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La nuove legge elettorale si può fare anche oggi. Volendo

Il fatto vero è che a tutti i partiti va benissimo la legge Calderoli, perché nessuno di essi vuol farsi sfuggire la comodissima opportunità di poter bloccare le liste elettorali

Stante la nostra Costituzione, non c'è alcun bisogno di costituire alcun governo di transizione per cambiare la legge elettorale, né di alcun ribaltone: basta una proposta di legge e, se i parlamentari sono in grado di approvarla, essa diventerà senz'altro norma effettiva. Nessuno impedisce ai partiti, ai parlamentari, di proporre, approvare, e quindi mettere in atto una legge di riforma qualsiasi, sia essa relativa alle elezioni come a qualunque altro argomento. Chi predica la necessità di un "governo tecnico per fare la nuova legge elettorale", di pochi mesi, o, come assurdamente è toccato sentire, a scadenza di 90 giorni, o mente sapendo di mentire, o vuole semplicemente arrivare surrettiziamente al potere sull'onda di una emozione.

Non ci vogliono, ripetiamo, né governi, né ministri, né alternative a Palazzo Chigi per approvare una nuova legge elettorale: basta una propostina di legge alla Camere, ed il voto favorevole della maggioranza dei deputati e senatori. Se questa maggioranza c'è, esca fuori, e la legge può essere approvata in pochi giorni. Se non c'è, se questa strabenedetta maggioranza non esiste, non sarà un esecutivo alternativo all'attuale, comunque composto, a crearla dal nulla.

Il fatto VERO è che:

a tutti i partiti va benissimo la legge Calderoli, perché nessuno di essi vuol farsi sfuggire la comodissima opportunità di poter bloccare le liste elettorali, ed anzi, molti di coloro che dicono di volerla abrogare, la avrebbero confermata e rafforzata e blindata con il progetto Guzzetta, che hanno appoggiato mentendo agli elettori sugli effetti di quel quesito referendario. La Calderoli piace perché A) permette alla segreterie non solo di scegliere i “favoriti del principe”, cosa che avviva anche prima, sia ai tempi del proporzionale che ai tempi del “Mattarellum”, ma anche di evitare le sorprese dell'urna. Se infatti le cronache politiche della “prima Repubblica” sono piene di zuffe anche violentissime tra correnti, potentati, maggiorenti e rivali per accaparrarsi la testa di lista tra i candidati, ai tempi dell'uninominale i cosiddetti “collegi blindati” erano tanti ambiti da portare a veri e proprio scontri fisici, oltre che politici, tra partiti e all'interno dei singoli partiti di ogni coalizione. Il mercimonio dei collegi in cambio di favori e compromessi indusse Antonino Caponnetto a parlare di “mercato delle vacche” fin dalle elezioni del 1994. Oggi gli scontri e le rivalità per essere capolista ci sono ancora, ma a quel punto il risultato è blindato, e le segreterie non temono colpi di mano da parte degli elettori, liberi o coerciti che siano.

Non a caso NESSUN partito, tranne forse l'UDC, ripropone la reintroduzione delle preferenze.

1) perché concretizza, nell'unico suo elemento che comporta reali dubbi costituzionali, l'ideale nascosto di ogni partito attuale, il cieco leaderismo. Infatti, è nella indicazione obbligatoria del “candidato presidente del Consiglio” che le vanità e le aspirazioni dei capopartito si vedono compiute. Come tutti sappiamo, la scelta del Presidente del Consiglio e la sua nomina spetta, ex Costituzione, solo al Capo dello Stato, il quale ovviamente dovrà attenersi alle sensibilità del Parlamento, ma potrà comunque esercitare una pregnante autonomia nella decisione, come la storia repubblicana ci ha insegnato. Ebbene, tutte le manovre leaderistiche degli ultimi 17 anni hanno invece cambiato de facto la prassi e la lettera costituente, imponendo, tramite artifizi dei più vari, il Presidente del Consiglio al Capo dello Stato tramite una sorta di investitura popolare. In questo senso sono andati sia i partiti che hanno deliberatamente scritto il nome del loro leader nel simbolo ( dalla “Lista Di Pietro”, al “Berlusconi presidente” fino all'ultimo arrivato, “FLI con Fini”), sia la pratica delle primarie, che, nel loro essere democrazia interna ad uno schieramento, sono però forzatura puntuale della libertà di scelta del Presidente della Repubblica.

2) nel caso ipotetico che gli attuali partiti di opposizione volessero comunque cambiare davvero la legge, essi non hanno un progetto unico valido, proponibile, ma mille confuse e pasticciate idee finto salvifiche che sono tutte incompatibili le une con le altre, essendo state pensate e formulate non da un lavoro scientifico e collegiale per individuare la miglior legge possibile per il bene e la funzionalità del Parlamento de del Paese, ma solo ed esclusivamente in funzione dell'interesse piccino di chi le tira fuori, e questo interesse non è, allo stato attuale dei fatti, neanche quello favorire sè stessi, ma di danneggiare il più possibile le altri parti in causa. Oltretutto, è questo, per diretta ammissione dell'interessato, il senso VERO della definizione "porcata" che Calderoli volle dare della legge da lui firmata: non una porcheria (= cosa fatta male, che non funziona), ma appunto una porcata (= carognata, fregatura, sgambetto), un tranello che doveva servire a costringere Prodi a candidarsi in un partito, e non presentarsi sotto il mero simbolino dell'Ulivo, e a mettere in difficoltà i vari candidati impresentabili nei "collegi blindati". Il calcolo, comunque, andò male, perchè la destra, quella volta, PERSE le elezioni.

  3) a dimostrazione di quanto sopra detto, cioè del fatto che nessun partito di opposizione vuole fare una univoca riforma elettorale per il bene comune che sia diversa dalla attuale, c'è da dire in primo luogo, che una normativa simile fu approvata, ed è tuttora in vigore, in Toscana nel 2004, un anno prima della norma nazionale, tanto è vero che Calderoli, nel 2005, parlava apertamente di “modello toscano”; se la volontà ci fosse, la Regione Toscana, dove governano in coalizione PD, IDV, e sinistre potrebbe dare l'esempio al Paese su come sconfiggere il “Porcellum” cancellando il proprio “Cinghialum”, come lo definisce il sindaco di Firenze Renzi. Ma ovviamente, non lo fanno. La seconda dimostrazione sta nel fatto che, quando vogliono VERAMENTE, tutti i partiti riescono ad accordarsi in 5 giorni sulla legge elettorale, come in occasione della riforma della legge per le europee, dove PDL, Lega, PD e IDV si sono allegramente messi all'opera per approvare lo sbarramento al 4%, che ha tenuto fuori da Bruxelles tutte le sinistre, e ha permesso loro di spartirsi la torta in quattro invece che in 6-7. Tutto, grottescamente, qui. Altro che “governo tecnico”!

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