potere loro assegnato dalla Costituzione.
Ciò che non si vede in TV non esiste e viceversa. Così nasce la nuova oligarchia chiusa in sé stessa, alla quale si accede solo per cooptazione e non per scelta degli elettori.
Il dibattito politico è stato così sterilizzato; si sono abbandonati gli orizzonti etici e sociali, sempre più indispensabili per affrontare i nuovi problemi attuali (ambiente, gestione delle risorse, diffondersi della violenza, ...), per andare a caccia di un consenso basato sugli egoismi, sui corporativismi e su altri –ismi; si è trasferito progressivamente il potere dalle sedi rappresentative pubbliche e pluraliste agli esecutivi, e poi ai grandi centri economici trasversali e opachi alla pubblica opinione.
Si sono tollerati comportamenti moralmente inaccettabili quando non illeciti, favorendo la rinascita di ideologie e organizzazioni che speravamo ormai limitate a pochi disadattati e che stanno invece insozzando nuovamente le nostre città.
Questa apparentemente irresistibile marcia indietro verso un passato oscuro si è arrestata solo in occasione del referendum costituzionale del 2006, quando una larga maggioranza di elettori bocciò il tentativo di Berlusconi di abbattere (dopo averlo conquistato) il nostro sistema istituzionale e di sostituirlo col peggiore dei presidenzialismi.
Ci fu allora una mobilitazione incredibile di cittadine e cittadini, che si impegnò nella raccolta delle firme prima e nella informazione capillare e porta a porta poi, riuscendo a controbilanciare l’informazione ancora una volta distorta dei mass media e l’impegno piuttosto tiepido delle forze politiche ‘ufficiali’.
Non so se sarebbe oggi nuovamente possibile un simile successo, dopo che le stesse forze di opposizione, che rinunciarono a porsi alla guida di quel movimento preparando così la propria sconfitta, sembrano aver dimenticato quella espressione di volontà democratica.
Sono però convinto che solo recuperando all’impegno politico quei tantissimi cittadini che oggi rischiamo di regalare all’astensionismo sarà possibile invertire la spirale che ci allontana dalla speranza di un futuro più sereno.
Questo richiederebbe un impegno esplicito per una analisi oggettiva dei problemi attuali e degli errori del passato, per un pluralismo laico, unitario e aperto al confronto quanto indisponibile a compromessi sui temi dell’etica, della trasparenza, della difesa dei Principi costituzionali e del sistema democratico parlamentare; la scelta di un linguaggio diverso e l’impegno a privilegiare la politica come servizio rispetto al professionismo carrierista.
Dovrebbe essere superata l'impressione che prevalere nel proprio campo sia considerato più importante che non sconfiggere il vero avversario.
Le elezioni amministrative del 2009, proprio per la loro dimensione locale, possono essere l’occasione per mostrare una reale discontinuità coi metodi del passato, restituire agli elettori la fiducia in un possibile cambiamento e aprirsi al loro impegno di partecipazione. Ma sarà necessario rinunciare ai vecchi cerimoniali, agli accordi fumosi che ognuno può interpretare come vuole, a riciclare le stesse facce di sempre, agli accordi con impresentabili potentati locali, agli interessi di fazione e di cordata che prevalgono su quelli generali.
Gli elettori devono poter adempiere serenamente al loro diritto/dovere di scegliere da chi farsi rappresentare nelle Istituzioni, senza subire ancora una volta il ricatto di ‘votare contro’.


















