La scuola non è un pullman

Se
avete un amico o un parente insegnante, chiedetegli quale aspetto del
suo mestiere gli procuri più frustrazione. Credo vi risponderà,
“trovarmi di fronte adolescenti che sempre meno accettano di lasciarsi
giudicare, e genitori che sempre più spesso li appoggiano”. Il fenomeno è
in costante aumento e, come confermano gli studi sul burnout nelle cosiddette helping professions, la pressione psicologica sui docenti è oramai ad un livello di guardia.
Naturalmente, le cose non
succedono per caso, e se a questo bel traguardo si è arrivati, vi dovrà
pur essere una ragione. A farla breve, direi che la faccenda comincia a
metà degli anni ottanta, con l’esplosione delle TV commerciali, e si
perfeziona dieci anni dopo con il trionfo di Internet. Di fronte
all’espansione vertiginosa delle comunicazioni e al diluvio di
messaggi-flash, pulsioni consumistiche, suggestioni e volgarità varie,
quotidianamente scaricato sui giovani, si rispose col più fatale degli
errori; invece di spostare risorse verso la Scuola, affinché si
attrezzasse per restare luogo alto dei saperi complessi, centrato su un
docente-intellettuale, si preferì cavalcare l’onda e spostare la scuola
stessa verso un modernismo scomposto e velleitario; finendo per
trasformarla in quell’ibrido luogo di socializzazione che oggi vediamo.
È da allora che gli istituti hanno preso a riempirsi di un mare
di iniziative, servizi, attività (dalla consulenza psicologica per
fidanzatini in crisi alla patente per i motorini), e a farsi penosamente
concorrenza a colpi di depliants colorati e allettamenti da fiera. Il
tutto all’insegna di quel capolavoro del pensiero umano che è stato la
Scuola-Azienda.
Si è trattato, in fondo, di una
storia tutta italiana: quando mancano i quattrini, si ricorre alle due
più antiche risorse dell’anima nazionale: l’espediente e la retorica. Il
teorema modernista-aziendalista, accompagnato da preziosi acronimi,
suonava grosso modo così: la scuola è un servizio sociale; chi vi è
fisicamente “incluso” deve “essere servito”. All’incirca come accade con
una azienda di trasporti: se uno sul pullman ci sale, a destinazione ci
deve arrivare (“successo formativo”). Se poi durante il viaggio ti
distribuiscono pure le caramelle, tanto di guadagnato (“arricchimento
dell’offerta formativa”).
La caduta degli standards minimi di apprendimento era
inevitabile. Come inevitabile era il corollario “sociale” di tanto
geniale trovata: “Quello dell’insegnante è un mestiere sostanzialmente
facile, e chiunque abbia un certo grado di istruzione può metterci il
becco”. Finale dei
finali? Questa soave scenetta: mese di Maggio, ultimi colloqui con le
famiglie, una collega (serissima) incontra un genitore: “Buongiorno,
sono il padre di tal dei tali, faccio il medico, mia moglie è
insegnante, lei che intenzioni ha con mio figlio?”. La risposta fu calma
e dignitosa; ma quella più giusta sarebbe stata, “Caro dottore, quando
avrò la sfortuna di venirla a trovare, mi guarderò bene dall’entrare
nelle sue diagnosi. Lei mi usi la cortesia di non entrare nei miei
voti”.



















