L'antiberlusconismo non è più un tabù, a destra.

Come prevedibile nel vortice delle parole senza significato e degli slogan che si avvitano su se stessi, a poche ore dalla conclusione della convention di Futuro e Libertà, nei commenti politici e nelle copertine dei TG, ancora una volta tutto è incentrato su chi rimarrà con il cerino in mano, con la variabile di Bersani sul cerino che ormai non si sa più se è acceso o spento o con l’invito geniale del grande rottamatore Renzi a Berlusconi e Fini a mettersi in una stanza per chiarirsi definitivamente.
Se queste sono le analisi del sedicente maggiore partito di opposizione su quanto è successo a Perugia, su quanto ha detto Gianfranco Fini, sulle decisioni politiche di effetto immediato che sono state assunte, allora si può agevolmente prevedere che il pure deludente attuale 26% attribuito dai sondaggi al PD sia destinato a ridimensionarsi ancora e drasticamente.
Se le parole spese a Perugia non sono state dette da un folle autolesionista che vuole suicidarsi politicamente e se quegli applausi, quell’entusiasmo incontenibile, quella partecipazione straordinaria di un pubblico che spontaneamente e a proprie spese si è messo in moto non sono effetti speciali, bisogna registrare obiettivamente che la data del 7 novembre 2010 non fa solo la differenza per la legislatura, non accelera solo la dissolvenza dei probabili ultimi e peggiori giorni del berlusconismo, ma, pure se in extremis, mette un argine al degrado politico e istituzionale che ha travolto il paese.
Come aveva già annunciato Alessandro Campi, dalla convention di FL doveva essere sancita una “rottura antropologica” dal berlusconismo e doveva crearsi lo spazio per “un partito della borghesia per bene che in Italia non c’è mai stato” e non a caso i nomi evocati in apertura sono stati quelli di Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli eroi borghesi che hanno pagato con la vita la fedeltà alla Costituzione e la lealtà allo Stato.
Per una nemesi della storia, come accade ineluttabilmente e attraverso gli scenari meno prevedibili, a quasi diciott’ anni da Mani pulite e dopo un quindicennio in cui il berlusconismo ha sempre e comunque imperversato, quando era al governo e quando comandava comunque stando all’opposizione grazie ad una sedicente sinistra che ha avuto come problema più assillante quello di debellare “l’antiberlusconismo”, il partito più deteriore della storia repubblicana viene liquidato come “percorso archiviato in modo irreversibile” dal suo cofondatore.
Per non dare adito a dubbi Fini ha sottolineato a più riprese che FL è nata per andare oltre Berlusconi e che non bisogna confondere la legislatura con la nascita di una Terza Repubblica in cui lui vuole essere il leader di una destra legalitaria, costituzionale, antiberlusconiana in quanto ossequiosa del principio cardine di qualsiasi democrazia: la legge uguale per tutti.
Dalla platea e dal palco è stata espressa con chiarezza e in modo travolgente la richiesta di dimissioni per il presidente del Consiglio a cui si è chiesto senza giri di parole di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni e in caso contrario FL ha annunciato che ritirerà ministri e sottosegretari dal Governo.
Come era scontato un Berlusconi che aveva dall’inizio bollato il dissenso interno al partito come manovre di palazzo e congiure e che da giorni anche i commentatori più “terzisti” dipingono come “sospettoso, impotente, inquieto, erratico…”
ha reagito sfidando Fin a votargli contro e a sfiduciarlo, ma sa benissimo di trovarsi in un vicolo cieco: chiedere le elezioni anticipate nell’incertezza di ottenerle o rimanere appeso a Fini, il nemico mortale.
Al di là degli esiti più o meno immediati, qualcosa è cambiato, nonostante la tortuosità del percorso, il molto tardivo ravvedimento operoso dei Futuristi, il rischio concreto che finiscano per imbarcare come è già accaduto per troppi prima di loro tutti i topi, anche i meno presentabili che fuggono dal grande vascello fantasma.
La legalità, l’intransigenza, la politica intesa come esempio e non come mera rappresentazione del ciarpame della società civile, la democrazia all’interno dei partiti, e cioè i temi fondanti della vita democratica, sono rientrati nell’agenda politica, dopo oltre quindici anni di dittatura berlusconiana lietamente subita dall’opposizione.
E Fini sa fin troppo bene di non poter tornare indietro perché su questo si sta giocando tutto e perché la sua base, quella che da anni gli chiedeva se doveva rassegnarsi a sostituire Falcone e Borsellino con Previti e Dell’Utri e i tanti sconfortati e delusi che si sono aggiunti, non glielo perdonerebbe come gli ha fatto capire fin troppo chiaramente a proposito dei cedimenti tattici sul cosiddetto Lodo Alfano costituzionale e dintorni.
Adesso aspettiamo, si fa per dire, i colpi d’ala e le maniche rimboccate della sinistra.


















