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La lettera di Mazzella viola il principio di terzietà del giudice

Il magistrato si colloca apertamente con una parte politica
Parzialità confessa Il senso dello Stato

L'IDEA che ogni comportamento e ogni scelta personale di chi riveste funzioni pubbliche delicatissime debbano essere sottratti a qualunque obbligo - anche elementare - di opportunità, di misura e di riservatezza è semplicemente aberrante.

E rovescia nella sostanza delle cose - mentre pretende di applicarlo letteralmente - un caposaldo dell'etica liberale. Che questo modo di ragionare - dove si eleva l'anomia e l'arbitrio individuale a principio universale di condotta - sia quello di un giudice della Corte Costituzionale, se non arriva ancora a farci disperare del futuro del nostro diritto e della nostra Costituzione (c'è ben altro, per fortuna, alla Consulta), ci fa interrogare però con angoscia sul degrado del nostro discorso pubblico, e sul senso dello Stato che circola in ambienti giuridici e politici tutt'altro che marginali.

La lettera aperta che il giudice Mazzella ha scritto al presidente del Consiglio è un testo troppo meschino per essere veramente preoccupante dal punto di vista culturale: ci senti dentro un'aria di combriccole, di tavole imbandite, di domestiche fedeli e di chiacchiere, che nulla ha che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito, il costume, lo stile mentale di un grande Servitore del diritto e della giustizia, quali che siano i suoi punti di riferimento ideali. I giudici costituzionali avrebbero da rispettare uno status, che qui risulta violato nella forma e nella sostanza. Non c'è nella lettera una sola parola che rimandi all'altissima funzione ricoperta da chi la scrive, e ai doveri che essa prescrive - doveri scritti e non scritti: nulla di nulla; un silenzio agghiacciante.

Il punto più grave è però un altro. Con questa lettera, il giudice Mazzella si colloca apertamente dal lato di una parte politica, di cui usa gli stessi argomenti, e dal cui fondo ideologico si rivela interamente catturato. A questo punto non ha importanza cosa si siano davvero detti nella cena con il presidente del Consiglio e con il ministro Alfano (anch'egli un suo vecchio amico, o convenuto alla bisogna?). Non ha importanza se abbiano o meno parlato di questo o di quell'argomento. Il giudice ora si è fatto parte - litem suam fecit, come si dice in quel latinetto che dovrebbe essergli familiare - e in un modo così clamoroso e intenzionale che sfiora la provocazione. E dunque non può giudicare in una contesa cruciale - il cosiddetto "lodo Alfano", appunto - per quella parte che egli ha così spudoratamente deciso di abbracciare pubblicamente. Come sempre in questi casi, la questione privata diventa inevitabilmente pubblica, e la dismisura dei comportamenti personali si trasforma in violazione di principi giuridici fondamentali.

A questo punto, il minimo che si possa chiedere è che il giudice scelga di astenersi dal partecipare alle sedute in cui la Corte, in autunno, sarà chiamata a giudicare sulla costituzionalità delle norme che assicurano l'impunità alle più alte cariche dello Stato. Egli, per atti concludenti, si è già espresso in merito, e, come sa benissimo, questo è inammissibile. Non è più questione di amicizia con il premier. È il principio della terzietà del giudice, che è stato violato con la sua lettera. Se ne renda conto, e faccia quanto deve: quanto noi tutti ci aspettiamo da lui. È ancora in tempo.

 

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