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LA POLITICA DI NUOVO ALLE SBARRE

Le inchieste di Napoli e Pescara hanno smascherato l’ennesimo sistema di malaffare costituito dall’intreccio tra politica e imprenditoria d’assalto- Tra arresti e questione morale, c’è chi pensa ad una nuova “Tangentopoli”

Le storie di potere e malaffare che ci vengono raccontate in questi giorni dai media fanno tornare a tutti in mente ciò che successe negli anni novanta quando esplose  “Tangentopoli”. Tutti quei politici ed amministratori, che si dicevano gente per bene ed onesti cittadini, i quali affollavano i partiti e i palazzi del potere e dell’amministrazione della cosa pubblica, vennero a trovarsi nel bel mezzo di uno scandalo di dimensioni spaventose: la magistratura, infatti, aveva indagato sui loro misfatti mettendoli alla berlina e smascherando davanti all’opinione pubblica il sistema che avevano messo in piedi. Ne risultò una crisi profonda della politica che tutt’oggi non può ancora dirsi superata. Attualmente il contesto storico e politico è molto diverso, ma la sostanza non pare mutare più di tanto: per l’ennesima volta facciamo finta di sorprenderci che i nostri amministratori si siano macchiati di reati come la corruzione, la concussione, l’abuso d’ufficio e la turbativa d’asta. Pescara prima, Napoli poi sono state teatro di questo nuovo spettacolo vergognoso. Il sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, segretario regionale del Pd, è stato posto agli arresti domiciliari in seguito ad un’inchiesta su tangenti.

A Napoli, sempre nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti del Comune di Napoli, è finito in carcere l’imprenditore Alfredo Romeo, mentre agli arresti domiciliari sono finiti due assessori e due ex assessori oltre ad altre otto persone tra le quali un colonnello della Guardia di Finanza in servizio alla Dia fino a qualche tempo fa ed l’ex provveditore alle opere pubbliche, Mauro Mautone. Nell’indagine condotta dalla Procura di Napoli ed eseguita dalla Dia e dai carabinieri di Caserta sono rimasti coinvolti anche due parlamentari: Renzo Lusetti del Pd e il vice-capogruppo alla Camera del Pdl, Italo Bocchino. Tutti gli indagati, che hanno ricevuto l’ordinanza, sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, corruzione e abuso di ufficio. Al centro delle indagini vi sarebbe l’imprenditore Alfredo Romeo, e la sua posizione riguardo al provvedimento “Global Service”, che per delibera comunale prevedeva l’affidamento della manutenzione stradale e della gestione delle mense scolastiche ad un unico soggetto imprenditoriale. Romeo, attraverso una tela di rapporti con il mondo politico-istituzionale, era così riuscito ad ottenere la blindatura della gara di appalto per l’acquisizione dei lavori. Secondo i giudici che hanno indagato su questi appalti, infatti, il “sistema Romeo” consisterebbe in una “consorteria di malaffare” nella quale i politici sono proni agli interessi dell’imprenditore che li contraccambia con piccoli o grandi favori. Le accuse mosse all’imprenditore, tutte prontamente respinte in sede di interrogatorio, sono quelle di aver piegato ai propri interessi, amministratori locali, politici, burocrati, magistrati e rappresentanti delle forze di polizia. Quello scoperto dai giudici pare essere un sistema di corruzione talmente capillare da coinvolgere rappresentanti di tutte le sfere pubbliche. Se veramente fosse così, nulla di nuovo sotto il sole. Stesso discorso vale anche per l’inchiesta avente ad oggetto le tangenti nel Comune di Pescara.

A poca distanza dall’arresto del presidente dell’Abruzzo, Ottaviano del Turco, per tangenti nella sanità, è stato il sindaco di Pescara a finire agli arresti domiciliari. Anche in questo caso i giudici hanno smascherato il sistema delinquenziale che quel sindaco per bene, che era stato eletto per la seconda volta, avrebbe messo in piedi. Quello che si legge nell’ordinanza di custodia cautelare non è un elenco di meriti, ma di reati: si va dalla corruzione alla concussione, all’abuso d’ufficio, alla frode. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad una gestione delinquenziale della cosa pubblica. Secondo il gip si può parlare di una vera e propria associazione a delinquere, di cui D’Alfonso sarebbe stato il perno, capace di una forza di intimidazione capillare sul tessuto produttivo della città che consigliava di barattare denaro e consenso con appalti e dunque tale da minare la stessa democraticità dell’amministrazione. Altro elemento centrale di questa organizzazione sarebbe l’imprenditore abruzzese, Carlo Toto, patron di AirOne, ora indagato. In base a quanto sostenuto dai giudici, sarebbero documentate malversazioni da parte loro nei confronti di almeno 15 aziende per 150 mila euro. I rapporti tra politici corrotti ed imprenditori, ed in certi casi le organizzazioni criminali a stampo mafioso, in Italia esistono e sono più frequenti di quanto non si pensi. Con la difficoltà di smascherarli ed estirparli si è scontrato, per esempio, l’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, privato dell’inchiesta “Why Not” e trasferito proprio perché stava indagando sui rapporti tra politici ed imprenditori calabresi. Si parla tanto di questione morale e si cerca di ammortizzare lo scandalo appellandosi al garantismo e al principio che recita che nessuno è colpevole fino all’ultimo grado di giudizio. Ma se è logico aspettare l’ultimo grado per verificare le responsabilità penali di un soggetto, nessuno può sfuggire ad un giudizio netto sulle responsabilità morali di una politica sempre più invischiata in un sistema perverso in cui, come sostiene Saviano, ogni comportamento illecito è percepito e considerato normale, consueto, logico. Ed allora finché i partiti riempiranno le proprie fila di persone di dubbia onestà e non si decideranno ad autoimporsi delle regole circa i soggetti da accogliere al loro interno, facendo anche una seria selezione, e finché non si abbandonerà drasticamente il vecchio sistema di gestione del potere, di scandali e crisi politiche come quella attuale se ne verificheranno ancora molte.

 

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