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La posta in gioco

In queste giornate che non è eccessivo definire drammatiche tutta l'attenzione è concentrata sugli aspetti finanziari della crisi che colpisce in particolare l'Europa.

Comportamento comprensibile se teniamo conto delle conseguenze pesantissime dal punto di vista sociale di una possibile insolvenza degli Stati, ma sicuramente anche imputabile all'atteggiamento dell'informazione, che parla esclusivamente in termini monetari.

Ci sarà senza dubbio molto da riflettere sugli errori che ci hanno portato a questo punto e su chi li ha commessi, ma c'è un altro aspetto della crisi (purtroppo non meno preoccupante), che può forse aiutarci a capire, se non le sue origini, l'atteggiamento di alcuni grandi centri di potere internazionale.

Il crollo dell'euro e il ritorno alle monete nazionali, di cui si parla ormai esplicitamente, significherebbero inevitabilmente la fine dell'Unione Europea. O almeno un disastroso blocco, forse definitivo, di ogni progresso nel senso dell'integrazione continentale.

Ma l'Europa non è solo un mercato; come sapeva bene quel pugno di visionari che aveva iniziato a costruirla durante la seconda guerra mondiale, l'Europa è un modello alternativo di convivenza e equilibrio, che dimostra come sia possibile costruire una pace irreversibile fra Stati e culture che si sono combattuti per secoli nel nome di diversità non solo economiche, ma anche culturali e religiose.

Anche se in modo diverso in Europa la solidarietà sociale è ovunque uno dei fondamenti della coesione sociale. In Europa (almeno fino a oggi) il medico prima di assisterti non ti chiede se sei assicurato. L'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, indipendentemente da razza, religione e idee, il diritto di asilo, la parità di genere sono acquisizioni da cui non si torna indietro; almeno sul piano giuridico. E che giustamente dobbiamo richiedere come condizione di ammissione a chi vuol entrare nella nostra comunità, attratto magari dai vantaggi economici offerti da una mercato libero di 500 milioni di persone.

L'Europa unita è stata negli ultimi decenni un esempio che lo sviluppo e il benessere individuale potevano essere ottenuti senza violare i diritti umani, senza guerre, senza protezionismi, non costruendo enclave mono-etniche, o appellandosi alla 'tolleranza' (che significa mantenimento delle diversità), ma al contrario mescolando lingue, religioni, usanze e tradizioni ed assumendole tutte come proprie.

Pessimo esempio per quanti invece fondano il loro potere di controllo sugli altri esseri umani sulla teocrazia, sulle regole assolute del 'mercato', sul razzismo o sulla forza.

Pessimo esempio cioè per i popoli di quasi tutti gli altri continenti.

Non so nel forsennato attacco agli Stati europei della speculazione finanziaria internazionale queste considerazioni hanno avuto un ruolo. Forse no, forse.

Ma so per certo che, con buona pace anche di certi manigoldi che incredibilmente siedono nel nostro Parlamento, quando si parla di fine dell'euro o di uscire dall'Europa questa è la posta in gioco.

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